Ico Parisi_PAC 1986

ICO PARISI 1986

Ico Parisi_PAC 1986

ICO PARISI. L’OFFICINA DEL POSSIBILE
a cura di Flaminio Gualdoni
31 gennaio – 10 marzo 1986

Gennaio 1986. Il PAC ripercorre con installazioni, progetti, plastici, fotografie, l’intero arco di lavoro di Parisi, quasi a coronare un ciclo di mostre che lo ha visto protagonista alla Galleria Nazionale di Roma nel ’79, al Musée d’Ixelles nell’80, in Images Imaginaires al Centre Pompidou nell’84.

La figura di Ico Parisi è tra le più anomale e significative della ricerca architettonica contemporanea. Comasco, cresciuto alla scuola di Terragni, dalla fine degli anni Trenta Parisi si è impegnato in un’attività multiforme che ha toccato campi come la progettazione, l’architettura di interni, la scenografia, la cinematografia, il nascente design. Attività, tutte, svolte secondo un fertile principio di integrazione tra la propria figura e quella degli artisti, chiamati a collaborare pariteticamente al suo lavoro. Dagli anni Sessanta la sua attenzione si è concentrata non tanto su nuove forme architettoniche, ma sulla configurazione di nuovi modi di vivere lo spazio, dell’abitare. La Casa esistenziale, l’Operazione Arcevia, l’Apocalisse gentile, su su fino a Architettura dopo, sono le tappe di un lavoro di radicale ripercorrimento critico dell’architettura, non mirante – come troppe esperienze attuali – ad accettarne e viverne la perdita di identità, ma a trovare infine quella “officina del possibile” aperta, creativa, sempre mobile, che è l’unica dimensione esistenziale oggi accettabile.

 

Gina Pane_ PAC 1985

GINA PANE 1985

Gina Pane_ PAC 1985

GINA PANE. “PARTITIONS”/OPERE MULTIMEDIA 1984-85
a cura di Lea Vergine
29 novembre 1985 – 13 gennaio 1986

Novembre 1985. Gina Pane espone al PAC una serie di opere eseguite negli ultimi due anni. La mostra Gina Pane. Partitions/Opere multimedia 1984-85, a cura di Lea Vergine, viene inaugurata il 28 novembre 1985 ed è organizzata in collaborazione con il Centre National des Artes Plastiques del Ministero della Cultura francese, il Centre Culturel Français di Milano, la Galerie Isy Brachot e Anne Marchand. Questa esposizione segna il suo passaggio ad un’altra forma espressiva pur nella continuità del lavoro precedente: non vi sono più chiodi, spine, vetri, lamette, ma fotografie di gocce di sangue, piccole fusioni di metalli diversi, giocattoli in plastica, bicchieri rotti, fotografie di sue azioni passate. Nella balconata superiore del PAC sono esposte undici opere di grande formato: “messe in scena” di materiali e segni diversi che coinvolgono lo spettatore attraverso la nozione di “partizione” intesa sia come divisione in più parti di una cosa, sia l’operazione di riunire e mettere in rapporto gli elementi che la costituiscono.

Le Partitions sono assemblaggi compositi, in genere murali, che ricorrono all’impiego di materie e mezzi diversi – dalla fotografia all’oggetto, talvolta al disegno – restituiti tali e quali o costruiti dall’artista. Spesso riprendono dettagli fotografici o materiali a forte carica simbolica tratti da azioni precedenti: “Prendo le distanze e inizio a mettere in scena la memoria di quelle azioni, rispetto agli oggetti ai materiali, e in particolare ai vetri rotti. Uso il rame, come se fosse carne o sangue”. Allo spettatore l’artista richiede la capacità di creare “il proprio itinerario”, di ricostruire il pezzo a partire da tutti i frammenti per poi “appropriarsene totalmente”.

 

Man Ray_1983

MAN RAY 1983

Man Ray_1984

MAN RAY, CARTE VARIABILI
a cura di Arturo Schwartz
2 dicembre 1983 – 9 gennaio 1984

Dicembre 1983. Man ray, carte variabili è in assoluto la prima grande mostra retrospettiva dell’opera su carta di Man Ray.
L’ampia rassegna rivela oltre alla versatilità del suo linguaggio poetico, anche la predilezione per l’uso della carta come primato sia di materia che di pensiero: dalla carta bianca per scrivere, disegnare, dipingere, alle carte colorate per i collage, alle preziose carte a mano, alla cartapesta, alle carte sensibili.

 

“A seconda dell’indole del visitatore questa mostra può essere vista con l’occhio dell’amante della grafica sensibile alla perfezione del disegno e alla fluidità e libertà del tratto; oppure con quello del fotografo, che si soffermerà sulle straordinarie innovazione e realizzazioni di Man Ray; o ancora con l’occhio dell’esteta, perennemente alla ricerca del pezzo raro e raffinato; o spesso con quello dell’estimatore di nudi femminili, che vi troverà alcune immagini di donna tra le più liriche e sconvolgenti del nostro secolo; o forse con l’occhio dello storico dell’arte, che vedrà qui documentati due dei movimenti artistici più significativi dei tempi moderni: il Dadaismo e il Surrealismo; infine, e sarà probabilmente il caso più frequente, con l’occhio del comune visitatore di mostre, che vuole appagare la sua sete di conoscenza e godersi una raccolta di pezzi scelti con criteri rigorosi”.

Arturo Schwarz, da Piccola guida alla mostra, 1983

 

La mostra a cura di Arturo Schwarz è divisa in 3 parti: la prima, intitolata L’opera disegnata, comprende i lavori eseguiti sui vari tipi di carta comune o no; il secondo L’opera fotografata presenta tutte quelle su carta sensibile; il terzo Le pubblicazioni mostra tutti i documenti, giornali e opere a stampa che Man Ray ha arricchito con incisioni originali, disegni e fotografie.

Dadamaino_PAC 1983

DADAMAINO 1983

Dadamaino_PAC 1983

a cura di Mercedes Garberi
28 gennaio – 28 febbraio 1983

Gennaio 1983. Continua il programma Installazioni con una mostra dedicata a Dadamaino e Stanislav Kolìbal. Per la mostra al PAC, Dadamaino presenta un’ampia selezione dei suoi lavori, dai Volumi alla Ricerca del colore, dall’Alfabeto della mente alle ultime Costellazioni.

 

…Avevamo fatto una sorta di scelta cromatica, una schermatura, come le note musicali che sono tantissime, ma diventano sette… Abbiamo selezionato ed abbiamo scelto quaranta varianti di colore per realizzare le tavolette che misuravano esattamente venti centimetri per venti. Ho usato i colori dello spettro, sette: rosso, arancio, giallo, verde, celeste, blu, viola ricercando il valore medio tra loro più il bianco, il nero, il blu…
Un’esperienza importante ma poi ho cessato di usare quasi tutti quei colori… si sono fermati in quel lavoro che per me è uno Studio importante…

L. M. Barbero, Dadamaino. Un’intervista tra vita e pensieri…, cit., p.27.

 

Dadamaino, cresciuta negli anni della generazione del rinnovamento dell’arte italiana dopo la stagione informale, è, alla fine degli anni Cinquanta, a fianco di Manzoni e Castellani nell’esperienza minimalista di Azimuth, e in seguito, nella pattuglia internazionale che fu definita Nuova Tendenza. La sua figura porta i conflitti della creatività femminile laddove per altri vigono ordine, sicurezze e volontà di egemonia. Persegue la sperimentazione razionale, ma non è razionalista; è scientifica, ma non scientizzante: lavora tra le polarità dell’inconscio e del conscio.

Nel 1980 e nel 1990 partecipa alla Biennale di Venezia con una personale all’interno del Padiglione Italia.

Eliseo Mattiacci_PAC 1918

ELISEO MATTIACCI 1981

Eliseo Mattiacci_PAC 1918

Mostra a a cura di Zeno Birolli
16 aprile – 7 giugno 1981

Aprile 1981. A confrontarsi con Vito Acconci nella serie “Installazioni” inaugurata da Zeno Birolli all’inizio degli anni Ottanta è Eliseo Mattiacci. I due artisti dialogano con lo spazio espositivo del PAC con due lavori site specific, il primo giocando con lo spazio architettonico, il secondo creando momenti di frammentazione e slancio.

Le 4 installazioni di Mattiacci, due delle quali inedite, vengono esposte insieme per la prima volta. Ad accogliere il visitatore nella prima sala 6 grembiuli da lavoro con altrettanti caschi appesi sopra, un conflitto tra il senso dell’affidamento (grembiuli come simbolo dell’operosità) e lo sgomento che scaturisce dalla presenza della maschera come volto finto. Il tema della maschera come controfigura/stuntman/finzione torna nella seconda sala, dove con una monumentale installazione Mattiacci colloca un motociclista senza volto in equilibrio su una barra di ferro, appoggiata su due colline create con dei mattoni. Sole, luna, volute, sagome ritorte, conchiglie e serpentine occupano la terza sala che riflette le teorie copernicane e la destabilizzazione di un mancato geocentrismo. Chiude la mostra una stanza con strumenti per la misurazione, parti del corpo umano dedite alla ricezione e invio dei messaggi e marchingegni in bilico su 9 tavoli inclinati, che eludono la nozione stessa di tavolo come sostegno.

 

Eliseo è un temperamento operoso, che scatena nebulosi trofei pronti a coronare o inchiodare i gesti inventivi più umili [...]. Io non so se Eliseo Mattiacci è un pittore o scultore o che so io o che cos’altro, ma è certo il più scientifico e meticoloso autore; è il più tagliente, il più fondo, acceso e deciso, indovinatore.

Emilio Villa nel catalogo della mostra

 

Eliseo Mattiacci è uno dei maggiori artisti che, assieme a Pascali e Kounellis, ha caratterizzato l’area romana dall’inizio degli anni sessanta, cominciando con lavori che chiamavano in causa lo spazio ambientale e orientandosi poi alla realizzazione di opere con una propria fisicità. Esemplare la sala alla Biennale di Venezia del 1972.

 

Vito Acconci_PAC 1981

VITO ACCONCI 1981

Vito Acconci_PAC 1981

a cura di Zeno Birolli
15 maggio – 7 giugno 1981

Maggio 1981. Vito Acconci presenta Exploding House al PAC. La mostra è a cura di Zeno Birolli, che all’inizio degli anni Ottanta aveva inaugurato il ciclo “Installazioni” – una serie di interventi che prevedono il confronto diretto di opere, per la maggior parte nuove, di artisti scelti in ambiti diversi e tali da opporsi e/o interagire tra loro, con lo spazio e i visitatori – con i lavori Vincenzo Agnetti e Francesco Clemente.

In questo secondo appuntamento Acconci, cui è affiancato da Eliseo Mattiacci, occupa tutto il parterre del PAC con un lavoro che interessa lo spazio architettonico e le sue tensioni fino a sovrapporsi a esso.

Lungo la grande vetrata che si affaccia sul Giardino della Villa Reale viene allestita una grande casa nera. Intorno, delle biciclette invitano gli spettatori a pedalare verso la casa. Grazie all’azione del pubblico, la struttura si apre e all’interno della casa compaiono figure di legno, di colore diverso rispetto all’esterno, tra le quali una donna con un boa di struzzo rosa e un’altra figura con delle bandiere cucite insieme.

A partire da Instant House — esposta nel febbraio 1980 a New York e, a giugno, alla Biennale di Venezia — l’artista progetta opere che richiedono un diretto coinvolgimento dello spettatore. Dalle performance provocatorie degli anni Settanta (dove la sua figura è sempre presente, fisicamente o attraverso il video, la fotografia, le registrazioni della sua voce) il suo linguaggio si evolve già a partire dagli anni Ottanta verso la realizzazione di sculture, strutture smontabili, “mobile architectural unit”, il cui sviluppo, nel 1988, è la fondazione dello studio di progettazione architettonica Acconci Studio.

 

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LUCIANO FABRO 1980

Luciano Fabro_Letture parallele IV_PAC 1980

LETTURE PARALLELE IV
a cura di Germano Celant
aprile – giugno 1980

Aprile 1980. L’artista Luciano Fabro, protagonista tra i più emblematici del rinnovamento artistico milanese negli anni Sessanta, allestisce al PAC la sua mostra Letture parallele IV creando per la prima volta uno dei suoi Habitat: le sue opere, create per essere esposte fino a quel momento in abitazioni o gallerie, dialogano con lo spazio museale e architettonico per restituire una dimensione più domestica.

All’esterno il visitatore veniva accolto dalla scultura Ruota (1964), per poi trovarsi di fronte, nella prima sala, la lunga tavola di Iconografie. Nel percorso delle sale si incontravano le strutture scultoree in acciaio Croce, Squadra e Asta (1965), insieme all’installazione Cielo e la superficie riflettente di Buco (1963).

Grandi teli sospesi sulle teste dei visitatori, sui quali l’artista crea simmetriche macchie di Rorschach, collegano tra loro le diverse sale. E’ al PAC che per la prima volta Fabro crea i suoi Habitat, eredità ma anche superamento degli Ambienti spaziali di Fontana, che diventeranno in seguito la sua via per ripensare il rapporto tra artista, opera e spettatore.

Poche settimane più tardi l’apertura della mostra al PAC, Fabro è invitato alla XXXIX Biennale di Venezia e ritenendo che le condizioni espositive non fossero adeguate per la realizzazione di un nuovo Habitat, si limita a scrivere il proprio nome a lettere cubitali con dei tubi al neon e con enormi didascalie alle pareti rimanda polemicamente il pubblico ad andare al PAC.

[fonte: catalogo del Museo del Novecento, 2010]

 

Daniel Buren_PAC 1979

DANIEL BUREN 1979

Daniel Buren_PAC 1979

DAL COLORE ALL’ARCHITETTURA E RITORNO
Mostra a cura di Germano Celant
maggio – giugno 1979

5 colori, centinaia di metri di carta da parati, migliaia di righe verticali larghe 8,7 cm.
Nel maggio del 1979 il PAC diventa un’opera d’arte grazie all’intervento di Daniel Buren, uno dei più grandi rappresentanti dell’arte concettuale.
Blu, giallo, marrone, rosso e verde sono i colori scelti a priori dal curatore Germano Celant, ignaro di come sarebbero poi stati utilizzati all’interno dello spazio espositivo.
Buren decide che i colori si sarebbero succeduti in ordine alfabetico, dalla prima all’ultima sala, e in modo crescente, partendo da terra: 1/5 di blu per la prima sala, 2/5 di giallo per la seconda, 3/5 di marrone per la terza, 4/5 di rosso per la quarta e la quinta tutta verde. In fondo ad ogni sala lascia dei riquadri vuoti o colorati, in corrispondenza delle finestre cieche che si trovano sul muro esterno del Padiglione in via Palestro. All’esterno ogni finestra viene ricoperta da una carta rigata di colore uguale a quello della sala interna corrispondente. Il nero invece è utilizzato per sottolineare (o rivelare) le strutture portanti dell’edificio o per ricoprire gli elementi decorativi già esistenti.

Nel corso della sua carriera Daniel Buren ha creato opere che implicano il rapporto tra l’arte e le strutture che la ospitano. Nel 1965 le strisce verticali larghe 8,7 cm diventano punto di partenza per la sua ricerca su cos’è la pittura, come viene presentata e, più in generale, sull’ambiente fisico e sociale in cui un artista lavora. Tutti i suoi interventi sono site specific: una ricerca meticolosa che a tratti può sembrare ripetitiva, ma che invece viene ridisegnata adattandosi perfettamente al luogo. Pochi anni dopo l’intervento al PAC l’artista partecipa alla 42a Biennale di Venezia (1986) aggiudicandosi il Leone d’Oro per il miglior Padiglione Nazionale. Mostre personali gli sono state dedicate dai più importanti musei internazionali e i suoi interventi hanno interessato musei, gallerie e luoghi pubblici in tutto il mondo, tra i più recenti quello a L’Avana (Cuba, luglio 2018).

 

 

1979-1

FRANCESCO LO SAVIO 1979

Francesco Lo Savio_PAC 1979

Mostra a cura di Germano Celant
2 marzo – 30 aprile 1979

Primavera 1979. Dopo un lungo periodo di chiusura per lavori di adeguamento il PAC riapre ripensando il suo ruolo all’interno di una città come Milano, che già si sentiva europea. L’urgenza era chiara: farne un luogo di ricerca, sperimentazione, in dialogo con altre istituzioni internazionali, aperto agli stimoli del contemporaneo e che attraverso la cultura svolgesse a tutti gli effetti la funzione di spazio pubblico. La programmazione viene affidata a Zeno Birolli, Germano Celant e Vittorio Gregotti.

Ed è proprio Celant a curare per la riapertura, fissata il 2 marzo, una retrospettiva dedicata a Francesco Lo Savio, una delle personalità tra le più problematiche dell’avanguardia postinformale italiana, riconosciuto accanto a Piero Manzoni come uno dei maggiori protagonisti dell’apertura europea dell’arte italiana. Lo Savio era stato un artista in anticipo sui tempi e il suo lavoro fu valorizzato solo dopo la sua morte, avvenuta a 28 anni a Marsiglia dove il giovane artista si tolse la vita gettandosi da un balcone dell’Unité d’Habitation di Le Corbusier. Alcune sue opere erano state incluse a Documenta IV a Kassel (1968) e alla XXXVI Biennale di Venezia (1972), ma la mostra al PAC fu la prima ad raccogliere tutta la sua produzione tra il 1958 e il 1963: Dipinti, Metalli, Filtri, Articolazioni che segnarono il momento di passaggio dalla pittura logica alla scultura minimale e concettuale, insieme ai progetti architettonici ed urbanistici. Nel percorso anche le sue Articolazioni totali: cubi realizzati con lastre di cemento bianco opaco, aperti su due lati, da cui il visitatore rimaneva come escluso.