Zhang Huan_PAC 2010

ZHANG HUAN 2010

Zhang Huan_PAC 2010

ZHANG HUAN: ASHMAN
Dalla cenere raccolta nei templi opere monumentali che evocano antiche spiritualità
a cura di Elena Geuna
7 luglio 2010 – 12 settembre 2010

Estate 2010. Zhang Huan: Ashman la prima retrospettiva europea di Zhang Huan, a cura di Elena Geuna.
La mostra, prima personale in un’istituzione pubblica italiana, ripercorre l’intera ricerca artistica di Zhang Huan riunendo 42 opere provenienti da importanti collezioni internazionali: dalle sue performance di inizio anni Novanta alle sue più recenti opere realizzate con la cenere (come le sculture giganti Buddha Hand, Peace 1 e Berlin Buddha o gli Ash paintings) e altri lavori tra i più significativi della sua intera produzione artistica.

Ashman è l’eroe che porto nel cuore, la personificazione di molti desideri e anime molteplici. Ashman sogna, sostiene la giustizia, definisce un nuovo ordine internazionale, persegue la pace per sconfiggere la guerra terroristica, interagisce con la Terra in maniera ecosostenibile, rende l’umanità più pacifica, più libera. Porterà a Milano una profonda, universale, armonia per l’umanità.
Zhang Huan

Il percorso della mostra riflette sul tema della spiritualità, tema centrale della sua poetica e della sua vita.
Le sue opere prendono vita dall’intrinseco legame tra pratiche spirituali buddhiste ed alcune tecniche tradizionali cinesi, fonti iconografiche e culturali da cui l’artista prende ispirazione, unite ad una estrema versatilità espressiva, propria della contemporaneità. Performance, fotografia, scultura, video, pittura sono in Zhang Huan strumenti per recuperare le proprie radici e le tradizioni della cultura cinese, esprimendo un rapporto intimo con il passato, con la natura, con la storia e con se stesso. Nelle opere di Zhang Huan si ritrovano le antiche tecniche dell’intaglio e della calligrafia, la pratica religiosa di bruciare l’incenso, la scultura in ferro battuto, la raffigurazione di Buddha e di parti sacre del suo corpo, la riproduzione fedele della natura, l’iconografia popolare di propaganda Comunista.

Le opere di Zhang Huan sono presenti nelle collezioni dei più importanti musei al mondo, come The Museum of Modern Art, Salomon R. Guggenheim Museum e il Metropolitan Museum a New York; lo S.M.A.K. Museum a Gent, Belgio; il Centre Georges Pompidou a Parigi; l’Hara Museum of Contemporary Art di Tokyo e l’Israel Museum di Gerusalemme.

Yayoi Kusama_ PAC 2009

YAYOI KUSAMA 2009

Yayoi Kusama_ PAC 2009
YAYOI KUSAMA
Dalla cultura hip hop alla generazione “pop up”
a cura di Akira Tatehata
13 novembre 2009 – 7 febbraio 2010

Novembre 2009. Attraverso circa 50 opere, la mostra al PAC conduce ai fulcri su cui è disegnata l’esposizione e l’intera produzione di Yayoi Kusama: l’odio/amore per il controllo, appunto, ma anche il fare manuale e la creatività in generale come antidoto all’ansia.
La mostra si compone di installazioni ambientali, quadri e sculture oggettuali. Tutte le opere sono di grande formato, le dimensioni delle sculture sono imponenti.
Persa dentro a un puntino e moltiplicata da muri di specchi: è così che vediamo Yayoi Kusama, la più importante artista giapponese vivente.
Lo spettatore si trova all’interno di un ambiente oscurato, nel quale sono stati distribuiti punti di colore illuminati – un modo per rendere appariscente e allucinato un semplice locale domestico – o a percorrere i quadri nei quali l’artista dipinge con maniacalità i suoi cerchietti e riempie scatole, scarpe, contenitori improbabili di piccole forme inquietanti, come microrganismi che ci assediano e come piccole escrescenze che crescono senza controllo.

Malgrado abbia girato film, redatto riviste e partecipato ad attività sperimentali di ogni tipo, il suo lavoro è ampiamente riconoscibile per l’utilizzo di pallini, reticoli, specchi e tutto ciò che mette in crisi la percezione, comunicando il suo disagio con opere che generano da una parte un vissuto giocoso, dall’altra una perdita dell’orientamento.

Vanessa Beecroft_PAC 2009

VANESSA BEECROFT 2009

Vanessa Beecroft_PAC 2009

VANESSA BEECROFT
a cura di  Giacinto Di Pietrantonio
17 marzo – 5 aprile 2009

Marzo 2009. Il PAC ospita una monografica dell’artista Venssa Beecroft.
La mostra si compone in due parti: una nuova performance dal titolo VB65 appositamente ideata per il PAC e 16 video di sue passate performances, tra cui le più recenti VB61 e VB62, ma anche alcune dei suoi esordi come VB16 e VB35, rieditate su dvd e proposte al pubblico in anteprima mondiale. Un’occasione inedita per vedere insieme un così nutrito gruppo di suoi lavori, molti dei quali mai mostrati prima.

Vanessa Beecroft ha proposto al mondo dell’arte una serie di performance che affondano le radici nella pittura e nella scultura antica, scegliendo e prendendo per questo all’inizio, ma non solo, performer dalla strada, non alla stregua del neorealismo del cinema italiano, ma piuttosto ispirandosi alla fase successiva, a quel realismo pittorico che fu di Pier Paolo Pasolini. Difatti, le modelle, quasi sempre tutte donne, venivano impiegate anche per fare un commento sul consumo del corpo femminile nella società dello spettacolo contemporaneo che del corpo e della sua estetica ha fatto il centro della riflessione sociale.

 

La performance VB65 al PAC

I drammi dell’immigrazione sono al centro di VB65, la prima performance in cui l’artista utilizza solo uomini. Venti immigranti africani stanno seduti a una tavola trasparente di dodici metri come a un’ultima cena, con abiti da sera, smoking, vestiti formali neri eleganti, ma a volte fuori misura, strappati, impolverati o vecchi. Di fronte a un pubblico di invitati mangiano carne e pane nero senza piatti, senza posate, e bevono acqua e vino. I commensali siedono silenziosamente durante la performance. Il pubblico appare come ospite non invitato alla loro cena. Mangiano cibo intero, non tagliato. L’immagine ha una sacralità ben evidente e chiari riferimenti pittorici, ma ci rimanda anche alla cruda realtà che questi uomini vivono ogni giorno nel nostro Paese. Il PAC appare come la loro casa in cui noi saremo gli ospiti che non si siedono con loro. Questi uomini sono veri immigrati che arrivarono dall’Africa a bordo di una barca.

 

Robert Indiana_PAC 2008

ROBERT INDIANA 2008

Robert Indiana_PAC 2008

ROBERT INDIANA A MILANO
4 luglio – 14 settembre 2008

Estate 2008. Il Comune di Milano, in collaborazione con la galleria Gmurzynska di Zurigo presenta al PAC una mostra dedicata a Robert Indiana, uno dei più noti e celebrati esponenti dell`arte contemporanea statunitense. Nonostante la sua fama Robert Indiana ha avuto in Italia pochissime occasioni espositive e la mostra al PAC rappresenta un’opportunità unica per apprezzare la complessità di un artista il cui corpus di opere è stato ingiustamente messo in secondo piano dalla straordinaria notorietà del suo lavoro più celebre: la scritta tridimensionale LOVE.

Le opere esposte al PAC permettono di ripercorrere la carriera dell´artista nel suo complesso  e presenta, accanto ai suoi dipinti,gli assemblaggi, le colonne percorse da brevi iscrizioni, per giungere infine alle recenti tele in cui le lettere sono sostituite da ideogrammi, a dimostrazione di una inesausta capacità di rinnovamento e sensibilità sociale.

La grande forza comunicativa accomuna l’opera di Robert Indiana in tutte le sue declinazioni.
L´interesse per la tipografia rappresenta il trait d’union fra l’artista e la tradizione artistica statunitense del Novecento e in particolare a uno dei suoi pittori più rappresentativi: Charles Demuth.
L’apparente immediatezza di Indiana nasconde infatti una straordinaria ricchezza di significati e rimandi alla cultura americana in tutti i suoi aspetti: alla sua storia, alla sua letteratura, alla sua cultura sociale, antropologica e visiva.
Un esempio molto interessante di tale stratificazione di significati è rappresentato al PAC da Decade Autoportrait 1968, del 1972.
In occasione di un’intervista al New York Times nel dicembre 2002, Indiana disse: “Ci sono piú segni che alberi in America. Ci sono più segni che foglie. Per questo penso a me stesso come a un pittore del paesaggio americano”.

 

Street Art, Sweet Art_PAC 2007

STREET ART SWEET ART 2007

Street Art, Sweet Art_PAC 2007
STREET ART, SWEET ART
Dalla cultura hip hop alla generazione “pop up”
a cura di  Alessandro Riva
8 marzo – 9 aprile  2007

Primavera 2007. Una trentina dei talenti più interessanti della street art italiana vengono presentati al PAC in una mostra che è insieme un punto d’arrivo e un punto di partenza per molti di loro. Sospesi tra la necessità di adeguare i loro lavori agli spazi puliti e formalmente asettici del museo e la freschezza di opere concepite, sempre e comunque, per la strada, questi artisti mostrano l’altra faccia dell’arte degli anni a venire: un’arte che si nutre di un’estetica diffusa che ha le sue radici nel writing storico e nel mito della bomboletta spray, ma anche di idee nuove e di nuove forme di comunicazione, dagli stickers agli stencils e alle tante forme di “disordinazione urbana” presenti ormai ovunque nelle città di oggi.

Considerata per anni un semplice prodotto della sottocultura di massa, la tradizione del graffitismo, del writing e della Street Art intesa nel suo senso più allargato è arrivata a irrompere con forza sulla scena artistica “ufficiale”.

Oggi anche in Italia sta emergendo una nuova generazione di artisti, disincantata e “aperta”, che ha fatto naturalmente suoi gli elementi della cultura hip-hop americana: è una generazione figlia dei fumetti manga, del cinema di genere, e della televisione, con la convinzione che per arrivare a colpire l’immaginario collettivo si può (o si deve) nuovamente passare per il mezzo più semplice e più diretto possibile: la strada.

Gli artisti presenti in mostra sono: Atomo, Airone, KayOne, Rendo, Mambo, Led, Basik, Joys, Dado e Stefy, Marco Teatro, Eron, Wany, Pho, Rae Martini, Cano, Microbo, Bo 130, Blu, Ericailcane, Ozmo, Abbominevole, Pao, Pus, Bros, Ivan, Tv Boy, Sonda, Aris, Sea, Dem, Nais, Gatto, Professor Bad Trip.

Andres Serrano_PAC 2006

ANDRES SERRANO 2006

Andres Serrano_PAC 2006

ANDRES SERRANO
IL DITO NELLA PIAGA
a cura di Oliva María Rubio

THE MORGUE
a cura di Alessandro Riva
14 ottobre – 26 novembre 2006

Ottobre 2018. In occasione della seconda edizione della Giornata del Contemporaneo, il PAC celebra l’estro creativo di un grande interprete dei nostri tempi – Andres Serrano – con un duplice appuntamento: la mostra Il dito nella piaga, a cura di Oliva María Rubio, in collaborazione con La Fábrica di Madrid, con una selezione di alcune delle sue più significative fotografie degli ultimi vent’anni, e la mostra The Morgue, a cura di Alessandro Riva e realizzata in collaborazione con Tomaso Renoldi Bracco, che presenta dieci lavori inediti dell’artista tratti dalla controversa omonima serie fotografica del 1992. Immagini macabre e scioccanti a lungo tenute nascoste per volere dello stesso artista e che ora vengono presentate per la prima volta, in esclusiva assoluta, a Milano.
Artista maledetto e grande provocatore: questa l’immagine che Serrano ha sempre dato di sé. In realtà, ad un’analisi più approfondita, la sua opera appare complessa e ricca di sfumature. Genio ribelle per eccellenza, Serrano esprime la sua critica nella sottile dicotomia che sottende le sue immagini fotografiche, patinate e perfette, terrificanti e trasgressive, rifiutando le finzioni del mondo contemporaneo e illustrandone i turbamenti interiori e le manie.

“Credo che sia necessario cercare la bellezza anche nei luoghi meno convenzionali o nei candidati meno insospettabili. Se non incontro la bellezza non sono capace di scattare alcuna fotografia”.

Andres Serrano

Dai suoi esordi – agli inizi degli anni ottanta – fino ai giorni nostri, le fotografie di Andres Serrano (New York, 1950) non hanno mai smesso di rappresentare i temi più controversi e polemici del convulso mondo in cui viviamo. La religione, il fanatismo, la corporeità, la xenofobia, la malattia e la morte, sono stati oggetto della sua meticolosa attenzione in serie come Bodily Fluids, The Morgue, Nomads, Ku Klux Klan, The Church, A History of Sex…Ciò che sembra una forma di provocazione si manifesta come una vocazione: quella di trattare temi e problematiche che ci riguardano come esseri umani attraverso immagini che si distinguono, inoltre, per la loro bellezza. La bellezza è una componente essenziale del lavoro di Serrano. Attraverso di essa, l’artista intensifica la tensione che seduce lo spettatore con il fascino proibito dei temi tabù.

LESS_PAC 2006

LESS 2006

LESS_PAC 2006

LESS
STRATEGIE ALTERNATIVE DELL’ABITARE
a cura di Gabi Scardi
5 aprile – 18 giugno 2006

Aprile 2006. La mostra LESS – Strategie alternative dell’abitare, documenta il grande spazio che la questione dell’abitare ha avuto nell’ambito della ricerca degli ultimi decenni e gli approcci diversi adottati da alcuni artisti internazionalmente noti. Da tempo, muovendosi tra micro-architettura e macro-design, essi indagano questo tema cercando di prefigurare, attraverso la progettazione di nuove modalità del vivere, un diverso, più sostenibile assetto del mondo.
Trasformandosi in costruttore e prefigurando simbolicamente il mondo di domani, l’artista esprime infatti anzitutto la necessità di strategie e di scommesse progettuali per uno sviluppo collettivo.

Lo spazio abitativo è da un lato esigenza elementare, dall’altro catalizzatore di bisogni e di desideri. Per questo i temi della casa e dell’abitare attraversano ampiamente la ricerca artistica contemporanea e costituiscono campi di riflessione privilegiati per molti artisti che ambiscono ad affrontare criticamente la complessità della nostra società sin nelle sue istanze più cruciali ed urgenti.
Questi temi consentono loro di esprimere le profonde contraddizioni e le aspirazioni fondamentali del presente, l’attuale tensione tra senso di appartenenza e senso di estraneità, tra necessità di riappropriazione e necessità di salvaguardare le differenze.
Numerosi artisti danno così forma a modelli abitativi in cui senso e funzione non risultano separati. Si tratta di situazioni di carattere provvisorio o permanente, privato o pubblico. In molti casi si tratta di spazi flessibili, polifunzionali, ad assetto variabile, adatti a situazioni di mobilità, eventualmente di crisi o di emergenza.

Sono esposte le installazioni di Vito Acconci, Keren Amiran, Siah Armajani, Atelier Van Lieshout, Mircea Cantor, Jimmie Durham, Carlos Garaicoa, N55, Lucy Orta, Maria Papadimitriou, Marjetica Potrč, Michael Rakowitz, Luca Vitone, Dré Wapenaar, Krzysztof Wodiczko, Silvio Wolf, Wurmkos, Andrea Zittel.

 

Antonin Artaud_PAC 2005

ANTONIN ARTAUD 2005

Antonin Artaud_PAC 2005

ARTAUD
VOLTI / LABIRINTI
a cura di Jean-Jaques Label, Dominique Païni
6 dicembre 2005 – 12 febbraio 2006

Dicembre 2005. Sotto il titolo ARTAUD, Volti / Labirinti il PAC presenta un “montrage” – dalle parole francesi montage (montaggio) e montrer (mostrare) – multimediale dedicato all’artista/poeta/attore e regista teatrale Antonin Artaud (1896-1948), considerato una delle personalità più sovversive della sua epoca. Nel mondo contemporaneo, Artaud esercita un’influenza rimarchevole non solo negli ambiti dell’arte, della letteratura, del teatro e del cinema, ma anche nel campo della cultura psichiatrica. Si può dire che abbia rivoluzionato e ridefinito le nozioni stesse di cultura, linguaggio, salute mentale e arte teatrale.
Questo “montrage”, concepito da Jean-Jacques Lebel e realizzato con la partecipazione di Dominique Païni, offre una visione complessiva di tutte le attività creative di Artaud, connettendole l’una all’altra e testimoniando la loro stupefacente molteplicità. Accanto ad un’esclusiva selezione di disegni – fra i quali figura un buon numero di autoritratti – di preziosi manoscritti, di lettere, di documenti a stampa, di fotografie, vi saranno anche alcuni ritratti di Artaud eseguiti dai suoi amici: Jean Dubuffet, Man Ray, Balthus, Eli Lotar, Armand Salacrou, Denise Colomb, Georges Pastier, per citarne alcuni. Una sezione a parte è dedicata al rapporto tra Artaud e il teatro.

Un’installazione di Jean-Jacques Lebel ricostruisce la stanza dell’ospedale psichiatrico di Rodez dove, a partire dal 1943, Artaud è stato sottoposto, su decisione del medico primario dell’istituto, a cinquantuno sedute di elettroshock che gli hanno procurato una sofferenza indicibile, oltre a fratturargli una vertebra lombare. La tragedia della schizofrenia – una tragedia che è insieme personale e sociale, e che generalmente viene censurata dalle istituzioni museali – trova qui la rilevanza che le spetta.
A tutto ciò si aggiunge il repertorio completo – per la prima volta in Italia – delle ventidue apparizioni cinematografiche di Artaud, presentato da Dominique Païni con un complesso sistema di schermi che riflettono gli uni sugli altri i ruoli interpretati da Artaud, dando vita a un magma incandescente.
Un’attenzione particolare è riservata ai suoi testi, compresi quelli scritti nella lingua di sua invenzione, sotto l’egida del filosofo Gilles Deleuze che dell’opera di Artaud ha fornito una lettura innovatrice.

Questa mostra di un genere inconsueto, o piuttosto questo montrage positivo, ha l’ambizione di rendere omaggio a un pensiero che occupa una posizione di estrema rilevanza nella cultura della nostra epoca.

 

Arte Religione Politica_PAC 2005

ARTE RELIGIONE POLITICA 2005

Arte Religione Politica_PAC 2005

ARTE RELIGIONE POLITICA
Incontri ravvicinati dai cinque continenti
a cura di Jean-Hubert Martin
8 luglio – 18 settembre 2005

Estate 2005. Il PAC propone una mostra dedicata ad Arte religione politica, curata da Jean-Hubert Martin. Le tre principali espressioni delle culture e delle civiltà umane sono rappresentate in un’unica esposizione, che vedrà la partecipazione di numerosi artisti provenienti da tutti e cinque i continenti. Un’introduzione sulle radici storicamente cristiane dell’arte occidentale, concentrata nella prima sala, è affidata alle opere di sei grandi protagonisti della scena contemporanea: Joseph Beuys, Dan Flavin, Lucio Fontana, Yves Klein, Hermann Nitsch e Antoni Tàpies.
Nelle sale successive sono esposti i lavori di interessanti e soprattutto eterogenei artisti di culture lontane dalla nostra, non solo geograficamente, ma anche ideologicamente. Ogni cultura contiene un miscuglio di intuizioni profonde, di sapere accumulato da millenni, di saggezza popolare, di valori etici e di credenze spirituali. Il duo francese Art Orienté objet (Benoît Mangin e Marion Laval-Jeantet) votato alla denuncia del cinismo umano; il cubano José Bedia, creatore di un antropomorfismo afro-cubano; l’ivoriano Frederic Bruly Bouabré impegnato a svelare l’Africa oltre ogni confine; il brasiliano Mestre Didi, leader spirituale della comunità Nagô; la dominicana Charo Oquet, studiosa di cosmogonie animiste; il giapponese Kazuo Shiraga, monaco buddista del gruppo Gutai; il beninese Cyprien Tokoudagba coinvolto nell’adattamento su tela di primitivi murales; quattro esponenti dell’ancestrale arte aborigena australiana – Anatjari Tjakamarra, Old Walter Tjampitjinpa, Ronnie Tjampitjinpa, Mick Namarari Tjapaltjarri – e, sempre dal deserto australiano, i Warlukurlangu, associazione di artisti dello Yuendumu. L’arte si arricchisce per integrazioni e contatti tra realtà diverse, a testimonianza dell’ormai superata convinzione di un orientamento “occidentale-centrista” della cultura umana.

Tutti gli artisti portano al PAC una selezione di loro lavori, alcuni dei quali molto spettacolari, che rimandano al problematico rapporto tra arte, religione e politica, vissuto da questi nuovi protagonisti dell’arte contemporanea in modi diversi. José Bedia e Charo Oquet allestiscono per l’occasione anche due installazioni site specific.

 

Christian Boltanski_PAC 2005

CHRISTIAN BOLTANSKY 2005

Christian Boltanski_PAC 2005

ULTIME NOTIZIE
Christian Boltanski
a cura di Jean-Hubert Martin
18 marzo – 12 giugno 2005

Primavera 2005. Christian Boltanski presenta al PAC una mostra dedicata alla dimensione temporale, al trascorrere del tempo e alla sua percezione.
Le opere presenti sono state costruite per permettere al visitatore di entrare in contatto con la personale elaborazione estetica del concetto di tempo elaborata da Boltanski durante tutta la sua attività artistica: non sviluppo storico, ma fragile e instabile passaggio, fine inesorabile e scorrere decadente.
Opere che si focalizzano sull’ultimo grande dubbio dell’uomo, che sprofondano nella paura della fine, sempre minacciosa all’orizzonte. E’ la sensazione del passaggio, della precarietà effimera dell’esistenza, è la domanda insoluta sul senso della nostra presenza.

Nella mostra vengono affrontati due temi fondamentali per tutto il genere umano:

  • il trascorrere del tempo è percepibile con forza e crudezza in diversi modi, dall’opera sonora Horloge Parlante che con una voce sintetizzata scandisce ininterrottamente l’orario, all’opera video Entre temps che propone in sequenza le immagini fotografiche del volto di Boltanski nelle diverse tappe della sua vita, o ancora dal video interattivo 6 septembre che ci presenta ad alta velocità consequenziale i fatti accaduti ogni 6 settembre, giorno di nascita dell’artista, con possibilità però di selezionarne uno da analizzare, da ricordare. I suoi lavori tendono essenzialmente a richiamare alla mente il passato, evidenziandone le tracce e l’azione sacralizzante;

  • il tema della scomparsa, della morte viene evocato non solo da fotografie, ma anche dall’inequivocabile e lapidaria opera TOT (“morto” in tedesco) scritta a parete con l’impiego di lampadine luminose.

Il tempo – che siano pochi giorni o una vita intera – avvalora l’intento di documentare la realtà quale essa sia, comune, quotidiana, ripetitiva, assumendo il sapore della Memoria.
Una mostra quindi di grande impatto, una sorta di memento mori dove la verità apparente delle cose fatta di istantaneità e transitorietà si ribalta nel suo opposto complementare e immerge i visitatori nell’implacabile fluire del tempo. Un trascorrere leggibile però solo attraverso la lente soggettiva del Ricordo.

 

Spazi atti_PAC 2004

SPAZI ATTI 2004

Spazi atti_PAC 2004

SPAZI ATTI
7 artisti italiani alle prese con la trasformazione dei luoghi
a cura di Roberto Pinto
12 novembre 2004 – 20 febbraio 2005

Novembre 2004. Organizzata nell’ambito della direzione artistica di Jean-Hubert Martin, la mostra è curata da Roberto Pinto e propone opere di Mario Airò, Massimo Bartolini, Loris Cecchini, Alberto Garutti, Marzia Migliora (con la collaborazione di Riccardo Mazza), Luca Pancrazzi e Patrick Tuttofuoco, sette artisti che lavorano intorno al concetto di spazio sensibile, da fruire mediante i sensi, da vivere e abitare. Nell’esposizione si tiene conto di differenti approcci a questo aspetto della ricerca e vengono realizzate installazioni ad hoc che riflettono il modo di costruire la percezione dello spazio e dei luoghi ed interagiscono con la struttura espositiva. Il PAC vede pertanto alternarsi spazi reali, risultato di vere e proprie costruzioni ideate dagli artisti trasformando gli ambienti preesistenti, a spazi virtuali creati con luci suoni e odori.

Alberto Garutti in questa esposizione ha un’opera da una presenza talmente discreta da risultare percepibile solo al calar della notte.
Luca Pancrazzi rivolge il proprio interesse tra interno ed esterno che sfocia nell’illusione.
Massimo Bartolini fa appello a tutti i nostri sensi e qui nello specifico all’odorato: per confinare il profumo ricorre ad una porta girevole.
Loris Cecchini si appropria invece di un abitacolo mobile che trasforma grazie alla luce.
Mario Airò suggerisce invece lo spostamento dello spazio con un’installazione minimale.
Marzia Migliora immerge il visitatore in un’atmosfera di violenza servendosi del suono: alcuni piedi sbattono violentemente sul pavimento.
Infine Patrick Tuttofuoco lancia un segnale inatteso da alcuni alberi del parco di fronte al PAC.

 

Kimsooja_PAC 2004

KIMSOOJA 2004

Kimsooja_PAC 2004

KIMSOOJA
CONDITIONS OF HUMANITY
a cura di Jean-Hubert Martin
24 giugno – 19 settembre 2004

Giugno 2004: il PAC torna a parlare orientale.

La mostra di Kimsooja, sotto la direzione artistica di Jean-Hubert Martin, è la prima importante personale tenuta dall’artista coreana in Italia.
Le sue opere, estremamente poetiche e al tempo stesso contemplative, attingono al background culturale della sua terra d’origine e il tema centrale di molte di esse verte sul ruolo dell’essere umano nel mondo globalizzato. Dagli anni ottanta il cucito, attività appresa al fianco della madre, è divenuto l’elemento essenziale del lavoro di Kimsooja consentendole di passare dalla superficie bidimensionale della pittura alla tridimensionalità degli oggetti. I Bottari, fagotti di tessuto realizzati a partire dal 1992 con coperte e vestiti usati, costituiscono ormai un elemento tipico del suo lavoro.

L’esposizione di Kimsooja al PAC include, oltre a diverse proiezioni video, la grande installazione A Laundry Woman (Lavandaia), 2000, nella quale tessuti tradizionali coreani, grandi e coloratissimi, con dei ricami dai motivi simbolici, sono fissati su sottili fili metallici tesi lungo il parterre del padiglione, come panni messi ad asciugare. Il visitatore è invitato ad aggirarsi fra i tessuti, che ondeggiano lievemente al passaggio, e a sperimentarne, da vicino e tangibilmente, la bellezza, la delicatezza e la grande energia cromatica.
Nella video installazione A Needle Woman (Donna-ago), 1999-2001, è l’artista stessa ad “agire” come la punta di un ago. Kimsooja rimane immobile in mezzo alla folla dei passanti di metropoli come Shanghai, Tokyo, New York o New Delhi, costringendo di conseguenza le fiumane di gente ad aggirarla e a deviare. Negli otto schermi della video installazione, esposta al PAC in due sale, l’artista si presenta di spalle e il visitatore può vedere i volti e le diverse reazioni delle persone che la evitano mentre, idealmente, le strade delle diverse città sembrano convergere al centro delle stanze.
Le attività dell’artista coreana, viaggi ed esposizioni, possono essere interpretate come una costante tessitura di nuove relazioni. Kimsooja: “È la punta dell’ago a penetrare il tessuto, e noi possiamo unire due diversi lembi di stoffa con il filo che passa per la cruna dell’ago. L’ago è un’estensione del corpo, il filo è un’estensione della mente. Nel tessuto rimangono sempre le tracce della mente, invece l’ago abbandona il campo non appena terminata la sua mediazione. L’ago è medium, mistero, realtà, ermafrodita, barometro, un momento, e uno Zen.”

Kimsooja ha rappresentato la Korea alla 24° Biennale di San Paolo nel 1998 e alla 55° Biennale di Venezia nel 2013; ha partecipato a più di 30 biennali e triennali in ambito internazionale. ha esposto con una personale al MoMA, al Cristal Palace di Reina Sofia, al Museo di Arte Contemporanea di Lione, al Guggenheim di Bilbao, al Centre Pompidou Metz.

Long-Mashe_PAC 2004

RICHARD LONG – JIVYA SOMA MASHE 2004

Long-Mashe_PAC 2004

RICHARD LONG – JIVYA SOMA MASHE
Un incontro in India
a cura di Hervé Perdriolle
18 marzo – 6 giugno 2004

Marzo 2004. Il progetto, nato da un incontro in India fra il celebre esponente della land art Richard Long e il maestro dell’arte tradizionale della tribù warli, Jivya Soma Mashe, è curato dallo scrittore e critico d’arte Hervé Perdriolle, vissuto in India per molti anni.

Richard Long, nel febbraio del 2003, ha soggiornato nello stato di Maharashtra, ha visitato diversi villaggi e conosciuto Jivya Soma Mashe e la gente della tribù warli. Durante questo soggiorno, ha realizzato sul territorio indiano diversi interventi documentati in una serie di fotografie esposte nella mostra. I due artisti, altamente apprezzati nelle rispettive culture, non hanno però potuto comunicare con le parole, in quanto Mashe parla solo la lingua warli, e lo hanno fatto soprattutto attraverso la loro arte.
Il dialogo artistico instauratosi fra le opere create in India da Richard Long –  che ha utilizzato materiali naturali quali riso, cenere, acqua, spezie o disegnato con la terra forme archetipiche – e i dipinti narrativi di Mashe eseguiti con sterco di mucca e acrilici, continua nella mostra allestita nelle sale del PAC. Nonostante le loro differenze, le opere dei due artisti rivelano al visitatore un linguaggio formale affine. Per esempio, cerchi e spirali ricorrono costantemente sia nei dipinti di Mashe che nelle installazioni di Long. Mashe e Long sono inoltre accomunati da un senso di rispetto e da una sensibilità estremi nei confronti della Terra, del paesaggio e della natura. E c’è un altro elemento che questi due artisti appartenenti a culture così diverse condividono: usando i mezzi dell’arte, essi gettano un ponte fra il tempo e lo spazio, fra il passato e il presente.

La mostra presenta, di Jivya Soma Mashe, una serie di opere su carta e dipinti su tela, datati fra il 1997 e il 2003, realizzati con pittura acrilica bianca e sterco. Di Richard Long sono esposti lavori di ampie dimensioni, realizzati con fango e pittura acrilica su pannelli di legno, datati 2003, e una serie di opere fotografiche legate al lavoro realizzato dall’artista durante il soggiorno in India. Long, inoltre, esegue per lo spazio milanese alcune opere ad hoc. Accanto alle opere citate viene proiettato il film/documentario “Stones and Flies. Richard Long in the Sahara” girato nel 1988 dal regista Philippe Haas.

 

Laurie Anderson_PAC 2003

LAURIE ANDERSON 2003

Laurie Anderson_PAC 2003

THE RECORD OF THE TIME
Le opere sonore di Laurie Anderson
a cura di Suzanne Landau
11 novembre 2003 – 15 febbraio 2004

 

Novembre 2003. Con la mostra The Record of the Time il PAC rende omaggio alla multiforme produzione della musicista e artista newyorkese Laurie Anderson, icona dell’arte multimediale, in quella che è la sua prima retrospettiva in Italia.
L’esposizione comprende circa novanta opere sculture, oggetti, disegni, fotografie e installazioni che interagiscono e si coniugano con una straordinaria presenza visiva del suono.
Laurie Anderson, che si autodefinisce una “narratrice”, crea installazioni in cui abbina poesie e canzoni, collage di suoni e musica, basandosi su episodi della propria vita, sui suoi sogni, su poemi, miti e leggende.

Mi sono concentrata soprattutto sulla musica e sulla performance. Ho sempre combinato diverse forme artistiche. [...] Le opere presentate nella mostra The Record of the Time riflettono soprattutto il lavoro che ho fatto con il suono e il rumore. Ci sono numerosi motivi conduttori: il violino, la voce, le parole, spazi sonori e alter ego.

Laurie Anderson

Una caratteristica dell’opera di Laurie Anderson è il suo speciale cocktail di teatro, musica pop, azione e immagini, elementi che vengono miscelati elettronicamente con l’uso del computer e che danno origine a performance e installazioni audiovisive spettacolari, producendo un universo molto personale di immagini e suoni.
In alcune installazioni interattive presentate nella mostra i visitatori hanno l’opportunità di esplorare “fisicamente” il mondo dell’artista: Handphone Table (1978) per esempio, invita a percepire i suoni lungo le ossa delle braccia. Altre esperienze audiovisive sono proposte dalle opere Tape Bow Violin del 1977 e Neon Violin (1983) basata sullo strumento così spesso usato da Laurie Anderson da diventare per lei una sorta di “seconda voce”; uno strumento di cui l’artista ha alterato e manipolato elettronicamente il suono in ogni maniera possibile.

Laurie Anderson esordisce come performer nel 1972, con un concerto di clacson. Dalla metà degli anni settanta si dedica alla performance, lavorando con la musica e il suono. A Londra, nel 1981, la sua canzone “0 Superman” giunge in testa alle classifiche e diventa un successo a livello internazionale. Negli anni seguenti l’artista presenta performance sempre più complesse e lavora in collaborazione con registi cinematografici a musicisti come Brian Eno, Wim Wenders e Peter Gabriel, realizzando fra l’altro il film-concerto “Home of the Brave”. Nei primi anni novanta il suo lavoro assume una connotazione più politica e parecchie sue creazioni affrontano i temi della violenza, del conflitto e della censura.

Double dress_PAC 2003

DOUBLE DRESS 2003

Double dress_PAC 2003

DOUBLE DRESS
Yinka Shonibare un artista nigeriano/britannico
a cura di Suzanne Landau
26 giugno – 14 settembre 2003

Estate 2003. La mostra è organizzata dall’Israel Museum di Gerusalemme ed è curata da Suzanne Landau. L’edizione italiana, presentata al PAC, prevede 18 opere tra grandi installazioni di pittura, sculture e fotografie datate fra il 1994 e il 2001. Le opere provengono dall’Israel Museum di Gerusalemme, dalla Stephen Friedman Gallery di Londra, da collezioni private e da musei europei e americani, come la Tate Gallery di Londra e l’MCA di Chicago.

Nato nel 1962 a Londra, Yinka Shonibare è vissuto in Nigeria fino all’età di 18 anni trasferendosi poi a Londra per studiare. Nella sua ricerca si è rivolto con ironia alle tematiche legate all’identità culturale: dal dandy dalla pelle nera agli astronauti e agli alieni vestiti con stoffe a colori pseudo africani, l’artista è alla ricerca dell’elemento provocatorio e destabilizzante, che inneschi la riflessione sulla prospettiva da cui abitualmente si considera il mondo. Nella sua arte non smettono mai di convivere due anime diversissime: quella profondamente africana e quella anglosassone, occidentale.
I soggetti di Shonibare, guardano spesso, al mondo della moda e del costume, come campo di indagine per rimarcare la contaminazione tra cultura europea ed elementi della tradizione culturale africana: l’artista veste dei manichini con abiti dalla foggia tipicamente occidentale, usando tessuti considerati africani, i batik, che per la loro complessa origine sono la migliore metafora per affrontare criticamente la collisione di due culture.

In altre opere, realizzate con il mezzo fotografico, Shonibare si pone al centro della rappresentazione nelle vesti del Dorian Gray di Oscar Wilde oppure si ispira alla serie A Rake’s Progress di William Hogarth. Il dandy è per Shonibare un leitmotiv, è colui che afferma la sua individualità sfidando il perbenismo della società con il proprio aspetto e atteggiamento.

Ormai noto a livello internazionale, Yinka Shonibare ha presentato nel 1989 a Londra la sua prima mostra personale, per poi esporre presso gallerie private e spazi pubblici in Europa, Stati Uniti, Canada, Sud Africa e Israele. Ha partecipato a importanti esposizioni collettive, come Sensation. Young British Art from the Saatchi Collection (1997) alla Royal Academy of Arts di Londra, oppure Authentic/Ex-centric: Conceptualism in Contemporary African Art nell’ambito della 49° Biennale di Venezia.

As soon as possible_PAC 2003

AS SOON AS POSSIBLE 2003

As soon as possible_PAC 2003
AS SOON AS POSSIBLE. THE CLASS OF MARINA ABRAMOVIC
a cura di Marina Abramovic
6-7 giugno 2003

6-7 giugno 2003. The Class of Marina Abramovic è il nome di un gruppo di giovani artisti della Hochschule fur Bildende Kunste di Braunschweig (Germania) che si è formato sotto la guida di Marina Abramovic.
Al PAC The Class of Marina Abramovic presenta As soon as possibile. Performance loop, una serie di performance “living installations”. I visitatori hanno modo di muoversi nello spazio del PAC, nell’arco delle ore di apertura al pubblico, avvicinandosi ai giovani performer intenti nelle loro azioni’. Il PAC diventa così il luogo di un evento collettivo senza precedenti, non paragonabile alla classica mostra, e fonte di un’esperienza viva e attiva anche per gli spettatori.
A disposizione dei visitatori è presente una documentazione video su altre performance realizzate dal gruppo.

Il progetto presentato al Padiglione d’Arte Contemporanea rientra nella programmazione artistica di Jean-Hubert Martin per il 2003, e nasce da una dall’esperienza fatta dal gruppo The Class of Marina Abramovic allo Spazio Viafarini di Milano. Il successo già riscosso dall’evento, realizzato in forma sperimentale, il suo carattere innovativo e l’interesse attuale per il tema della performance, hanno indotto lo Spazio Viafarini a proporre al PAC una nuova edizione del progetto che, in tal modo, è realizzato in forma più ampia in uno spazio pubblico della città.

Chen Zhen_PAC 2003

CHEN ZHEN 2003

Chen Zhen_PAC 2003

CHEN ZHEN
UN ARTISTA TRA ORIENTE E OCCIDENTE
a cura di Jean-Hubert Martin
28 febbraio – 18 maggio 2003

Febbraio 2003. Il PAC apre il 2003 con una mostra dedicata all’artista cinese Chen Zhen.
La mostra, prima tappa della nuova programmazione curata da Jean-Hubert Martin, critico e storico dell’arte esperto di culture extraeuropee, consiste in circa 70 opere tra installazioni e disegni, provenienti da collezioni private italiane e straniere, e dagli eredi dell’artista.

Nato a Shanghai nel 1955, Chen Zhen è considerato uno dei protagonisti del nostro tempo, che ha fatto della sua opera un esempio di pluralismo nell’arte, condensando nella nozione di “trans-esperienza” il fulcro del suo lavoro.
Il suo linguaggio artistico, che affronta molte questioni, dalla politica internazionale alla vita in sé, lo ha condotto a cercare una sintesi visiva della sua arte dove fosse riconoscibile, innanzitutto da un punto di vista estetico, il bisogno di farsi comprendere in un mondo dalle prospettive diverse da quelle che lo avevano circondato e cresciuto, di mescolare il sapore della sua Cina con quello dei Paesi che andava conoscendo.

Inizialmente orientato sulla pittura, Chen Zhen si è poi concentrato su installazioni di grandi e medie dimensioni, cominciando ad assemblare oggetti tratti dalla vita comune come letti, seggiole, tavoli, vasi da notte, culle e materassi, allestiti in composizioni che li privano della loro originaria funzione.
Al centro della sua ricerca anche l’indagine sul diverso approccio alla medicina in oriente e occidente che emerge in alcune opere incentrate sulla figura del corpo umano e degli organi interni.

In particolare, fra le opere in mostra, sono esposte alcune grandi installazioni ricche di fascino realizzate fra il 1991 e il 2000 con tavoli, sedie, polistirolo, ventilatori, registratori di cassa, tessuti e candele colorate, come Obsession of Longevity, 1995; Un-interrupted Voice, 1998; Human Tower, 1999; Zen Garden, 2000; Lumière innocente, 2000.

 

Utopie quotidiane_PAC 2002

UTOPIE QUOTIDIANE 2002

Utopie quotidiane_PAC 2002

UTOPIE QUOTIDIANE
L’uomo e i suoi sogni nell’arte dal 1960 ad oggi
a cura di Vittorio Fagone e Angela Madesani
23 ottobre 2002 – 19 gennaio 2003

 

Ottobre 2002. Utopie Quotidiane. L’uomo e i suoi sogni nell’arte dal 1960 ad oggi, a cura di Vittorio Fagone e Angela Madesani.

Le opere esposte, circa 100, realizzate da 52 artisti italiani e stranieri, sono testimonianza ed espressione della vita dell’uomo, della sua storia individuale e sociale. La mostra si snoda attraverso un percorso che vede accostati lavori realizzati con le tecniche più svariate, dalla pittura alla scultura, dal video al film d’artista, dalla fotografia all’arazzo. Il fil-rouge che lega gli autori non è una corrente di appartenenza, né una scelta stilistica o una particolare epoca. I lavori, realizzati tra gli anni Sessanta al 2000, testimoniano piuttosto, attraverso percorsi diversi ma talvolta affini, l’aspirazione umana al mito e all’utopia. A partire dalla propria esperienza quotidiana, dalle contraddizioni e dai problemi del proprio universo personale, gli artisti elaborano modelli ideali, appunto utopie quotidiane, che travalicano la quotidianità della loro esperienza e si riflettono sul più ampio mondo esterno. Un’inversione di tendenza si nota, tuttavia, negli anni Novanta e particolarmente in Europa: pur muovendo dalle stesse motivazioni di riflessione e talvolta di disagio, il lavoro degli artisti ritorna il più delle volte ad una dimensione intima.  Al centro rimane, comunque, un tema di grande interesse: l’uomo e la sua visione del mondo.

Artisti in mostra: Vincenzo Agnetti, Michael Badura, Marina Ballo Charmet, Matthew Barney, Gianfranco Baruchello, Bernd e Hilla Becher, Christian Boltanski, Anna Valeria Borsari, Alexander Brodsky, Sophie Calle, Cioni Carpi, Claudio Costa, Thomas Demand, Bruno Di Bello, Erik Dietman, Do Ho Suh, Öyvind Fahlström, Emilio Fantin, Eugenio Ferretti, Hamish Fulton, Maria Cristina Galli, Mauro Ghiglione, Gilbert & George, Roni Horn, Tetsumi Kudo, Ugo La Pietra, Jean Le Gac, Claudia Losi, Fabio Mauri, Giuliano Mauri, Gérald Minkoff, Shirin Neshat, Muriel Olesen, Antonio Paradiso, Luca Maria Patella, Tom Phillips, Anne e Patrick Poirier, Thomas Ruff, Daniel Spoerri, Beat Streuli, Aldo Tagliaferro, Enzo Umbaca, Franco Vaccari, Franco Vimercati, Richard Wentworth, Rainer Wittenborn, Silvio Wolf, Alberto Zanazzo, Michele Zaza.

 

Duane Hanson_PAC 2002

DUANE HANSON 2002

Duane Hanson_PAC 2002
DUANE HANSON. MORE THAN REALITY
30 sculture più vere del vero
a cura di Thomas Buchsteiner, Otto Letze
29 maggio – 1 settembre 2002

Maggio 2002. Il PAC ospita per la prima volta in Italia la più grande retrospettiva dello scultore americano Duane Hanson.
Attraverso le opere esposte, tutte realizzate tra il 1967 e il 1995, il messaggio dell’artista si codifica nella tridimensionalità dei suoi personaggi, individui non specifici, gente comune colta per strada, un mondo malinconico fatto di disincanto e abbandono, ma che riesce a provocare simpatia e sincera emozione: nei luoghi dell’arte, infatti, i racconti di vita di Hanson permettono di identificarci, a prescindere da quanto siano lontani da noi.

Io non riproduco la vita, faccio una dichiarazione sui valori umani. La mia opera si occupa di persone che conducono un’esistenza di pacifica disperazione. Mostro il vuoto, la fatica, l’invecchiamento, la frustrazione. Queste persone non sanno reggere la competitività. Sono gli esclusi, degli esseri psicologicamente handicappati.

Martin Bush, Sculptures by Duane Hanson, Wichita 1985

Duane Hanson per oltre trent’anni si è preoccupato di raccontare la rassegnazione, il vuoto, la solitudine dei ceti medio-bassi americani, traducendo le sue osservazioni in sculture viventi.
“Ma poi ci mettevo sempre dentro un pezzetto di braccio o di naso” così commentava Hanson la propria incapacità di allinearsi alle tendenze artistiche astratte o dell’espressionismo astratto dominanti negli anni della sua formazione.
L’artista crea le sue sculture prendendo a modello casalinghe, operai edili, cameriere, venditori d’auto, custodi, ovvero i rappresentanti dei ceti medi e bassi della società americana, che in queste biografie scultoree evidenziano il “fiato corto” del sogno americano.
Realizza figure a grandezza naturale, partendo da calchi di persone in carne e ossa, sui quali interviene modificandone artisticamente i particolari. La sua ricerca dei soggetti è lenta e accurata, la loro essenza l’ordinarietà. Gli stessi atteggiamenti dei personaggi devono essere naturali, riflettere le loro tipiche attività. Hanson quindi sceglie pose statiche, con il corpo a riposo tra un’attività e l’altra. I suoi soggetti assumono un’aria un po’ sognante, che permette di catturare il loro ripiegamento interiore e la loro malinconia.

Il Futurismo a Milano_PAC 2002

IL FUTURISMO A MILANO 2002

Il Futurismo a Milano_PAC 2002

IL FUTURISMO A MILANO
Anticipazioni per il nuovo museo d’arte moderna e contemporanea
a cura di Emmanuele Auxilia e Fabio Fornasari
22 febbraio – 28 aprile 2002

Febbraio 2002. La mostra presenta 75 opere di diversi futuristi fra i quali spiccano Boccioni, Carrà, Russolo, Balla, Severini, per citare solo alcuni dei firmatari del Manifesto dei pittori futuristi dell’11 febbraio 1910,  circa 40 disegni di Boccioni e Balla, il tutto di proprietà delle collezioni civiche milanesi.
E’ dalla nascita del Movimento Futurista ad oggi che nelle collezioni civiche milanesi sono entrate, attraverso donazioni, lasciti e acquisti, le opere che costituiscono l’esposizione al PAC.
Il nucleo futurista è composto da capolavori che costituiscono l’aggancio ideale per una lettura del novecento che parta dalle opere della sua prima Avanguardia all’Arengario di Piazza Duomo, nel centro di Milano. Nel percorso della mostra, infatti, il Comune di Milano presenta i risultati dell’ideazione del nuovo museo (l’attuale Museo del ‘900), esponendo i disegni e i plastici del progetto di Italo Rota.

Il percorso di questa mostra inizia dalla visita al Quarto Stato, esposto nelle sale al 1° piano della Galleria d’Arte Moderna, proseguendo dentro il  PAC con le opere futuriste allestite a cura di Emmanuele Auxilia e Fabio Fornasari.

Alcune opere in mostra: di Boccioni, il trittico Stati d’animo, 1911 (donazione Canavese, CIMAC), Elasticità, 1912 (Collezione Jucker) e Forme uniche di continuità nello spazio, 1913 (acquistata nel 1934 presso F.T. Marinetti); di Balla Bambina che corre sul balcone, 1912 (Collezione Grassi); l’Autoritratto del ’13 di Mario Sironi (CIMAC); Achille Funi, Uomo che scende dal tram, 1914 (donazione Canavese).

 

Kurt Schwitters_PAC 2001

KURT SCHWITTERS 2001

Kurt Schwitters_PAC 2001

KURT SCHWITTERS (1887 – 1948)
Collages, dipinti e sculture 1914-194
a cura di Luigi Sansone
25 ottobre 2001 – 27 gennaio 2002

Ottobre 2001. Il PAC presenta una grande antologica dedicata a Kurt Schwitters, uno fra i maggiori esponenti del modernismo classico.

“Sono stato messo al mondo da bambino piccolo piccolo. Mia madre mi ha regalato a mio padre perché fosse felice. Quando mio padre apprese che ero un uomo non seppe più contenersi e cominciò a saltellare per la stanza dalla gioia, perché per tutta la vita non aveva desiderato che uomini. Ma la massima gioia per mio padre fu che non fossi un gemello”

Da Das Literarische Werk, a cura di Friedhelm Lach
 

La mostra proposta ripercorre i momenti salienti della sua carriera artistica la cui data chiave è il 1919, quando, sezionando la parola Kommerz, Schwitters diede un nome, Merz, a quella che altri chiamavano la “pittura dell’immondizia”.
Oli, acquarelli, i celebri collages di stampo dadaista, sculture e una ricostruzione del Merzbau, installazione ante litteram, consentono di ricostruire il percorso artistico, originalissimo e anticipatore di Schwitters, la cui opera ha costituito un fondamentale punto di riferimento per molta sperimentazione artistica del secondo dopoguerra, dal neo-dadaismo alla pop art, attraverso gli happening e gli environment, fino alla poesia visiva e fonetica e a certe forme di arte concettuale.
In mostra è anche presente una nutrita documentazione sull’attività grafica di Kurt Schwitters: sono presenti alcune riviste (tra cui vari numeri di “Merz” e “Der Sturm”), la raccolta di poesie Anna Blume, Die Kathedrale, contenente otto litografie, e il volume Dada Almanach.

 

Gillo Dorfles_PAC 2001

GILLO DORFLES 2001

Gillo Dorfles_PAC 2001

OMAGGIO A GILLO DORFLES
a cura di Martina Corgnati
1 marzo – 22 aprile 2001
 

Marzo 2001. Il PAC presenta al pubblico la mostra antologica Omaggio a Gillo Dorfles con l’esposizione di un centinaio di opere dell’artista e critico triestino – eseguite dal 1935 al 2000 – e di diverse opere di alcune grandi figure di riferimento.

La rassegna, a cura di Martina Corgnati, vuole restituire la ricchezza e l’unicità della figura artistica ed Una sezione a parte è riservata all’attività del MAC (Movimento Arte Concreta) e alla partecipazione di Dorfles al movimento: in mostra le preziose cartelle di grafica edite dalla Galleria Salto nel 1948 e 1949 (cartella di 12 stampe a mano, e 24 litografie originali), la cartella di linoleum di Dorfles, Monnet, Veronesi (Salto, 1956), la serie completa dei “Bollettini del MAC” e dei successivi “Documenti d’Arte d’Oggi”, oltre ad alcune opere originali del membri fondatori, Soldati, Munari e Monnet.
Un’altra sezione della mostra è invece riservata agli artisti con cui Dorfles si confronta, direttamente o no, e da cui prende spunto, specie negli anni Trenta e Quaranta, per l’elaborazione del proprio linguaggio pittorico. Un confronto fino ad oggi mai tentato e che conferma l’anomalia della figura di Dorfles nel contesto dell’arte italiana nell’epoca che precede la Seconda Guerra Mondiale e per tutto il decennio successivo; e per contro i suoi legami con i protagonisti del Surrealismo e del Blaue Reiter. In questa sezione trovano posto fra l’altro opere di Klee, Kandinsky, Arp, Sophie Täuber, Matisse, Mirò, Tanguy.  La rassegna è completata dalle edizioni originali di tutti i testi critici e teorici pubblicati da Dorfles, oltre che da una selezione di fotografie e da alcuni video.

 

Sui Generis_PAC 2001

SUI GENERIS 2001

Sui Generis_PAC 2001
SUI GENERIS. DAL RISCATTO ALLA FANTASCIENZA
LA RIDEFINIZIONE DEL GENERE NELLA NUOVA ARTE ITALIANA
a cura di Alessandro Riva
30 novembre 2000 – 11 febbraio 2001

Novembre 2000. Il PAC, nella tradizione che gli è propria di museo aperto alle diverse proposte e interpretazioni dell’arte contemporanea italiana e internazionale, presenta la mostra Sui generis.
Il progetto espositivo, a cura di Alessandro Riva, propone 75 artisti, italiani di nascita o di adozione, per lo più compresi tra i 25 e i 45 anni, ma senza rigide distinzioni generazionali, che operano tra pittura, scultura, fotografia e video, in un incessante rimescolamento di stili e tecniche differenti. Un percorso o, più precisamente, un viaggio simbolico tra quei “generi”, oggi non più riconosciuti come tali.
La mostra Sui generis parte da qui e dal concetto che negli ultimi anni si è assistito a una vera e propria rivoluzione nell’arte italiana ed europea; una rivoluzione silenziosa, che ha avuto come concetto-cardine l’idea del ritorno, e nello stesso tempo della completa ridefinizione, di alcuni generi tradizionali della storia dell’arte (come il ritratto, il paesaggio e la natura morta), oltre che dell’appropriazione di temi e di generi provenienti da altri ambiti linguistici, come la fantascienza e il noir.
La mostra si divide nelle seguenti sezioni: luoghi, scenari futuri, science-painting, still life & feticci (alla moda), Ellroy & Co, contaminazioni, il nuovo ritratto, e peep show.

Gli artisti che hanno preso parte alla mostra sono: Marco Petrus, Giovanni Frang, Andrea Chiesi, Aldo Damioli, Monica Carocci, Marco Neri, Luca Piovaccari, Luca Pignatelli, Ennio Bertrand, Andrea Zucchi, Giacomo Costa, Dany Vescovi, Enrico Lombardi, Andrea Di Marco, Francesco De Grandi, Velasco,  Francesco Scialò, Fulvio Di Piazza, Karin Andersen, Cristiano Pintaldi, Matia, Fabrice De Nola, Ultrapop, Corrado Bonomi, Adrian Tranquilli,  Antonella Mazzoni, Santolo De Luca, Nathalie Du Pasquier, Gianluca Corona, Marco Samoré, Chiara, Annalisa Cattani, Marco Cornini, Antonio Riello, Silvia Levenson, Silvano D’Ambrosio, Omar Galliani, Max Rohr, Alessandro Bazan, Marco Cingolani, Paul Beel, Marzia Migliora, Sergio Ceccotti, Paolo Schmidlin, Simone Racheli, Enrico T. De Paris, Luca Matti, Alex Pinna, Michelangelo Galliani, Luisa Rabbia, Dario Ghibaudo, Vittorio Valente, Paolo Leonardo, Alessandro Papetti, Alberto Castelli, Alfredo Cannata, Leonida De Filippi, Federico Guida, Federico Lombardo, Valentina D’Amaro, Livio Scarpella, Klaus Mehrkens, Stefano Di Stasio, Florencia Martinez, Bernardo Siciliano,  Bianca Sforni, Daniele Galliano, Barbara Nahmad, Giulio Durini, Massimo Giacon, Paola Gandolfi, Nicola Verlato, Paolo Cassarà, Antonella Bersani, Matteo Basilé.

 

La forma del mondo_PAC 2000

LA FORMA DEL MONDO 2000

La forma del mondo_PAC 2000

a cura di Marco Meneguzzo
14 luglio – 15 ottobre 2000

Luglio 2000. La mostra progettata da Marco Meneguzzo, costituisce uno degli eventi più importanti e “pensati” dedicati all’arte contemporanea da un’istituzione pubblica.
Circa trenta artisti della scena internazionale occupano tutto il Padiglione con una sessantina di lavori anche diversissimi tra loro: dalle grandi installazioni progettate espressamente per lo spazio milanese, a piccoli ma significativi segnali di aderenza al tema proposto, come il rarissimo libro di Alighiero Boetti sulla classificazione dei mille fiumi più lunghi.

Il concetto della rassegna parte da una polarità ben presente nel mondo dell’arte d’oggi, sulla figura dell’artista e sulla funzione dell’arte. Il mondo è sempre più complesso, e di conseguenza è sempre più difficile prevedere una “forma” del suo sviluppo, ipotizzare un “progetto” del mondo, come gli artisti erano soliti fare; d’altra parte, se la realtà è tanto complessa da risultare incomprensibile, l’artista può concentrarsi solo sul racconto di se stesso, sulla narrazione e sulla testimonianza della propria soggettività, delle proprie funzioni vitali?
Su questa contrapposizione si basa la mostra: gli artisti producono opere, interpretando la realtà secondo modi che vedono questa opposizione alla base di ogni creazione. Così, la mostra sarebbe un continuo rapporto dialettico tra le due concezioni: il progetto del mondo e la profezia del futuro da un lato, l’eterno presente dell’individuo dall’altro.

Gli artisti: Marina Abramovic, Alighiero e Boetti, Ashley Bickerton, John Bock, Lygia Clark, Thomas Demand, Mark Dion, Chiara Dynys, Fischli & Weiss, Günther Förg, Nan Goldin, Mona Hatoum, Thomas Hirshörn, William Kentridge, Yayoi Kusama, Philip Lorca di Corcia, Eva Marisaldi, Matt Mullican, Bruce Nauman, Gabriel Orozco, Thomas Ruff, Atelier Van Lieshout, Luca Vitone, Jeff Wall, Franz West, Rachel Whiteread, Kenji Yanobe.

Lucio Fontana_PAC 1999

LUCIO FONTANA 1999

Lucio Fontana_PAC 1999

LUCIO FONTANA. IDEE E CAPOLAVORI
(parte della rassegna Lucio Fontana. Centenario dalla nascita. Cinque mostre a Milano)
a cura di Antonella Negri
23 aprile – 30 giugno 1999

Aprile 1999. A cento anni dalla nascita di Lucio Fontana, Milano propone il più grande e completo itinerario mai realizzato sulle sue opere: oltre 400 lavori e 5 sedi espositive coinvolte.
La mostra al PAC Lucio Fontana. Idee e capolavori a cura di Antonella Negri intende proporre un panorama antologico dell’opera di Fontana facendo perno su alcuni “capolavori”, ciascuno dei quali rappresenti un momento o un aspetto della sua vicenda artistica.
Il percorso è articolato in sezioni costruite ognuna intorno ad un “capolavoro”: si inizia con la sala Primordio e utopia in cui la Signora seduta del 1934 con la sua materia agitata e vibrante, raccoglie già le tracce dei gesti e di un’idea di spazio cercata e precisa; la seconda Uomini neri prende nome dall’omonima scultura, riflesso dell’altro che è in noi ed è parte della nostra esistenza che rimane nell’oscurità. La terza Equilibri comincia a delinearsi  la sua ricerca di forma non chiusa e spezzata; segue Tecnica e idea che si concretizza nell’idea di manipolazione della materia implicata nella ceramica e che vede le origini nell’opera Il ballerino di Charleston. La penultima sezione, Riguadagnare il cielo, tratta il tema dell’opera ambientale che rappresenta la sperimentazione di nuovi mezzi, evocazione dell’ignoto e atto di liberazione dell’uomo dai condizionamenti legati al tempo. Chiude la mostra “La luna, l’uomo ci va e vi fa un segno” prende il nome da un articolo di Raffaele Carrieri intitolato Fontana ha toccato la Luna: di questa sezione fanno parte i Concetti spaziali e le Attese.

 

David Tremlet_PAC 1993

DAVID TREMLET 1993

David Tremlet_PAC 1993

a cura di Marco Meneguzzo
27 febbraio – 20 giugno 1993

Febbraio 1993. Il PAC – come in precedenza avvenuto con Buren - diventa un’opera d’arte grazie a David Tremlet.
Artista “viaggiatore”, secondo una delle più radicate tradizioni inglesi, Tremlett ama lasciare una traccia pittorica del proprio passaggio in ogni luogo che lo abbia colpito: così, non c’è quasi differenza se i suoi grandissimi Wall Drawings, (disegni su muro) si trovano all’interno di una casa diroccata in Tanzania, sulle rive dell’Oceano Indiano, o nelle sale dei più prestigiosi musei d’arte contemporanea del mondo. Erede di una curiosità illuminista e del sentimento romantico del viaggio come esperienza interiore, Tremlett percorre it mondo e, paradossalmente, lascia tracce più durature la dove minore e più segreta è la presenza umana, mentre sono quasi sempre destinate a vivere solo nel ricordo e nelle testimonianze fotografiche le opere su muro ideate per i musei.
Anche per il PAC, Tremlett ha progettato ben tre giganteschi Wall Drawings, che occupano le sale centrali (il lavoro è stato eseguito dall’artista, col contributo di un assistente e di alcuni studenti dell’Accademia di Brera), mentre gli altri spazi sono dedicati alle opere su carta e agli statements, agli aforismi e alle dichiarazioni.
Questa è la prima mostra personale che l’Italia tributa, in un luogo pubblico, a Tremlett; tra le personali, invece, che hanno caratterizzato il suo percorso artistico – iniziato nel 1969 – in Europa e nel mondo, ricordiamo quelle alla Tate Gallery, al MOMA, allo Stedelijk Museum, al Centre Pompidou, alla Serpentine Gallery. Tra le collettive ricordiamo la partecipazione a Prospect 71, alla Kunsthalle di Düsseldorf, e a Documenta 5.

Irma Blank_PAC 1992

IRMA BLANK 1992

Irma Blank_PAC 1992

a cura di Lea Vergine 8 ottobre – 8 novembre 1992

Ottobre 1992. Irma Blank, artista tedesca ma milanese d’adozione, progetta appositamente per gli ambienti del PAC Bleu Carnac: un’opera che occupa l’intera balconata e composta da 77 lunghe tele (207×75 cm cad.) allineate in fila a parete in dialogo serrato tra loro.
L’opera sottolinea la principale caratteristica dello spazio del PAC, anch’esso stretto e lungo, e offre una nuova declinazione del suo lavoro Abecedarium.
Il colore bleu, furtivo e grandioso allo stesso tempo, non è un colore sfondo o ornamento o suggestione: è lo spazio-pulsione, è desiderio.
Gli elementi fondamentali del suo originale linguaggio vengono messi a fuoco fin dal 1968: la pittura come segno; il segno come traccia della complessità dell’autore; la traccia come grafia personale, sempre diversa eppure uguale; la grafia come pura energia, come andamento scritturale svuotato di ogni referente esterno a sé. Le circa 130 opere esposte, tra cui si contano diversi libri d’artista, documentano le fasi più salienti dell’elaborazione e dello sviluppo di queste componenti di base.
Irma Blank pratica la scrittura come strumento di conoscenza intuitiva e riduce i segni linguistici a “Urzeichen”, segni primordiali. In oltre quarant’anni di attività, ha esposto le sue opere in musei, gallerie e rassegne internazionali come Documenta di Kassel (1977), la Biennale di venezia (1978, 2017), Quadriennale di Roma (2005), Centre Pompidou di Parigi (2010), Kunsthaus Hamburg (2016), MAMbo Bologna (2016).

 

Cindy Sherman_PAC 1990

CINDY SHERMAN 1990

Cindy Sherman_PAC 1990

a cura di Marco Meneguzzo
4 ottobre – 15 dicembre 1990

Ottobre 1990.
Cindy Sherman si presenta per la prima volta al pubblico italiano con una selezionata antologica del suo lavoro. L’artista americana presenta al PAC la sua produzione che comprende circa una settantina di lavori fotografici dagli inizi del 1977 fino al 1990.
Il lavoro della Sherman costituisce ad un tempo l’immagine mitica che l’America dà di sé e anche la sua messa in crisi attraverso la finzione dell’immagine fotografica: la mostra presenta selezioni coerenti di fotografie, tali cioè da dare l’idea complessiva del ciclo stesso, e del lavoro nel suo insieme. Tra i cicli più noti, ricordiamo quello, suggestivo quanto inquietante, degli scenari “ecologici” o “postatomici”, o ancora quelli dedicati alla Rivoluzione Francese che preludono all’ultimissima serie che si potrebbe definire dei “tableaux vivants”, riproduzioni appunto viventi di quadri famosi del passato, con l’artista-attrice protagonista assoluta delle proprie fotografie.
Sherman costituisce nel panorama mondiale della fotografia e dell’arte un caso emblematico per la sua autonomia e al contempo un modello per molti altri artisti che utilizzano lo stesso medium: di fatto, la sua precocità ne ha fatto un precursore di una tendenza che oggi appare consolidatissima sia nel circuito museale che in quello del mercato dell’arte.

 

Morris Louis_PAC 1990

MORRIS LOUIS 1990

Morris Louis_PAC 1990

OLTRE L’ESPRESSIONISMO ASTRATTO
MORRIS LOUIS
DIPINTI 1953-1962
a cura di Dore Ashton
30 marzo – 11 giugno 1990

Marzo 1990. Oltre l’espressionismo astratto: questo il titolo della prima mostra monografica in uno spazio pubblico italiano dedicata a Morris Louis.
Le sue opere si collocano nel momento in cui l’Action Painting sta esaurendo la sua carica propulsiva e l’idea dell’azione non sembra più soddisfare tutte le sue esigenze, andando così oltre l’espressionismo.
La selezione delle opere, curata da Dore Ashton, documenta le fasi essenziali della produzione dell’artista e ne rivela, insieme al febbrile sperimentalismo, il temperamento profondamente lirico.

Il percorso al PAC si apre con opere come Silver del 1953 ed Untitled del 1956 che testimoniano il suo contatto con l’Action Painting: sono lavori molto carichi, attraversati da intricati arabeschi, da sovrapposizioni di colore, da esplosioni di forme in un esuberante disordine espressionista, ancora legato alla pittura di Jackson Pollock.
Dalla metà degli anni cinquanta Louis realizza una serie di opere definite dai suoi contemporanei “dipinti a campi cromatici” (color field painting): fanno parte di questo rigoroso e originalissimo percorso di ricerca i celebri Veils (Veil).
uccessivamente ai Veils, Louis esprime il suo senso istintivo del colore nella serie dei Florals, ottenuti con l’uso di un colore carico, non attenuato dalla lavatura finale, in movimento centrifugo verso i bordi della tela.

Con la serie dei Columns (Colonne) e degli Unfurleds (Spiegature), la ricerca sul colore si spinge verso gli esiti più rigorosi e lirici: il bianco del fondo – solcato al centro da fasce di colore puro, nette, in rapido movimento rettilineo o colate lentamente dai lati – diventa presenza luminosa, vibra di una propria radiosa intensità. Gli ultimi dipinti presenti in mostra, sono “tanto vicini all’essenza del colore – come afferma Dore Ashton – quanto è possibile ad un pittore ottenere: il colore vive, attraverso le sue stesse vibrazioni, nello spazio che esso si crea”

 

GUARDA IL VIDEO DEL BACKSTAGE E DELLA MOSTRA DI MORRIS LOUIS AL PAC

 

Matino_Trotta_ PAC 1990

VITTORIO MATINO E ANTONIO TROTTA 1990

Matino_Trotta_ PAC 1990

a cura di Elena Pontiggia
1 febbraio – 15 marzo 1990

Febbraio 1990. Il PAC ospita una bipersonale di due artisti italiani: Vittorio Matino e Antonio Trotta, che pur appartenendo alla stessa generazione, provengono da esperienze e contesti culturali diversi.
Matino nato a Tirana (Albania) nel 1943 da genitori italiani, vive tutt’oggi tra Milano e Parigi. Trotta è nato a Paestum (Salerno) nel 1937, ha vissuto a lungo in Argentina – nel 1968 è invitato alla biennale di Venezia a rappresentarne il Padiglione – si è stabilito in Italia alla fine degli anni Sessanta dividendosi tra Milano e Pietrasanta.
Anche le loro direzioni di ricerca sono diverse.
Vittorio Matino ha impostato il suo linguaggio pittorico su una geometria essenziale e rigorosa, animata da un colore sfuggente e intenso. Antonio Trotta pratica invece un concettualismo che si ispira ai repertori della classicità, indagando la finzione e l’ambiguità dell’immagine come nelle opere Autunno corinzio o Il patio.
L’opera di Matino si dichiara fedele alle possibilità dell’astrazione, mentre quella di Trotta esplora territori figurativi.
Queste diversità nascondono però molti punti di contatto che la mostra si propone di individuare e far emergere.

 

Per gli anni Novanta. Nove artisti a Berlino_PAC 1989

NOVE ARTISTI A BERLINO 1989

Per gli anni Novanta. Nove artisti a Berlino_PAC 1989

PER GLI ANNI NOVANTA. NOVE ARTISTI A BERLINO
a cura di Christos Joachimides
14 aprile – 12 giugno 1989

Aprile 1989. 7 mesi prima della caduta del muro.

Berlino è sempre Berlino. Questo l’incipit del testo introduttivo di Mercedes Garberi, allora direttore del PAC.

Nove sono i protagonisti che occupano gli spazi del PAC con sequenze individuali: Ina Barluss, Peter Chevalier, Ulrich Görlich, Raimund Kummer, Rainer Mang, Olaf Metzel, Hermann Pitz, Berthold Schepers, Thomas Wachweger, tutti operanti a Berlino, e tutti nati tra il 1943 (Nang e Wachweger) e il 1956 (Pitz).

Cinquanta opere in mostra, fra dipinti, sculture e installazioni, di notevole impatto visivo, documentano diverse direzioni di ricerca: permane a volte una tensione espressionista (in particolare in Wachweger), a cui si affiancano ricerche più fredde che si affidano alla scultura (Mang), all’uso della fotografia (Kummer), ad un neo-classicismo singolarmente riecheggiante il Novecento italiano (Chevalier).
Al secondo piano del PAC, un centinaio di lavori preparatori presentati collettivamente, documentano la fase progettuale della diversa creatività di ognuno: disegni, collages, polaroid , secondo la tecnica più affine all’opera finita. La mostra costituisce uno spaccato della situazione berlinese tra gli anni Settanta e Ottanta (allora contemporanea), segnalando le voci emergenti e maggiormente proiettate verso gli anni novanta.

Verso L'arte povera_PAC 1989

VERSO L’ARTE POVERA 1989

Verso L'arte povera_PAC 1989

VERSO L’ARTE POVERA
MOMENTI E ASPETTI DEGLI ANNI ’60 IN ITALIA
a cura di Marco Meneguzzo, Paolo Thea
20 gennaio – 27 marzo 1989

 

Gennaio 1989. Ogni avanguardia, ogni gruppo artistico compatto, ogni ristretta tendenza di successo, prima di diventare tale, ha vissuto un grande momento di fervore ideativo: per distillare opere, concetti, idee, materiale da setacciare, da filtrare, deve essere necessariamente più vasto e, talora, appare agli occhi della storia anche più ricco e complesso del suo distillato. Proprio per verificare questa possibilità, una mostra come Verso l’Arte povera indaga quegli anni, quelle atmosfere che hanno preceduto e accompagnato la progressiva coagulazione del gruppo attorno a certe mostre e a certi personaggi. Quell’avventura era cominciata nei primi anni Sessanta, e aveva coinvolto molti più artisti di quanti non siano poi stati riconosciuti come poveristi  (questi ultimi sono Pistoletto, Mario e Marisa Merz, Fabro, Kounellis, Prini, Anselmo, Penone, Zorio, Paolini, Boetti, Calzolari), in città molto diverse tra loro. Il trionfo e la crisi della Pop Art, l’emergere della Minimal Art, la coscienza di un’identità europea, il rapporto tra tecnologia, scienza e socialità, il concetto di alienazione e di smaterializzazione dell’opera: questi sono tutti elementi di dibattito, di conflitto, di stimolo entro cui nasce e cresce una nuova coscienza del ruolo dell’artista, più allargata del ristretto gruppo “storico”, e che coinvolge quasi un’intera generazione. Per questo, accanto ai nomi già citati, e in posizione assolutamente paritaria, vengono presentati in questa mostra anche i lavori di Piacentino, Mardi, Pascali, Mattiacci, Agnetti, Ceroli, Fogliati, Chiari, Patella, Icaro, Parmiggiani, Simonetti, Nespolo, Mondino, Baruchello e dello ‘Zoo’ (gruppo teatrale). Il dibattito divenuto memoria storica è dunque allargato, e addirittura stimolato e proposto da nomi non compresi poi sotto la fortunata etichetta del poverismo.

 

19881

EX ORIENTE. LEE UFAN e HIDETOSHI NAGASAWA 1988

Ex Oriente_PAC 1988

a cura di Elena Pontiggia
5 ottobre – 31 dicembre 1988

Autunno 1988: il PAC parla orientale.
Due grandi prime mostre antologiche dedicate Hidetoshi Nagasawa e Lee Ufan.
Il titolo Ex Oriente ha un duplice significato: il primo, più classico e comprensibile, vuole alludere alla provenienza dei due artisti; il secondo a metà tra lo scherzo e il gioco di parole potrebbe voler dire o richiamare l’idea di una definizione non più calzante o valida.

Hidetoshi Nagasawa, uno tra i più interessanti artisti giapponesi. Nato nel 1940, Nagasawa si è stabilito definitivamente a Milano alla fine del 1967, dopo un avventuroso viaggio in bicicletta e a piedi lungo l’Asia e l’Europa. Nelle sue opere il linguaggio e lo stile sono di matrice occidentale, mentre orientali restano le problematiche (il compenetrarsi di essere e non-essere, il valore del vuoto, gli equivoci dell’apparenza e della visione) e la filosofia che le ispira. Una scultura ricca di immagini straordinariamente evocative, tra memoria, sogno e mito.

Lee Ufan, considerato uno dei maggiori artisti coreani contemporanei, ha perseguito nelle sue ricerche una felice contaminazione tra avanguardia occidentale e  tradizione orientale, portando il suo linguaggio ad una assoluta rarefazione. Pochi segni, di straordinaria intensità, costituiscono la sua pittura. Pochi segni (spesso lastre di pietra o di vetro, in singolare equilibrio tra Minimal Art e arte zen) costituiscono la sua scultura. Lee, come egli stesso ha dichiarato, non si propone di creare immagini, cioè di interpretare soggettivamente le cose, ma lascia che le cose stesse rivelino, indipendentemente dal soggetto, la loro verità.

 

Pino Pascali_PAC 1987

PINO PASCALI 1987

Pino Pascali_PAC 1987

a cura di Fabrizio D’Amico, Simonetta Lux
16 dicembre 1987 – 31 gennaio 1988

Dicembre 1987. A quasi vent’anni dalla scomparsa di Pino Pascali, il PAC gli dedica una grande retrospettiva: ironia, paradosso e fantasia sono le parole chiave.
Nella mostra vengono ricostruiti, attraverso la scelta di una ventina di opere – tra cui Decapitazione delle giraffe, 32 metri quadri di mare circa, 9 metri quadri di pozzanghere e Contro pelo – i passaggi esemplari del lavoro di Pascali come dissolutore di un mondo di certezze in favore di uno spettacolo mutante, e spesso geniale, di apparenze. L’iconografia come stereotipo e come svuotamento del senso, l’uso di materiali non storici, prelevati dalla realtà tecnologica e banale, un rapporto con lo spazio, complesso e di grande spessore ambientale, fanno di Pascali l’autentico iniziatore delle pratiche di combined-idiom che si diffondono in Europa, sotto il segno della neo-avanguardia.

Pascali è stato una delle figure chiave del clima che, negli anni Sessanta, ha portato a maturazione i germi problematici da cui sono scaturite vicende come il Concettuale e l’Arte povera. L’artista espone per la prima volta alla Tartaruga, a Roma, nel 1965: in un triennio folgorante ecco nascere serie straordinarie come i frammenti espansi d’anatomia femminile, le armi, gli animali, il mare.

Fausto Melotti_PAC 1987

FAUSTO MELOTTI 1987

Fausto Melotti_PAC 1987

a cura di Mercedes Garberi, Lucia Matino, Elena Pontiggia, Flaminio Gualdoni, Marco Meneguzzo
13 marzo – 27 aprile 1987

Marzo 1987. A Palazzo Reale di Milano nel 1979 si apre una grande rassegna dedicata a Fausto Melotti, che costituiva un’indagine approfondita ed esauriente della sua personalità espressiva. La mostra è seguita personalmente dall’artista, rispecchiandone compiutamente gli orientamenti e gli ideali estetici.
A pochi mesi dalla sua scomparsa avvenuta a giugno del 1986, il PAC, che ha avuto il privilegio di annoverare Melotti tra gli ispiratori dei suoi programmi critici, non può che riallacciarsi all’immagine di quella esposizione, proponendo un percorso che non ne riporti analiticamente le singole fasi, ma ne sintetizzi la visione lirica e la poesia spaziale.
Acrobata invisibile, sospeso tra presenza e assenza, tra gioco e filosofia, tra rivelazione dell’essere e consapevolezza del nulla, Fausto Melotti ha portato la scultura ai limiti dell’indicibile, lontano dall’eloquenza della materia e del volume, nei luoghi della pura musicalità.
Due sono le sedi messe in campo per questa mostra: il PAC e le sale del Museo d’Arte Contemporanea di Palazzo Reale, che raccolgono uno straordinario gruppo di opere degli anni ’30 donato dall’artista.

 

Il Cangiante_PAC 1986

IL CANGIANTE

Il Cangiante_PAC 1986

a cura di Corrado Levi
4 dicembre 1986 – 25 gennaio 1987

Dicembre 1986. Il Cangiante, cioè la mutazione fluida della sensibilità, l’arguzia intellettuale, l’energia mentale, l’ironia, la dissoluzione dell’ideologia dell’arte e insieme il rigore, la serietà massima del gioco. Il Cangiante è il titolo della mostra che Corrado Levi cura per il PAC, offrendo uno sguardo che non sia celebrazione, entusiasmo acritico, ma ragionamento lucido sui modi della trasformazione della pratica d’arte da ieri all’oggi. Così, a fianco di molti tra i maggiori protagonisti dei decenni ‘70 e ‘80, si incrociano le immagini dei “santoni” dell’avanguardia storica, da Otto Dix a Picabia, e di alcune riconosciute figure chiave della trasformazione degli anni sessanta e settanta. Una mostra che non si propone come ulteriore panoramica ecumenica, con impossibili presunzioni di completezza, ma come momento selettivo di riflessione complessa scenari dell’arte di quel periodo, in cui la contaminazione tra gusto mondano, di cultura bassa, e tensione intellettuale, di cultura alta, è un dato problematico e non una condizione accolta come ovvia.

 

Artisti in mostra: Carla Accardi, Giovanni Anselmo, Stefano Arienti, Guglielmo Aschieri, Marco Bagnoli, Mike Bidlo, Alighiero e Boetti, Keiko Bonk, Edward Brezinski, Augusto Brunetti, Riccardo Camoni, Jean Carrau, Antonio Catelani, Sandro Chia, Vittoria Chierici, Francesco Clemente, Tony Cragg, Walter Dahn, Mario Della Vedova, Filippo de Pisis, Otto Dix, Jiri Georg Dokoupil, Tano Festa, Manuela Filiaci, Luis Frangella, Alberto Garutti, Gilbert&George, Carlo Guaita, Peter Halley, Paolo Icaro, Klaus Jung, Harald Klingelhöller, Jeff Koons, Milan Kunc, Edgar Lehmkühler, Corrado Levi, Simon Linke,Tim Linn, Anne Loch, Wolfgang Luy, Amedeo Martegani, Luigi Mastrangelo, Marco Mazzucconi, Allan Mc Collum, Alessandro Mendini, Mario Merz, Vittorio Messina, Aldo Mondino, Peter Nagy, Joseph Nechvatal, Luigi Ontani, Julian Opie, Giulio Paollini, Giuseppe Penone, Alfredo Pesce, Francis Picabia, Pierluigi Pusole, Carol Rama, Martial Raysse, Walter Robinson, James Romberger, Cinzia Ruggeri, Robert Ryman, Remo Salvadori, Salvo, Denys Santachiara, Mario Schifano, Rob Scholte, Andreas Schulze, Thomas Schütte, Aldo Spoldi, Luigi Stoisa, Rosemarie Trockel, Maurizio Turchet, Marguerite Van Cook, Antonio Violetta, David Wojnarowicz, Bill Woodrow, Bruno Zanichelli, Gilberto Zorio.

 

 

Dal profondo_PAC 1086

DAL PROFONDO. BRUS, NITSCH, RAINER 1986

Dal Profondo. Brus, Nitsch, Rainer. Contemplazione, energismo e mito_ PAC 1986

DAL PROFONDO. BRUS, NITSCH, RAINER CONTEMPLAZIONE, ENERGISMO, MITO.
a cura di Eva Badura Triska, Ubert Kloker
24 settembre –  10 novembre 1986

Settembre 1986. Contemplazione, energismo, mito.
Queste le parole scelte da Eva Badura Triska e Hubert Klocker – curatori della mostra – per definire le opere di Günter Brus, Hermann Nitsch e Arnulf Rainer, tre artisti che per le loro creazioni attingono alle profondità della psiche umana. Per contemplazione si intende lo sforzo dell’osservazione e della meditazione. Energismo significa attivazione e ribaltamento di energie psicofisiche. Mito come impegno costante sui problemi elementari dell’essere, del mondo e dei contenuti mitico-religiosi. Opposti ma al contempo simbiotici sono i poli che danno forma alle loro opere: l’introversione, la calma e la meditazione da un lato e l’esplosione, l’impulsività e l’eccesso dall’altro.

La mostra comprende lavori su carta e olii su tela dei tre artisti a partire dagli anni Cinquanta e Sessanta. Di Günter Brus sono in mostra i primi dipinti informali, alcuni lavori caratteristici del periodo delle “azioni” e un’ampia selezione di disegni dagli anni Settanta in avanti. Di Hermann Nitsch, il suo Orgien-Mysterien-Theater, foto e testimonianze del suo lavoro teatrale. Un’ampia rassegna di grandi opere di Arnulf Rainer testimonia diversi gruppi di lavori: Centralisations, Ubermalungen (Sovrapitture), Croci, PhotoUberarbeitungen (Interventi su foto), Fingerpaintings.

 

Ico Parisi_PAC 1986

ICO PARISI 1986

Ico Parisi_PAC 1986

ICO PARISI. L’OFFICINA DEL POSSIBILE
a cura di Flaminio Gualdoni
31 gennaio – 10 marzo 1986

Gennaio 1986. Il PAC ripercorre con installazioni, progetti, plastici, fotografie, l’intero arco di lavoro di Parisi, quasi a coronare un ciclo di mostre che lo ha visto protagonista alla Galleria Nazionale di Roma nel ’79, al Musée d’Ixelles nell’80, in Images Imaginaires al Centre Pompidou nell’84.

La figura di Ico Parisi è tra le più anomale e significative della ricerca architettonica contemporanea. Comasco, cresciuto alla scuola di Terragni, dalla fine degli anni Trenta Parisi si è impegnato in un’attività multiforme che ha toccato campi come la progettazione, l’architettura di interni, la scenografia, la cinematografia, il nascente design. Attività, tutte, svolte secondo un fertile principio di integrazione tra la propria figura e quella degli artisti, chiamati a collaborare pariteticamente al suo lavoro. Dagli anni Sessanta la sua attenzione si è concentrata non tanto su nuove forme architettoniche, ma sulla configurazione di nuovi modi di vivere lo spazio, dell’abitare. La Casa esistenziale, l’Operazione Arcevia, l’Apocalisse gentile, su su fino a Architettura dopo, sono le tappe di un lavoro di radicale ripercorrimento critico dell’architettura, non mirante – come troppe esperienze attuali – ad accettarne e viverne la perdita di identità, ma a trovare infine quella “officina del possibile” aperta, creativa, sempre mobile, che è l’unica dimensione esistenziale oggi accettabile.

 

Gina Pane_ PAC 1985

GINA PANE 1985

Gina Pane_ PAC 1985

GINA PANE. “PARTITIONS”/OPERE MULTIMEDIA 1984-85
a cura di Lea Vergine
29 novembre 1985 – 13 gennaio 1986

Novembre 1985. Gina Pane espone al PAC una serie di opere eseguite negli ultimi due anni. La mostra Gina Pane. Partitions/Opere multimedia 1984-85, a cura di Lea Vergine, viene inaugurata il 28 novembre 1985 ed è organizzata in collaborazione con il Centre National des Artes Plastiques del Ministero della Cultura francese, il Centre Culturel Français di Milano, la Galerie Isy Brachot e Anne Marchand. Questa esposizione segna il suo passaggio ad un’altra forma espressiva pur nella continuità del lavoro precedente: non vi sono più chiodi, spine, vetri, lamette, ma fotografie di gocce di sangue, piccole fusioni di metalli diversi, giocattoli in plastica, bicchieri rotti, fotografie di sue azioni passate. Nella balconata superiore del PAC sono esposte undici opere di grande formato: “messe in scena” di materiali e segni diversi che coinvolgono lo spettatore attraverso la nozione di “partizione” intesa sia come divisione in più parti di una cosa, sia l’operazione di riunire e mettere in rapporto gli elementi che la costituiscono.

Le Partitions sono assemblaggi compositi, in genere murali, che ricorrono all’impiego di materie e mezzi diversi – dalla fotografia all’oggetto, talvolta al disegno – restituiti tali e quali o costruiti dall’artista. Spesso riprendono dettagli fotografici o materiali a forte carica simbolica tratti da azioni precedenti: “Prendo le distanze e inizio a mettere in scena la memoria di quelle azioni, rispetto agli oggetti ai materiali, e in particolare ai vetri rotti. Uso il rame, come se fosse carne o sangue”. Allo spettatore l’artista richiede la capacità di creare “il proprio itinerario”, di ricostruire il pezzo a partire da tutti i frammenti per poi “appropriarsene totalmente”.

 

Man Ray_1983

MAN RAY 1983

Man Ray_1984

MAN RAY, CARTE VARIABILI
a cura di Arturo Schwartz
2 dicembre 1983 – 9 gennaio 1984

Dicembre 1983. Man ray, carte variabili è in assoluto la prima grande mostra retrospettiva dell’opera su carta di Man Ray.
L’ampia rassegna rivela oltre alla versatilità del suo linguaggio poetico, anche la predilezione per l’uso della carta come primato sia di materia che di pensiero: dalla carta bianca per scrivere, disegnare, dipingere, alle carte colorate per i collage, alle preziose carte a mano, alla cartapesta, alle carte sensibili.

 

“A seconda dell’indole del visitatore questa mostra può essere vista con l’occhio dell’amante della grafica sensibile alla perfezione del disegno e alla fluidità e libertà del tratto; oppure con quello del fotografo, che si soffermerà sulle straordinarie innovazione e realizzazioni di Man Ray; o ancora con l’occhio dell’esteta, perennemente alla ricerca del pezzo raro e raffinato; o spesso con quello dell’estimatore di nudi femminili, che vi troverà alcune immagini di donna tra le più liriche e sconvolgenti del nostro secolo; o forse con l’occhio dello storico dell’arte, che vedrà qui documentati due dei movimenti artistici più significativi dei tempi moderni: il Dadaismo e il Surrealismo; infine, e sarà probabilmente il caso più frequente, con l’occhio del comune visitatore di mostre, che vuole appagare la sua sete di conoscenza e godersi una raccolta di pezzi scelti con criteri rigorosi”.

Arturo Schwarz, da Piccola guida alla mostra, 1983

 

La mostra a cura di Arturo Schwarz è divisa in 3 parti: la prima, intitolata L’opera disegnata, comprende i lavori eseguiti sui vari tipi di carta comune o no; il secondo L’opera fotografata presenta tutte quelle su carta sensibile; il terzo Le pubblicazioni mostra tutti i documenti, giornali e opere a stampa che Man Ray ha arricchito con incisioni originali, disegni e fotografie.

Dadamaino_PAC 1983

DADAMAINO 1983

Dadamaino_PAC 1983

a cura di Mercedes Garberi
28 gennaio – 28 febbraio 1983

Gennaio 1983. Continua il programma Installazioni con una mostra dedicata a Dadamaino e Stanislav Kolìbal. Per la mostra al PAC, Dadamaino presenta un’ampia selezione dei suoi lavori, dai Volumi alla Ricerca del colore, dall’Alfabeto della mente alle ultime Costellazioni.

 

…Avevamo fatto una sorta di scelta cromatica, una schermatura, come le note musicali che sono tantissime, ma diventano sette… Abbiamo selezionato ed abbiamo scelto quaranta varianti di colore per realizzare le tavolette che misuravano esattamente venti centimetri per venti. Ho usato i colori dello spettro, sette: rosso, arancio, giallo, verde, celeste, blu, viola ricercando il valore medio tra loro più il bianco, il nero, il blu…
Un’esperienza importante ma poi ho cessato di usare quasi tutti quei colori… si sono fermati in quel lavoro che per me è uno Studio importante…

L. M. Barbero, Dadamaino. Un’intervista tra vita e pensieri…, cit., p.27.

 

Dadamaino, cresciuta negli anni della generazione del rinnovamento dell’arte italiana dopo la stagione informale, è, alla fine degli anni Cinquanta, a fianco di Manzoni e Castellani nell’esperienza minimalista di Azimuth, e in seguito, nella pattuglia internazionale che fu definita Nuova Tendenza. La sua figura porta i conflitti della creatività femminile laddove per altri vigono ordine, sicurezze e volontà di egemonia. Persegue la sperimentazione razionale, ma non è razionalista; è scientifica, ma non scientizzante: lavora tra le polarità dell’inconscio e del conscio.

Nel 1980 e nel 1990 partecipa alla Biennale di Venezia con una personale all’interno del Padiglione Italia.

Eliseo Mattiacci_PAC 1918

ELISEO MATTIACCI 1981

Eliseo Mattiacci_PAC 1918

Mostra a a cura di Zeno Birolli
16 aprile – 7 giugno 1981

Aprile 1981. A confrontarsi con Vito Acconci nella serie “Installazioni” inaugurata da Zeno Birolli all’inizio degli anni Ottanta è Eliseo Mattiacci. I due artisti dialogano con lo spazio espositivo del PAC con due lavori site specific, il primo giocando con lo spazio architettonico, il secondo creando momenti di frammentazione e slancio.

Le 4 installazioni di Mattiacci, due delle quali inedite, vengono esposte insieme per la prima volta. Ad accogliere il visitatore nella prima sala 6 grembiuli da lavoro con altrettanti caschi appesi sopra, un conflitto tra il senso dell’affidamento (grembiuli come simbolo dell’operosità) e lo sgomento che scaturisce dalla presenza della maschera come volto finto. Il tema della maschera come controfigura/stuntman/finzione torna nella seconda sala, dove con una monumentale installazione Mattiacci colloca un motociclista senza volto in equilibrio su una barra di ferro, appoggiata su due colline create con dei mattoni. Sole, luna, volute, sagome ritorte, conchiglie e serpentine occupano la terza sala che riflette le teorie copernicane e la destabilizzazione di un mancato geocentrismo. Chiude la mostra una stanza con strumenti per la misurazione, parti del corpo umano dedite alla ricezione e invio dei messaggi e marchingegni in bilico su 9 tavoli inclinati, che eludono la nozione stessa di tavolo come sostegno.

 

Eliseo è un temperamento operoso, che scatena nebulosi trofei pronti a coronare o inchiodare i gesti inventivi più umili [...]. Io non so se Eliseo Mattiacci è un pittore o scultore o che so io o che cos’altro, ma è certo il più scientifico e meticoloso autore; è il più tagliente, il più fondo, acceso e deciso, indovinatore.

Emilio Villa nel catalogo della mostra

 

Eliseo Mattiacci è uno dei maggiori artisti che, assieme a Pascali e Kounellis, ha caratterizzato l’area romana dall’inizio degli anni sessanta, cominciando con lavori che chiamavano in causa lo spazio ambientale e orientandosi poi alla realizzazione di opere con una propria fisicità. Esemplare la sala alla Biennale di Venezia del 1972.

 

Vito Acconci_PAC 1981

VITO ACCONCI 1981

Vito Acconci_PAC 1981

a cura di Zeno Birolli
15 maggio – 7 giugno 1981

Maggio 1981. Vito Acconci presenta Exploding House al PAC. La mostra è a cura di Zeno Birolli, che all’inizio degli anni Ottanta aveva inaugurato il ciclo “Installazioni” – una serie di interventi che prevedono il confronto diretto di opere, per la maggior parte nuove, di artisti scelti in ambiti diversi e tali da opporsi e/o interagire tra loro, con lo spazio e i visitatori – con i lavori Vincenzo Agnetti e Francesco Clemente.

In questo secondo appuntamento Acconci, cui è affiancato da Eliseo Mattiacci, occupa tutto il parterre del PAC con un lavoro che interessa lo spazio architettonico e le sue tensioni fino a sovrapporsi a esso.

Lungo la grande vetrata che si affaccia sul Giardino della Villa Reale viene allestita una grande casa nera. Intorno, delle biciclette invitano gli spettatori a pedalare verso la casa. Grazie all’azione del pubblico, la struttura si apre e all’interno della casa compaiono figure di legno, di colore diverso rispetto all’esterno, tra le quali una donna con un boa di struzzo rosa e un’altra figura con delle bandiere cucite insieme.

A partire da Instant House — esposta nel febbraio 1980 a New York e, a giugno, alla Biennale di Venezia — l’artista progetta opere che richiedono un diretto coinvolgimento dello spettatore. Dalle performance provocatorie degli anni Settanta (dove la sua figura è sempre presente, fisicamente o attraverso il video, la fotografia, le registrazioni della sua voce) il suo linguaggio si evolve già a partire dagli anni Ottanta verso la realizzazione di sculture, strutture smontabili, “mobile architectural unit”, il cui sviluppo, nel 1988, è la fondazione dello studio di progettazione architettonica Acconci Studio.

 

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LUCIANO FABRO 1980

Luciano Fabro_Letture parallele IV_PAC 1980

LETTURE PARALLELE IV
a cura di Germano Celant
aprile – giugno 1980

Aprile 1980. L’artista Luciano Fabro, protagonista tra i più emblematici del rinnovamento artistico milanese negli anni Sessanta, allestisce al PAC la sua mostra Letture parallele IV creando per la prima volta uno dei suoi Habitat: le sue opere, create per essere esposte fino a quel momento in abitazioni o gallerie, dialogano con lo spazio museale e architettonico per restituire una dimensione più domestica.

All’esterno il visitatore veniva accolto dalla scultura Ruota (1964), per poi trovarsi di fronte, nella prima sala, la lunga tavola di Iconografie. Nel percorso delle sale si incontravano le strutture scultoree in acciaio Croce, Squadra e Asta (1965), insieme all’installazione Cielo e la superficie riflettente di Buco (1963).

Grandi teli sospesi sulle teste dei visitatori, sui quali l’artista crea simmetriche macchie di Rorschach, collegano tra loro le diverse sale. E’ al PAC che per la prima volta Fabro crea i suoi Habitat, eredità ma anche superamento degli Ambienti spaziali di Fontana, che diventeranno in seguito la sua via per ripensare il rapporto tra artista, opera e spettatore.

Poche settimane più tardi l’apertura della mostra al PAC, Fabro è invitato alla XXXIX Biennale di Venezia e ritenendo che le condizioni espositive non fossero adeguate per la realizzazione di un nuovo Habitat, si limita a scrivere il proprio nome a lettere cubitali con dei tubi al neon e con enormi didascalie alle pareti rimanda polemicamente il pubblico ad andare al PAC.

[fonte: catalogo del Museo del Novecento, 2010]

 

Daniel Buren_PAC 1979

DANIEL BUREN 1979

Daniel Buren_PAC 1979

DAL COLORE ALL’ARCHITETTURA E RITORNO
Mostra a cura di Germano Celant
maggio – giugno 1979

5 colori, centinaia di metri di carta da parati, migliaia di righe verticali larghe 8,7 cm.
Nel maggio del 1979 il PAC diventa un’opera d’arte grazie all’intervento di Daniel Buren, uno dei più grandi rappresentanti dell’arte concettuale.
Blu, giallo, marrone, rosso e verde sono i colori scelti a priori dal curatore Germano Celant, ignaro di come sarebbero poi stati utilizzati all’interno dello spazio espositivo.
Buren decide che i colori si sarebbero succeduti in ordine alfabetico, dalla prima all’ultima sala, e in modo crescente, partendo da terra: 1/5 di blu per la prima sala, 2/5 di giallo per la seconda, 3/5 di marrone per la terza, 4/5 di rosso per la quarta e la quinta tutta verde. In fondo ad ogni sala lascia dei riquadri vuoti o colorati, in corrispondenza delle finestre cieche che si trovano sul muro esterno del Padiglione in via Palestro. All’esterno ogni finestra viene ricoperta da una carta rigata di colore uguale a quello della sala interna corrispondente. Il nero invece è utilizzato per sottolineare (o rivelare) le strutture portanti dell’edificio o per ricoprire gli elementi decorativi già esistenti.

Nel corso della sua carriera Daniel Buren ha creato opere che implicano il rapporto tra l’arte e le strutture che la ospitano. Nel 1965 le strisce verticali larghe 8,7 cm diventano punto di partenza per la sua ricerca su cos’è la pittura, come viene presentata e, più in generale, sull’ambiente fisico e sociale in cui un artista lavora. Tutti i suoi interventi sono site specific: una ricerca meticolosa che a tratti può sembrare ripetitiva, ma che invece viene ridisegnata adattandosi perfettamente al luogo. Pochi anni dopo l’intervento al PAC l’artista partecipa alla 42a Biennale di Venezia (1986) aggiudicandosi il Leone d’Oro per il miglior Padiglione Nazionale. Mostre personali gli sono state dedicate dai più importanti musei internazionali e i suoi interventi hanno interessato musei, gallerie e luoghi pubblici in tutto il mondo, tra i più recenti quello a L’Avana (Cuba, luglio 2018).

 

 

1979-1

FRANCESCO LO SAVIO 1979

Francesco Lo Savio_PAC 1979

Mostra a cura di Germano Celant
2 marzo – 30 aprile 1979

Primavera 1979. Dopo un lungo periodo di chiusura per lavori di adeguamento il PAC riapre ripensando il suo ruolo all’interno di una città come Milano, che già si sentiva europea. L’urgenza era chiara: farne un luogo di ricerca, sperimentazione, in dialogo con altre istituzioni internazionali, aperto agli stimoli del contemporaneo e che attraverso la cultura svolgesse a tutti gli effetti la funzione di spazio pubblico. La programmazione viene affidata a Zeno Birolli, Germano Celant e Vittorio Gregotti.

Ed è proprio Celant a curare per la riapertura, fissata il 2 marzo, una retrospettiva dedicata a Francesco Lo Savio, una delle personalità tra le più problematiche dell’avanguardia postinformale italiana, riconosciuto accanto a Piero Manzoni come uno dei maggiori protagonisti dell’apertura europea dell’arte italiana. Lo Savio era stato un artista in anticipo sui tempi e il suo lavoro fu valorizzato solo dopo la sua morte, avvenuta a 28 anni a Marsiglia dove il giovane artista si tolse la vita gettandosi da un balcone dell’Unité d’Habitation di Le Corbusier. Alcune sue opere erano state incluse a Documenta IV a Kassel (1968) e alla XXXVI Biennale di Venezia (1972), ma la mostra al PAC fu la prima ad raccogliere tutta la sua produzione tra il 1958 e il 1963: Dipinti, Metalli, Filtri, Articolazioni che segnarono il momento di passaggio dalla pittura logica alla scultura minimale e concettuale, insieme ai progetti architettonici ed urbanistici. Nel percorso anche le sue Articolazioni totali: cubi realizzati con lastre di cemento bianco opaco, aperti su due lati, da cui il visitatore rimaneva come escluso.