Africa. Raccontando gli artisti. Zanele Muholi

#CorpoePolitichedellaDistanza, #fotografia, #SudAfrica 24.06.2017, 15.17 La mostra
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Zanele Muholi è fotografa, artista, docente e attivista visuale.  Nata nel 1972 a Umlazi (Durban), un’importante cittadina portuale del Sud Africa, Muholi oggi vive e lavora a Johannesburg.

Ha vissuto la prima metà della sua vita durante l’apartheid, un sistema di segregazione razziale applicato in Sudafrica tra il 1948 e il 1994, che ha condizionato molti aspetti della sua vita quotidiana. La madre, Bester Muholi, lavorava come domestica in un quartiere di soli bianchi.

L’apartheid si è concluso ufficialmente nel 1994, quando Nelson Mandela è diventato primo presidente democraticamente eletto del paese. Nel 2006 il Sudafrica è stato il quinto paese del mondo a legalizzare il matrimonio gay. Nonostante la fine dell’apartheid e l’avvio di una legislazione progressista, le comunità LGBTI (Lesbian, Gay, Bisexual, Transgender, Intersex) nere continuano a sperimentare violenze e soprusi.

In risposta a questa violenza Muholi spesso definisce sé stessa come “attivista visuale”.

“Uno degli aspetti più ostici dell’essere un’attivista visuale lesbica in Sudafrica è non avere accesso agli spazi per esporre il mio lavoro qui, dove sarebbe più importante, anche se ottengo riconoscimenti all’estero”

Prima di intraprendere la carriera fotografica incentrata sul tema della sessualità e dei generi in Africa, ha lavorato insieme ai membri della sua comunità in favore dei diritti umani, sollevando l’attenzione sui grandi problemi che le donne lesbiche nere sudafricane devono affrontare ogni giorno. Nel 2006 fonda Inkanyiso, una piattaforma per l’attivismo queer e i media con particolare attenzione alle arti visive, alla libertà di stampa, alla  formazione e all’alfabetizzazione visiva.

Il lavoro di Muholi può essere definito come una pratica di ricerca femminista post-coloniale e considerato come lo strumento per conoscere le sue esperienze di donna lesbica allevata in una township nera sudafricana. I suoi ritratti, dolorosi e al tempo stesso testimonianza di amore, sfidano le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale o lo stigma che circonda le comunità omosessuali del Sud Africa, spesso considerate invisibili.

in mostra il suo lavoro potrà essere letto sulle tracce di #Corpo e #PolitichedellaDistanza

che accomuna artiste africane contemporanee nei cui lavori la categoria della distanza diventa principio conoscitivo e il corpo testimone  delle trasformazioni della società. Tra video-arte e performance, la loro ricerca di una soggettività collettiva si traduce in una personificazione del vivere e del sentire di minoranze religiose, culturali e di genere, espressioni che investiranno i visitatori interrogandoli sulla loro capacità di assumere la femminilità come legame tra il reale e una profonda visione interiore dell’Africa.

I suoi lavori sono stati recentemente esposti ad Art Basel (2017), alla Biennale di Berlino (2016), al Guggwnheim di Bilbao (2015) e al Museum of Gay and Lesbian Art a New York (2014).