cp-1

Africa. Raccontando gli artisti. Anne Historical

cp-1

Anne Historical è nata nel 1977 a Città del Capo, in Sudafrica, ed oggi lavora come scrittrice, curatrice ed artista. Il suo vero nome è Bettina Malcomess.

Vive tra le città di Johannesburg e Città del Capo, insegnando arte, design e architettura presso la Scuola di Belle Arti di Michaelis e la Scuola di Architettura UCT di Cape Town.

Diplomata in matematica e fisica, è particolarmente attratta dallo studio delle scienze e dalle teorie spaziali ed euclidee. Con il suo background scientifico, Historical è un’artista autodidatta.

“Metto in scena un continuo sdoppiamenti fra me stessa e il mio alter ego, tra prima e terza persona”

Il suo lavoro è difficilmente riconducibile ad una specifica categoria, è in continuo movimento fra l’arte visuale e la forma letteraria, fra l’arte concettuale e quella spaziale. Quella di Historical è una pratica che per sua natura è errante, nomade, ed ogni volta si reinventa e riadatta. Filo conduttore del suo lavoro è la pratica spaziale, che si concretizza nella produzione di installazioni site specific e in una ricerca concentrata sulle forme urbane e architettoniche.

Dopo un master in teoria letteraria e culturale, Historical sperimenta anche gli intrecci tra estetica e politica nel lavoro di Kant, Foucault, Adorno e Walter Benjamin. Da quel momento la sua poetica si avvicina molto alla letteratura e la sua voce passa attraverso quella di tanti personaggi diversi.

Al PAC l’artista presenta Aphasia: Treatment situations , una nuova performance realizzata campionando audio d’archivio e materiale auto-prodotto, scritto e interpretato insieme a materiale filmato e proveniente da videoarchivi, che trasformeranno varie situazioni legate al trattamento dei pazienti in variazioni di una composizione musicale.

in mostra il suo lavoro potrà essere letto sulle tracce di #Corpo e #PolitichedellaDistanza

che accomuna artiste africane contemporanee nei cui lavori la categoria della distanza diventa principio conoscitivo e il corpo testimone  delle trasformazioni della società. Tra video-arte e performance, la loro ricerca di una soggettività collettiva si traduce in una personificazione del vivere e del sentire di minoranze religiose, culturali e di genere, espressioni che investiranno i visitatori interrogandoli sulla loro capacità di assumere la femminilità come legame tra il reale e una profonda visione interiore dell’Africa.

L’artista realizzerà anche un’installazione site specific pensata per l’Edicola Radetzky sulla Darsena di Milano visitabile dal 30 giugno al 31 agosto.

I lavori di Historical sono stati esposti in diverse mostre internazionali fra cui la Biennale di Venezia del 2015, Afropolis a Cologna nel 2010 e  il festival di arti “My World Images” in Danimarca sempre nel 2010.

cp-2

Africa. Raccontando gli artisti. Donna Kukama

 

cp-2

 

Nata nel 1981 a Mafikeng in Sud Africa, Donna Kukama è una giovane artista che lavora con video, suoni e performance.

Dopo essersi laureata frequenta il Master of Arts in the Public Sphere presso la Scuola Cantonale di Arti di Valais in Sierre (in Svizzera) e una volta terminati gli studi, nel 2011, torna a Johannesburg per frequentare la WITS School of Arts.

Donna Kukama utilizza le performance come mezzo di resistenza alle pratiche artistiche consolidate e, attraverso di esse, cerca di decostruire procedure e inventare nuovi metodi per fare arte. Oltre alle performance, Kukama produce scritti, video e concetti sonori che utilizzano gli spazi pubblici per porsi al centro dell’attenzione di chi è estraneo al campo artistico.

Le questioni che affronta indagano il mondo attraverso la costruzione di narrazioni immaginarie ed è in questo tipo di contesto che Kukama introduce il suo corpo per creare una contrapposizione con i rapporti di egemonia.

“Il mio lavoro coinvolge processi di creazione di realtà alternative che sono transitorie e il suo scopo è quello di permetterci di criticare ciò che normalmente siamo pronti ad accettare come norma.”

Al PAC l’artista presenta una nuova indagine, che comprende il lungo processo di creazione di un diario di viaggio orale e immaginario senza alcun supporto leggibile, realizzato attraverso le storie raccolte dalle comunità che l’artista ha scelto di incontrare nella zona di Porta Venezia a Milano.

in mostra il suo lavoro potrà essere letto sulle tracce di #Corpo e #PolitichedellaDistanza

che accomuna artiste africane contemporanee nei cui lavori la categoria della distanza diventa principio conoscitivo e il corpo testimone  delle trasformazioni della società. Tra video-arte e performance, la loro ricerca di una soggettività collettiva si traduce in una personificazione del vivere e del sentire di minoranze religiose, culturali e di genere, espressioni che investiranno i visitatori interrogandoli sulla loro capacità di assumere la femminilità come legame tra il reale e una profonda visione interiore dell’Africa.

Kukama è stata una delle artiste selezionate per rappresentare il Sudafrica alla Biennale di Venezia nel 2013 e ha ricevuto nel 2014 lo Standard Bank Young Artist Award for Performance Art. È membro del Center for Historical Reenactments e faculty member al WITS School of Arts (University of Witwatersrand, Johannesburg).

zanhele-muholi

Africa. Raccontando gli artisti. Zanele Muholi

cp-2

Zanele Muholi è fotografa, artista, docente e attivista visuale.  Nata nel 1972 a Umlazi (Durban), un’importante cittadina portuale del Sud Africa, Muholi oggi vive e lavora a Johannesburg.

Ha vissuto la prima metà della sua vita durante l’apartheid, un sistema di segregazione razziale applicato in Sudafrica tra il 1948 e il 1994, che ha condizionato molti aspetti della sua vita quotidiana. La madre, Bester Muholi, lavorava come domestica in un quartiere di soli bianchi.

L’apartheid si è concluso ufficialmente nel 1994, quando Nelson Mandela è diventato primo presidente democraticamente eletto del paese. Nel 2006 il Sudafrica è stato il quinto paese del mondo a legalizzare il matrimonio gay. Nonostante la fine dell’apartheid e l’avvio di una legislazione progressista, le comunità LGBTI (Lesbian, Gay, Bisexual, Transgender, Intersex) nere continuano a sperimentare violenze e soprusi.

In risposta a questa violenza Muholi spesso definisce sé stessa come “attivista visuale”.

“Uno degli aspetti più ostici dell’essere un’attivista visuale lesbica in Sudafrica è non avere accesso agli spazi per esporre il mio lavoro qui, dove sarebbe più importante, anche se ottengo riconoscimenti all’estero”

Prima di intraprendere la carriera fotografica incentrata sul tema della sessualità e dei generi in Africa, ha lavorato insieme ai membri della sua comunità in favore dei diritti umani, sollevando l’attenzione sui grandi problemi che le donne lesbiche nere sudafricane devono affrontare ogni giorno. Nel 2006 fonda Inkanyiso, una piattaforma per l’attivismo queer e i media con particolare attenzione alle arti visive, alla libertà di stampa, alla  formazione e all’alfabetizzazione visiva.

Il lavoro di Muholi può essere definito come una pratica di ricerca femminista post-coloniale e considerato come lo strumento per conoscere le sue esperienze di donna lesbica allevata in una township nera sudafricana. I suoi ritratti, dolorosi e al tempo stesso testimonianza di amore, sfidano le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale o lo stigma che circonda le comunità omosessuali del Sud Africa, spesso considerate invisibili.

in mostra il suo lavoro potrà essere letto sulle tracce di #Corpo e #PolitichedellaDistanza

che accomuna artiste africane contemporanee nei cui lavori la categoria della distanza diventa principio conoscitivo e il corpo testimone  delle trasformazioni della società. Tra video-arte e performance, la loro ricerca di una soggettività collettiva si traduce in una personificazione del vivere e del sentire di minoranze religiose, culturali e di genere, espressioni che investiranno i visitatori interrogandoli sulla loro capacità di assumere la femminilità come legame tra il reale e una profonda visione interiore dell’Africa.

I suoi lavori sono stati recentemente esposti ad Art Basel (2017), alla Biennale di Berlino (2016), al Guggwnheim di Bilbao (2015) e al Museum of Gay and Lesbian Art a New York (2014).

Searle

Africa. Raccontando gli artisti. Berni Searle

Searle

L’artista sudafricana Berni Searle nasce nel 1964 a Cape Town, città nella quale vive e lavora tuttora come docente associato presso la Michaelis School of Fine Art.

Nel 1987 ottiene la laurea in Belle Arti e, l’anno successivo, il diploma post lauream dall’Università di Cape Town la quale, nel 1995, le rilascia anche il Master nello stesso settore disciplinare con una specializzazione in scultura, pratica sulla quale inizialmente si concentra per ampliare in un secondo momento il proprio raggio d’azione all’uso del corpo.

L’avversione di Searle per le consuete etichette e categorizzazioni è evidente negli strati più complessi dei suoi lavori. La sua attività consiste nel mettere in discussione le fondamenta dell’identità, interpretando il sé come un fluido continuo, coinvolto in un ininterrotto processo di trasformazione. L’artista sudafricana inscena una serie di azioni che fanno leva su comparsa e scomparsa, visibilità e invisibilità. Attraverso l’analisi poetica, l’esemplificazione del suo patrimonio multi-razziale e l’appartenenza al genere femminile, Searle rappresenta questi temi su un palcoscenico globale.

“Non mi considero un’artista femminista. Essere donna non è che un aspetto di tutto ciò che sono.”

Le sue azioni indagano non solo la parte fisica dell’Io, ma anche gli ambienti e la memoria cui l’identità si aggancia. La sua visione non si basa su un determinato monumento o luogo facilmente riconoscibile, al contrario le ambientazioni sono spesso troppo surreali per essere localizzate e non mostrano tracce di vita umana, fatta eccezione per la presenza dell’artista.

Utilizzando il proprio corpo come punto di partenza, Searle sperimenta letteralmente “sulla sua pelle” strati di spezie o polveri di varia natura, lasciando l’impronta del suo corpo sul pavimento o tingendo alcune zone della pelle con diverse sostanze per suggerire danni fisici o traumi. L’uso di spezie ad esempio si riferisce al commercio ad esse collegato, che nel XVII secolo ha condotto i coloni bianchi al Capo di Buona Speranza dove, unendosi agli abitanti del posto, hanno generato figli di razza mista, mettendo così a confronto questo avvenimento storico con l’ossessione per la classificazione razziale che ne consegue.

in mostra il suo lavoro potrà essere letto sulle tracce di #Corpo e #PolitichedellaDistanza

che accomuna artiste africane contemporanee nei cui lavori la categoria della distanza diventa principio conoscitivo e il corpo testimone  delle trasformazioni della società. Tra video-arte e performance, la loro ricerca di una soggettività collettiva si traduce in una personificazione del vivere e del sentire di minoranze religiose, culturali e di genere, espressioni che investiranno i visitatori interrogandoli sulla loro capacità di assumere la femminilità come legame tra il reale e una profonda visione interiore dell’Africa.

Premiata con il DAK’ART 2000 Minister of Culture Prize alla Biennale di Dakar (2000), con il Civitella Ranieri Fellow (2001), e con lo Standard Bank Young Artist for Visual Art (2003), nel 2004 candidata al premio Artes Mundi.

Tra le mostre personali: A Matter of Time. MATRIX programme, Berkeley Art Museum and Pacific Film Archive di Berkeley (2003), The Space Between, Davis Museum and Cultural Centre di Boston (2003), Berni Searle. 3 video works, BildMuseet a Umeå, in Svezia (2005), Approach, USF Contemporary Art Museum di Tampa in Florida (2006), Across Oceans, Transit Arts Space di Stavanger in Norvegia (2008), Interlaced, mostra itinerante tra Bruges, Arnhem e Metz (2011) e Refuge a La Galerie Particuliere di Parigi (2013).

 

 

 

id

Africa. Raccontando gli artisti. George Adéagbo

 

id

 

Adéagbo nasce a Cotonou in Benin nel 1942 dove oggi vive e lavora.

Lascia la famiglia contro il volere del padre per frequentare la facoltà di Giurisprudenza prima in Costa d’Avorio e poi in Francia.

Quando nel 1968 è ormai uno degli studenti più brillanti, giunge la notizia della morte del padre. Adéagbo cede alle richieste da parte della famiglia, che vuole vederlo prendere il posto del padre come spetta al figlio maggiore, e ritorna in Benin per una breve visita.

Sarà questo il momento che segna per sempre la sua vita: non accettando il ruolo pensato per lui e dato che i parenti si rifiutano di ascoltare le sue motivazioni, per sfuggire ad una prigione di profonda solitudine e alienazione Adéagbo ogni giorno compie lunghe passeggiate solitarie dove raccoglie ogni tipo di oggetti e materiali. Al ritorno comincia a creare piccole composizioni e installazioni di testi originali e oggetti trovati e raccolti lungo il percorso. Da quel momento questo diviene il suo nuovo ed unico modo di comunicare.

“Cammino, penso, vedo, vado oltre, torno indietro, raccolgo gli oggetti che attirano la mia attenzione, torno a casa, leggo, prendo nota ed imparo.”

Nella primavera del 1993 un curatore francese, giunto a Cotonou per incontrare un artista già noto, viene accompagnato per errore a casa di Georges Adéagbo. Rimane colpito da ciò che vede e lo invita a partecipare ad una mostra in Francia dando inizio così alla nuova sua vita come artista.

Adéagbo si può definire un “collezionista” che raccoglie e ordina sistematicamente piccole sculture, abbigliamento, pezzi di stoffa, scarpe, dischi, libri, giocattoli, ritagli di giornali, note scritte, pietre, confezioni di sigarette, pezzi di plastica. Sono i cosidetti “objects trouvés” che lui assembla insieme con criteri diversi, a seconda del contesto in cui opera, realizzando installazioni site specific. Il suo è un linguaggio che si sviluppa sulla base di tecniche di appropriazione come il ready made.

L’artista confida nel fatto che un oggetto abbandonato o divenuto rifiuto, possa ancora raccontare qualcosa di importante. Il suo “raccolto” è basato sul concetto che non esistono eventi di particolare rilevanza, ma che nemmeno esiste qualcosa che debba essere scartato.

Con questo suo metodo l’artista realizzerà per il PAC un’installazione inedita e site specific.

il suo lavoro potrà essere letto sulle tracce della #IntrospezioneIdentitaria

che accomuna artisti engagé, con un profondo attaccamento alla loro origine, che mettono in discussione post-colonialismo,  guerre e i genocidi,  problematiche legate all’ambiente, all’AIDS, alla povertà, alla corruzione politica e alla questione del petrolio.

Tra le sue mostre personali DC : Georges Adéagbo , Museum Ludwig  Köln – Germania (2001 ) e “Georges Adeagbo” Museum of Modern Art. Lille, Francia (2000-2001).

33 artisti, 17 paesi e 4 tracce da seguire ogni giorno per portarvi in AFRICA e Raccontare un mondo in attesa della mostra

Definire l’Africa, oggi, significa saperla raccontare. Il PAC prosegue l’esplorazione dei continenti sulla rotta dell’arte e in attesa della mostra AFRICA. Raccontare un mondo (27 giugno – 11 settembre 2017)  vi porta a conoscere i 33 artisti protagonisti  in un percorso tra i paesi a Sud del Sahara e attraverso 4 tracce: dagli artisti protagonisti del Dopo Indipendenza, saldati al proprio universo culturale, gli artisti engagé legati al tema dell’Introspezione Identitaria, la  Generazione Africa partecipe e immersa nella contemporaneità, fino alle artiste che indagano la realtà attraverso il Corpo e le Politiche della Distanza.

Shonibare

Africa. Raccontando gli artisti. Yinka Shonibare MBE

Shonibare

Nato a Londra nel 1962 in una famiglia benestante, Yinka Shonibare MBE si trasferisce in Lagos (Nigeria), all’età di tre anni. Oggi vive e lavora a Londra. Nonostante i genitori non approvino le sue scelte professionali, l’artista decide comunque di trasferirsi nella capitale del Regno Unito per frequentare l’Accademia di Belle Arti. Successivamente entra alla Byam School of Art (oggi Central Saint Martins College of Art and Design) e nel 1991 consegue il Master in Belle Arti presso il Goldsmiths College come esponente della generazione dei cosiddetti “Giovani Artisti Britannici”.

“È stato quando sono arrivato dal Regno Unito per frequentare l’Università che ho scoperto il razzismo, che non avevo mai realizzato esistesse davvero. Ho anche scoperto il modo in cui le persone di origini africane dovevano trovare la propria identità all’interno di queste relazioni di potere.”

Un giorno un insegnante della Goldsmith chiede a Shonibare: “Tu sei africano. Perché non produci arte africana autentica?” Da quel momento, l’artista inizia ad interrogarsi sul reale significato del termine “autenticità” e sul valore dell’identità multiculturale, mettendo insistentemente in discussione le convenzionali definizioni etniche e nazionali. Noto per le sue riflessioni  sul colonialismo e sui rapporti di potere trasmesse in chiave ironica attraverso disegni, dipinti, sculture, fotografie, film e installazioni, tratto distintivo del suo lavoro è l’uso del cosiddetto “wax”, realizzato con procedure simili alla tecnica batik. Esportato dall’Olanda e ovunque in Europa nel tardo 19° secolo, il tessuto con stampe allegramente colorate viene introdotto ad imitazione degli abiti indonesiani e in seguito accolto con entusiasmo nell’Africa occidentale, erroneamente conosciuto dai più come veste “africana”.

Yinka Shonibare ama definirsi un ibrido post-coloniale, interessato a comprendere le complesse relazioni che intercorrono tra l’Africa e l’Europa. Si pensi, ad esempio, al tono parodistico dei ritratti fotografici e alle sculture tridimensionali abbigliate con i tessuti di presunta derivazione africana. La sua è un’arte non-didattica, che genera domande anziché rispondere banalmente a questioni politiche.

Il suo lavoro si fa portavoce di un sentimento fortemente contemporaneo, ma allo stesso tempo si interfaccia con le tradizioni e con i capolavori della storia dell’arte occidentale. Il risultato è divertente, giocoso, ma anche sensuale e poetico. Le sue opere travolgono in un vorticoso flusso che ripercorre la nostra storia, dalla colonizzazione all’esplorazione dello spazio, attraverso la letteratura e l’arte moderna, abbattendo con forza il concetto di proprietà culturale

in mostra il suo lavoro potrà essere letto sulle tracce della #IntrospezioneIdentitaria

che accomuna artisti engagé, con un profondo attaccamento alla loro origine, che mettono in discussione post-colonialismo,  guerre e i genocidi,  problematiche legate all’ambiente, all’AIDS, alla povertà, alla corruzione politica e alla questione del petrolio. Guadagna notorietà sulla scena internazionale attraverso la commissione per Documenta 10 nel 2002 ed è candidato al Premio Turner nel 2004.

Nel 2005 viene insignito dell’onorificenza di membro del “Most Excellent Order of the British Empire”, un titolo che provvede poi ad aggiungere ufficialmente al suo nome. Le sue opere vengono presentate alla 52^ Biennale di Venezia (2007) e tra il 2008 e il 2009 ha luogo una sua mostra itinerante che fa tappa al Museum of Contemporary Art, Sydney; al Brooklyn Museum, New York; al Museum of African Art e allo Smithsonian Institute di Washington, DC. Nel 2013, una grande retrospettiva viene allestita allo Yorkshire Sculpture Park, Wakefield (Yorkshire) e, in parte, al Royal Museums Greenwich/The Queen’s House di Londra; al GL Strand, Copenhagen; al Wroclaw Contemporary Museum, Breslavia (Polonia). Nel 2013 la prestigiosa Royal Academy of Arts elegge Yinka Shonibare MBE come nuovo membro. Il suo corpus di opere fa parte di numerose prestigiose collezioni permanenti: Tate Collection, Londra; Museum of Modern Art, New York; Museum of Fine Arts, Boston; Victoria and Albert Museum, Londra; Hirshhorn Museum & Sculpture Garden, Washington DC; The Israel Museum, Gerusalemme; Moderno Museet, Stoccolma; Walker Arts Center, Minneapolis; Scottish National Gallery, Edimburgo; San Francisco Museum of Modern Art, San Francisco.

id-1

Africa.Raccontando gli artisti. Abu Bakarr Mansaray

id

 

Mansaray è nato nel 1970 nella città di Tongo, in Sierra Leone, uno dei Paesi più poveri dell’Africa occidentale. Dopo aver abbandonato gli studi nel 1987, si trasferisce nella capitale Freetown, dove inizia ad approfondire gli aspetti pratici della scienza e dell’ingegneria, diventando un instancabile autodidatta.

La scelta della carriera d’artista è dettata dalla volontà di rappresentare il crollo della sua nazione, colpita della guerra civile, e allo stesso tempo arginarlo.

“Mi piace creare strani e complicati disegni di macchinari ispirati a idee scientifiche che stanno al di là dell’immaginazione umana. Io voglio che le persone percepiscano la forza della creazione.”

Mansaray riutilizza una tecnica popolare nel centro Africa, caratterizzata dalla fabbricazione di oggetti decorativi e giocattoli con fili di ferro, applicandola nella costruzione di macchine futuristiche per scopi fuori dal comune, creando contrapposizioni fra fuoco, luce, aria, acqua, freddo, movimento e suono.

Anche i suoi disegni preparatori possono essere considerati come vere e proprie opere d’arte. Questi bozzetti realizzati a matita o con pennarelli colorati, consistono in diagrammi e complessi schemi di meccanismi delle sue macchine futuristiche.

Nel 1998 Mansaray scappa dalla Siera Leone  per trasferirsi nei Paesi Bassi, dove oggi vive. La sua produzione artistica tuttavia continua a riflettere sulle brutalità della guerra civile.

 in mostra il suo lavoro potrà essere letto sulle tracce della #IntrospezioneIdentitaria

che accomuna artisti engagé, con un profondo attaccamento alla loro origine, che mettono in discussione post-colonialismo,  guerre e i genocidi,  problematiche legate all’ambiente, all’AIDS, alla povertà, alla corruzione politica e alla questione del petrolio.

Mansaray ha partecipato alla 56esima Biennale di Venezia nel 2015. Le sue opere sono inoltre state esposte in importanti musei come il Guggenheim di Bilbao, il Complesso del Vittoriano a Roma e il Museum of Fine Art di Houston negli Stati Uniti.

senzeni-marasela

Africa. Raccontando gli artisti. Senzeni Marasela

ga-2

Marasela è un’artista sudafricana nata nel 1977 nella città di Boksburg.

Qui studia in una scuola cattolica collocata in un sobborgo abitato da bianchi, esperienza che conferirà un particolare contorno al suo lavoro d’artista. Frequenta l’Università di Witwatersrand a Johannesburg, dove si laurea in Belle Arti nel 1998.

Come molte altre giovani donne africane, anche la madre di Marasela agli inizi degli anni ‘60 è costretta a subire le politiche di segregazione razziale disposte dal governo sudafricano, che costringono molte donne a lasciare le città per tornare a vivere nelle campagne, intraprendendo viaggi lunghi ed insidiosi.

Marasela riflette sul periodo dell’apartheid e rappresenta nelle sue opere la storia di diverse donne sudafricane. Sebbene sia profondamente politico, il suo lavoro attribuisce un’atmosfera ambivalente alle atrocità passate e può essere descritto utilizzando due parole: caparbietà e intransigenza.

Profondamente consapevole dell’assenza delle donne nel mondo dell’arte e della cultura africana, afferma che le stesse debbano sviluppare un proprio linguaggio con il quale parlare delle tradizioni e tradurre le proprie abilità manuali.

“Gli artisti hanno un ruolo importante nel raccontare la nostra storia turbolenta, specialmente quando tanti dei gesti sinceri che compongono questa storia sono stati ridotti e mutilati”

Nei suoi lavori emerge spesso anche l’esperienza dell’attesa: donne costrette ad attendere o che scelgono di attendere. Marasela rappresenta l’attesa come caratteristica principale della cultura africana contemporanea trasformandola in un linguaggio visuale carico di significati storici e politici.

in mostra il suo lavoro potrà essere letto sulle tracce della #GenerazioneAfrica

artisti al “bivio”, consapevoli della propria identità che oscilla tra i confini, decisi ad affrontare con i loro lavori temi forti come l’individualismo, l’immigrazione, la violenza e le questioni di genere, e affermando, contro tutti e tutto, la necessità di esistere. Interrogando i diversi aspetti dell’identità africana, sincretica, ibrida e ulteriore rispetto agli stereotipi, gli artisti di questa sezione, che comprende per la maggior parte donne, esplorano la possibilità di essere se stessi e allo stesso tempo essere multipli.

L’artista ha esposto le sue opere alla 56esima Biennale di Venezia, al Moma di New York e in diverse istituzioni in Sud Africa, Europa e Stati Uniti

sidibé

Africa. Raccontando gli artisti. Malick Sidibé

sidibé

Classe 1936, Malick Sidibé nasce a Soloba, un piccolo villaggio del Mali, in una famiglia di contadini. Muore a Bamako nel 2016.

Cresce aiutando suo padre nell’attività di pastore e inizia la scuola all’età di dieci anni. Notato sin da giovanissimo per il suo talento artistico, viene selezionato per frequentare la Scuola degli Artigiani Sudanesi di Bamako, dove si diploma nel 1955. In seguito assume l’incarico di decorare la Gérard Guillat-Guignard’s Photo Service Boutique il cui titolare, noto anche come “Gégé la Pellicule”, gli offre un lavoro come apprendista. Così ha inizio la sua carriera fotografica nel 1956.

La conquista dell’indipendenza da parte della sua città (1950) favorisce il debutto di una nuova generazione di fotografi perfettamente inseriti nelle dinamiche socio-culturali della loro epoca. Lo stesso Sidibé è un personaggio estremamente influente, invitato a presenziare alle serate organizzate dai giovani per imparare le danze tipiche europee e cubane, abbigliati con eleganti vesti occidentali. Si tratta per lo più di eventi e festività che hanno luogo di sabato sulle rive del fiume Niger e proseguono fino al giorno successivo. Nel 1958 l’artista inaugura lo Studio Malick a Bagadadji, nel cuore di Bamako, dove in passato stampava i suoi ritratti e riparava macchine fotografiche.

“C’è tutto un mondo, nel volto di una persona. Quando lo fotografo, io vedo il futuro del mondo.”

Nella prima fase della sua carriera, Sidibé è orientato prettamente sulla fotografia in bianco e nero e i suoi scatti catturano momenti vivaci e scene di festeggiamenti. I suoi lavori più noti forniscono testimonianze sulla promettente cultura pop e sulla vita notturna della capitale maliana, immortalandone i giovani protagonisti in studio, su sfondi variamente decorati che ben si accordano o, al contrario, stridono deliberatamente con i costumi e le pose dei modelli.

 in mostra il suo lavoro potrà essere letto sulle tracce del #DopoIndipendenza

che accomuna gli artisti maestri della loro arte, saldati al loro universo culturale, immersi però in un contesto in cui nascono già le prime Biennali come quelle di Dakar, Bamako e del Benin che stravolgono l’immagine dell’arte africana stessa, orientando i lavori al sistema dell’arte occidentale.

Ha ricevuto l’Hasselblad Award (2003), il Leone d’Oro alla Carriera alla Biennale di Venezia (2007) e il Premio Infinity alla Carriera dell’International Center of Photography (2008). Tra le mostre più importanti le personali al Museum of Contemporary Art e al Chicago e all’Australian Center for Photography, Sydney, Australia e Malick Sidibé / Seydou Keïta, alla 5^ Biennale di Istanbul (1999); al Centre d’Art Contemporain di Ginevra in Svizzera (2000); allo Stedelijk Museum di Amsterdam e alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma (2001); La Fondation Cartier  di Parigi (2004). I suoi lavori sono presenti in numerose collezioni pubbliche e private inclusi il Museum of Modern Art, New York; il Metropolitan Museum of Art, New York; il Getty Museum, California; il Brooklyn Museum, New York; il San Francisco Museum of Modern Art, California; il Baltimore Museum of Art, Maryland; il Birmingham Museum of Art, Alabama; il Philadelphia Museum of Art, Pennsylvania e il Rhode Island School of Design Museum.

 

 

odjeikere2

Africa. Raccontando gli artisti. J. D. Okhai Ojeikere

ojeikere

Ojeikere nasce nel 1930 in un villaggio rurale della Nigeria sud-occidentale, chiamato Ovbiomu-Emai. Muore in Lagos nel 2014.

Inizia la carriera nel campo della fotografia nel 1950, dopo essersi procurato la sua prima macchina fotografica, una Kodak Modello Brownie D. È il 1951 quando Ojeikere inizia a cercare lavoro presso il Ministero dell’Informazione a Ibadan, inviando sistematicamente la stessa lettera, con su scritto: “Vi sarei davvero grato se mi assumeste per qualsiasi tipo di lavoro nel Vostro dipartimento fotografico.” La sua perseveranza viene premiata nel 1954, quando gli viene offerto un ruolo come assistente in una camera oscura.

Dopo la conquista dell’indipendenza da parte della Nigeria, Ojeikere può finalmente dedicarsi al suo primo impiego come fotografo. L’anno seguente diventa fotografo professionista presso lo studio di Steve Rhodes, per la Television House Ibadan. In circa sei decenni, l’artista crea un archivio di oltre 10.000 immagini che testimoniano il ruolo critico che la fotografia ha ricoperto nella storia della Nigeria e in ogni parte dell’Africa. La pionieristica carriera di Ojeikere ha influito in maniera incisiva sul percorso della fotografia nella sua terra d’origine e, più in generale, nel mondo.

“Pensavamo che una nazione così ricca di risorse naturali potesse davvero andare avanti da sola. Ma il nostro sogno è stato fatto a pezzi dal tribalismo. Sono arrivate le dittature militari, una dopo l’altra, per anni e anni. Mi rende triste pensare che le cose non siano cambiate molto. Vediamo le stesse élite detenere il potere e diventare sempre più ricche.”

Dal 1963 al 1975 Ojeikere lavora nel settore pubblicitario presso West Africa Publicity (Lagos). Nel 1967 partecipa al Nigerian Arts Council. L’anno successivo avvia uno dei suoi più grandi progetti, Hairstyle, un folto corpus di circa un migliaio di fotografie che ritraggono le scenografiche acconciature delle donne africane.

in mostra il suo lavoro potrà essere letto sulle tracce del #DopoIndipendenza

che accomuna gli artisti maestri della loro arte, saldati al loro universo culturale, immersi però in un contesto in cui nascono già le prime Biennali come quelle di Dakar, Bamako e del Benin che stravolgono l’immagine dell’arte africana stessa, orientando i lavori al sistema dell’arte occidentale.

Il suo lavoro è oggetto di numerose mostre personali e viene incluso in più di cinquanta esposizioni collettive, tra cui Documenta XII (2007), la sezione dell’Arsenale della 55^ edizione della Biennale di Venezia, Museum of Contemporary Art, Kiasma, Helsinki (2011), Centre for Contemporary Art, Lagos (2010). Le sue opere sono confluite nelle maggiori collezioni museali: Museum of Modern Art (NYC), Metropolitan Museum of Art (NYC), Brooklyn Museum (NYC), Tate Modern e Victoria and Albert Museum di Londra e il Musée du quai Branly (Parigi).

 

richard-onyango

Africa. Raccontando gli artisti. Richard Onyango

richard-onyango

Nato nel 1960 a Kisii, in Kenya, oggi Richard Onyango vive e lavora a Malindi.

Originario dell’altopiano occidentale del Kenya, in prossimità del lago Vittoria, quando è ancora giovanissimo la sua famiglia decide di spostarsi nelle regioni costiere in via di sviluppo. Nel corso dei primi trent’anni della sua vita, provvede a se stesso svolgendo uno spettro davvero ampio di lavori: pittore d’insegne, autista di autobus, intagliatore, falegname, stilista, mobiliere, contadino, allevatore. Suo padre lavora per il Piano d’Irrigazione del fiume Tana e Richard è affascinato dalle tracce dello sviluppo industriale sul paesaggio africano: camion, trattori, ruspe, aerei. Da bambino registra queste sensazioni in alcuni schizzi che chiama “fotodipinti” o “qualunque cosa veda il mio occhio”.

“Per tenere bene a mente le cose devo disegnarle, dato che non ho una macchina fotografica per poter registrare ciò che vorrei conservare nella mia memoria”.

Nelle sue opere, sceglie spesso di immortalare situazioni che oscillano tra l’entusiasmo per la tecnologia d’importazione e la sua intrinseca fragilità. Disgrazie, allarmismi, appelli alla prudenza:  un mondo costantemente minacciato da sciagure e imprevedibilità. Come quello di molti artisti africani contemporanei, il linguaggio pittorico di Onyango è caratterizzato da una straordinaria decifrabilità. L’irreale teatralità del suo stile riesce a catturare lo spettatore grazie a prospettive e forme distorte e mutevoli tonalità dei colori, rendendolo a volte passivo osservatore, a volte complice degli eventi descritti.

in mostra il suo lavoro potrà essere letto sulle tracce della #IntrospezioneIdentitaria

che accomuna artisti engagé, con un profondo attaccamento alla loro origine, che mettono in discussione post-colonialismo,  guerre e i genocidi,  problematiche legate all’ambiente, all’AIDS, alla povertà, alla corruzione politica e alla questione del petrolio.

Tra le mostre personali ricordiamo The African Way of Painting (1992), Gallery of Contemporary East African Art di Nairobi, Kenya; nel 1999 al MAMCO di Ginevra; tra 2009 e 2010 Africa? Una nuova storia, Complesso del Vittoriano a Roma. Tra le collettive più importanti Wild Life Clubs Kenya Competition (1992) National Museum di Nairobi, Kenya; Seven Stories about African Art (1995), Whitechapel Art Gallery di Londra; Neue Kunst Aus Afrika (1996), Im Haus Der Kulturen Der Welt, Berlino; Dreams & Conflicts (2003), 50^ Biennale di Venezia;  African Art Now : Masterpieces from the Jean Pigozzi Collection,  Museum of Fine Arts, Houston (2005); 100% Africa (2006), Guggenheim Museum di Bilbao; Ici l’Afrique/Here Africa – L’Afrique contemporaine à travers le regard de ses artistes (2014), Musée des Suisses dans le Monde,Château de Penthes, Pregny-Chambésy, Svizzera.

Sissako

Africa. Raccontando gli artisti. Abderrahmane Sissako

Sissako

Abderrahmane Sissako nasce nel 1961 a Kiffa, in Mauritania. Oggi vive e lavora a Parigi.

Poco dopo la nascita si sposta con la famiglia in Mali, patria di suo padre, dove trascorre l’infanzia e parte dell’adolescenza. Dopo un fugace ritorno in Mauritania (a Nouakchott) nel 1980, la lascia di nuovo nel 1983 per spostarsi a Mosca. Una borsa di studio in letteratura russa gli consente di frequentare l’Istituto dell’Università di Mosca e, più tardi, di iscriversi al VGIK (Federal State Film Institute), dove porta a termine gli studi nel 1989. La capitale dell’Unione Sovietica regala un’opportunità agli studenti come Sissako, fornendo supporto e istruzione ai giovani dell’Africa occidentale. Ciononostante, agli inizi degli anni Novanta, il regista emergente si trasferisce a Parigi, dove comincia a cimentarsi nella direzione di alcuni cortometraggi.

“Nella scuola di cinema la cosa più importante e, al tempo stesso, la più difficile, è avere grande entusiasmo. Ma l’entusiasmo non sempre è una cosa positiva. [...] È davvero interessante smettere di fingere che l’arte sia facile”

Il suo desiderio di diventare regista ha origine da precoci esperienze d’infanzia ed è connesso alla perdita della sua originaria lingua BambaraOltre che come regista, lavora anche come consigliere culturale per il Capo di Stato della Mauritania, Mohamed Ould Abdel Aziz.

Gli elementi caratteristici dei suoi film sono lo spostamento e la sosta, l’erranza fisica e interiore, la solitudine e il silenzio. Nella sua filmografia ricorrono le tematiche del viaggio e dello sradicamento dalle proprie origini, di cui ha reso testimonianza sia nelle forme del diario filmato sia in quelle della finzione. Pur con un repertorio apolide, diviso tra Europa e Africa, Sissako riesce a  dare voce alla cinematografia della Mauritania, una delle terre più povere di tutto il continente.

in mostra il suo lavoro potrà essere letto sulle tracce della #IntrospezioneIdentitaria

che accomuna artisti engagé, con un profondo attaccamento alla loro origine, che mettono in discussione post-colonialismo,  guerre e i genocidi,  problematiche legate all’ambiente, all’AIDS, alla povertà, alla corruzione politica e alla questione del petrolio.

La sua pellicola October, realizzata nei quartieri di Mosca e vincitore della rassegna Un Certain Regard a Cannes (1993), si aggiudica anche il premio come miglior cortometraggio al 4°Festival del Cinema Africano di Milano (1994). La vie sur Terre (1998), realizzato a Sokolo, il villaggio di suo padre in Mali, ottiene un premio al Taormina International Film Festival. Nel 2002 dirige invece Aspettando la felicità, ispirata al suo esilio in terra straniera e al suo ritorno a casa in Mauritania nel 1980. La pellicola viene presentata a Cannes (2002), dove ottiene il Premio della Cultura Francese al miglior cineasta straniero, e il premio FIPRESCI. Il suo capolavoro è  Timbuktu (2014), candidato all’Oscar come miglior film straniero e già vincitore del Premio della Giuria Ecumenica a Cannes, che racconta la vita e la dignitosa resistenza di uomini e donne che tentano di conciliare le loro tradizioni culturali con l’integrazione del mondo moderno.

Tracey Rose

AFRICA. Raccontando gli artisti. Tracey Rose

tracy-rose

Un lavoro incentrato prettamente sull’indagine della carnalità e della femminilità, quello di Tracey Rose, artista sudafricana nata nel 1974 a Durban da genitori attivisti del sindacalismo.

All’età di sette anni è costretta a trasferirsi con l’intera famiglia a Johannesburg, città dove tuttora vive e lavora. Unica bambina non bianca su appena cinque alunni, viene educata in un’istituto di suore e si autodefinisce una “cattolica in fase di recupero”. Consegue la Laurea in Belle Arti nel 1996 presso l’Università di Witwatersrand, seguita nel 2007 da un Master presso il Goldsmiths College dell’Università di Londra.

Sin dagli esordi, Tracey Rose si fa portavoce di una pratica artistica incentrata sulla performance, spaziando tra fotografia, video e installazioni. Il corpo rappresenta il fulcro della sua arte, che sembra riecheggiare spesso il lavoro di Cindy Sherman per struttura e per contenuto.  L’abbattimento e la demolizione delle rigide categorizzazioni sessuali sono tra le principali missioni artistiche di Tracey Rose, che si concentra in particolare sull’analisi degli stereotipi imposti alle donne africane, indagati con una straordinaria audacia comunicativa.

“Le persone dicono che la mia arte è scioccante. Ma quello che sta succedendo nel contesto globale è ancor più sconvolgente dell’arte”.

Nel 2006 viene nominata una delle più grandi personalità culturali provenienti dall’Africa dal quotidiano britannico The Independent, che scrive di lei: “È difficile resistere al folle mondo che riesce a tessere, uno scontro tra cultura popolare e sociologia estrema, così dichiaratamente assurdo da possedere una specie di intossicazione persuasiva che ci trascina al suo interno. Perfino contro un contesto di estremi come la sua città natale, Johannesburg, riesce ad essere feroce, come se cucisse una poetica visiva attraverso le polarizzazioni dello scenario politico sudafricano, che possono farvi ridere, ma anche farvi sentire colpevoli per la collisione.”

Tracey Rose ha esposto in mostre personali in Sud Africa, Europa e America: Imperfect Performance: A tale in two states , Moderna Museet, Stoccolma (2006), (x), Reina Sofía Museum di Madrid (2014) e Limerick City Art Gallery (2017). Ha partecipato ai più importanti eventi internazionali, come la Biennale di Venezia del 2001, e il suo lavoro è confluito in mostre fondamentali come Africa Remix presso la Johannesburg Art Gallery (2007) e Snap Judgement: New Positions in Contemporary African Photography , Stedelijk Museum di Amsterdam(2008). Nel 2011 la  Johannesburg Art Gallery  le ha dedicato Waiting for God , retrospettiva di metà carriera.

 

1

Africa. Raccontando gli artisti. Chérie Samba

1

Originario di Kinto M’Vuila, in Congo, Chérie Samba nasce nel 1956 e oggi vive e lavora tra Parigi e il Congo.

Primo di dieci figli, nel 1972, all’età di sedici anni, Samba lascia il villaggio e la scuola per cercare lavoro come pittore di insegne nella capitale Kinshasa.

“Mio padre era fabbro e creava fucili da caccia. Voleva che lo aiutassi alla fucina dopo la scuola, ma io nascondevo i miei taccuini e disegnavo di notte. Copiavo le immagini da un popolare fumetto per venderle ai miei amici. Dicevo loro che sarei diventato un artista famoso, che avrei viaggiato ovunque e avrei avuto una casa grandissima.”

Nel 1975 inaugura il proprio studio. Nel contempo diventa illustratore per la rivista d’intrattenimento Bilenge Info. È in questa occasione che ha modo di sviluppare la propria cifra distintiva, che consiste nel combinare i dipinti con il testo. Il suo lavoro gli procura una discreta fama a livello locale.

Intorno al 1980 inizia a firmare le proprie opere come “Chéri Samba: Artiste Populaire”. Presto la popolarità dei suoi dipinti si estende oltre i limiti cittadini di Kinshasa e dalla metà degli anni Ottanta le sue opere raggiungono un pubblico internazionale.

Molti suoi dipinti rivelano la percezione dell’autore nei confronti della realtà politica, economica, sociale e culturale dello Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo), mostrando tutte le sfaccettature della vita quotidiana a Kinshasa. Così le tele di Samba diventano una sorta di cronaca in diretta su costumi popolari, sessualità, malattie, disuguaglianze sociali e corruzione.

    in mostra il suo lavoro potrà essere letto sulle tracce della #IntrospezioneIdentitaria

che accomuna artisti engagé, con un profondo attaccamento alla loro origine, che mettono in discussione post-colonialismo,  guerre e i genocidi,  problematiche legate all’ambiente, all’AIDS, alla povertà, alla corruzione politica e alla questione del petrolio.

Nel 1989 partecipa alla mostra Les Magiciens de la Terre al Centre Georges Pompidou di Parigi, che lo rende famoso a livello internazionale e, a seguire, le personali al Provincial Museum Voor Moderne Kunst di Ostenda, in Belgio (1990), Museum of Contemporary Art di Chicago (1991), Stadtmuseum München di Monaco (1992), Übersee-Museum di  Brema (1997), IFA Institüt für Auslandsbeziehungen di Stoccarda (1998), Musée royal de lʼAfrique centrale di Tervuren in Belgio (2003), Fondation Cartier (2004) e la Biennale di Venezia (2007).

Billie Zangewa

Africa. Raccontare gli artisti. Billie Zangewa

Billie Zangewa

Meticolosa cultrice di moda e tendenze, Billie Zangewa nasce a Blantyre, in Malawi, nel 1973. Oggi prosegue la propria carriera artistica a Johannesburg.

Sin da bambina, all’età di dieci anni, inizia a creare illustrazioni ispirate al mondo della moda e sfoglia appassionatamente la rivista Vogue.

Studia grafica e incisione alla Rhodes University di Grahamstown, in Sud Africa, e inizialmente il suo lavoro si concentra sulla narrativa cinematografica. Una volta completati gli studi, ritorna a Gaborone, Botswana, dove si dedica ai colori ad olio su miniatura ritraendo spesso donne in contesti glamour. Come naturale conseguenza, inizia a cimentarsi con i tessuti, in particolare la seta, impreziositi da ricami con flora a fauna ispirate alla natura del Botswana. Decide poi di trasferire le sue creazioni su superfici bidimensionali che chiama “arazzi”, nonostante utilizzino una tecnica appliqué. I suoi studi sull’incisione le consentono di variare le tecniche, per poi appassionarsi alle ricche superfici tessili.

Nel 1997 si sposta a Johannesburg, dove trascorre qualche anno lavorando nel campo della moda e della pubblicità, cercando di mettere a fuoco la propria vocazione artistica. Il paesaggio di Johannesburg diviene presto fonte d’ispirazione e Zangewa comincia a dare interpretazioni destrutturate alle sue creazioni. Si dedica anche a performance canore, esibendosi con lo pseudonimo “Billie Starr”.

in mostra il suo lavoro potrà essere letto sulle tracce della #GenerazioneAfrica

artisti al “bivio”, consapevoli della propria identità che oscilla tra i confini, decisi ad affrontare con i loro lavori temi forti come l’individualismo, l’immigrazione, la violenza e le questioni di genere, e affermando, contro tutti e tutto, la necessità di esistere. Interrogando i diversi aspetti dell’identità africana, sincretica, ibrida e ulteriore rispetto agli stereotipi, gli artisti di questa sezione, che comprende per la maggior parte donne, esplorano la possibilità di essere se stessi e allo stesso tempo essere multipli

 “Utilizzo la mia immagine e il mio corpo per raccontare la mia storia. Esiste forse qualcos’altro di più potente?”

Vincitrice del Botwana Award per le Arti Visive nella categoria Grafica (1997), è stata premiata anche con l’Absa L’Atelier Gerard Sekoto award (2004) e il Res’artis, sezione di Dak’art, alla Biennale di Dakar (2006).

Tra le mostre personali Gestures all’Alliance Française e Artists in Botswana, National Gallery, Botswana (1997); Printwork, retrospettiva della Rhodes University nell’Albany Museum di Grahamstown, Sud Africa (1999); Stitch by stitch, Afronova Gallery di Johannesburg e Fragments nella Johann Levy Gallery di Parigi (2008); Love and Africa, nella Menil Collection di Houston, in Texas (2012).

idrissa-ouedraogo

Africa. Raccontando gli artisti. Idrissa Ouédraogo

idrissa-ouedraogo

Originario di Banfora, Upper Volta (Burkina Faso), oggi Idrissa Ouédraogo vive ed opera a Ouagaodugou.

Da bambino frequenta la scuola elementare di Ouahigouya, dove il pastore della parrocchia cattolica organizza incontri sul calcio e sul cinema, facendo proiettare film di Charlie Chaplin o pellicole come Rin Tin Tin. Il giovane Idrissa ne resta affascinato.

A sedici anni entra a far parte di un’associazione scolastica di Yatenga, dove entra in contatto con l’universo dell’immagine e prosegue gli studi all’Institut africain d’éducation cinématographique (INAFEC) di Ouagadougou, lavorando alla Direzione della produzione cinematografica del Burkina Faso (1981). Vuole studiare cinema a Mosca, seguendo le orme di uno dei suoi cineasti preferiti, Sembène Ousmane (Senegal) e di molti altri. Invece viene mandato a Kiev e trovandola poco stimolante decide di trasferirsi in Francia e diplomarsi all’IDHEC (1985) Institut des Hautes Etudes Cinématograhiques di Parigi e all’Institut de filmologie della Sorbonne. I suoi primi anni di attività saranno dedicati ai cortometraggi.

Ouédraogo appartiene alla nuova generazione di cineasti di formazione europea, determinati a fornire un apporto culturale sull’Africa incentrato su un coefficiente emotivo e un potenziale espressivo schiettamente africani. L’artista burkinabé ha diretto film ambientati in Africa, analizzando spesso il conflitto tra campagna e città, tra tradizione e modernità.

“L’Africa ha dato un grande apporto alla società e alla cultura con la propria filosofia e la propria visione della vita. Credo che l’Africa abbia dato un enorme contributo al mondo anche attraverso il cinema.”

Il suo stile narrativo ha uno stampo profondamente meditativo e proietta sullo schermo gli echi dei tradizionali racconti orali: ritmi cadenzati, volti e paesaggi evocati attraverso immagini essenziali, grande rigore compositivo. Per Ouédraogo il cinema è una miscela di arte, tecnica e industria: esistono leggi che non possono essere infrante, per questo è indispensabile avere un grande talento e portare avanti un lungo apprendistato per imparare a comunicare e a trasmettere un’idea veritiera della storia.

in mostra il suo lavoro potrà essere letto sulle tracce del #DopoIndipendenza

che accomuna gli artisti maestri della loro arte, saldati al loro universo culturale, immersi però in un contesto in cui nascono già le prime Biennali come quelle di Dakar, Bamako e del Benin che stravolgono l’immagine dell’arte africana stessa, orientando i lavori al sistema dell’arte occidentale.

Ouédraogo è noto principalmente per Tilaï (1990), film vincitore del primo premio al 43° Festival di Cannes e per Samba Traoré (1993), che riceve una nomination per l’Orso d’Argento al 43° Festival Internazionale del Cinema di Berlino. Tra gli altri lavori del regista africano: The Heart’s Cry (Le Cri du cœur) (1994), Kini and Adams (1997), Anger of the Gods (La Colère des dieux) (2003) e Kato Kato (2006).

1

Africa. Raccontando gli artisti. Romuald Hazoumé

2

Romuald Hazoumé nasce nel 1962 a Porto Novo, in Benin, dove oggi vive e lavora.

Originario del popolo Yoruba, un vasto gruppo etno-linguistico di circa 40 milioni di persone, pur crescendo in una famiglia di religione cattolica rimane sempre in contatto con la religione Vudù, culto esoterico di cui il Benin è da sempre considerato la culla.

Questa duplice radice culturale trova espressione nel suo lavoro di artista, sia nelle sue maschere che nelle installazioni, e caratterizza la sua intera produzione.

Hazoumé lavora con pittura, scultura e fotografia, ma è la produzione di maschere, iniziata a metà degli anni ottanta, che lo porta a farsi conoscere ufficialmente nel mondo dell’arte. La vasta serie di maschere, tuttora in corso, è realizzata con contenitori di plastica di scarto, spesso utilizzati per trasportare riso al confine con la Nigeria e poi scambiati con la benzina nel mercato nero.

“Restituisco all’Occidente ciò che gli appartiene, che significa affermare il rifiuto di una società del consumismo che invade i nostri territori ogni giorno.”

Ogni maschera creata dall’artista rappresenta una persona reale o uno stereotipo che Hazoumé ha osservato e poi ritratto e rivela la visione critica di Hazoumé sulla società e sulle questioni legate alla globalizzazione.

in mostra il suo lavoro potrà essere letto sulle tracce della #IntrospezioneIdentitaria

che accomuna artisti engagé, con un profondo attaccamento alla loro origine, che mettono in discussione post-colonialismo,  guerre e i genocidi,  problematiche legate all’ambiente, all’AIDS, alla povertà, alla corruzione politica e alla questione del petrolio.

Hazoumé ha partecipato alla Biennale de Lyon e alla Biennale di Gwangju (entrambe 2000), nonché alla terza Biennale d’Arte Contemporanea presso il Museo Garage per l’Arte Contemporanea di Mosca (2009).  Ha inoltre ottenuto il premio Arnold Bode per la sua partecipazione a documenta 12 (2007). Le sue opere si trovano in numerose collezioni pubbliche come il British Museum di Londra; il Musée Barbier-Mueller di Ginevra; la Fondation Zinsou di Cotonou, in Benin.