KURT SCHWITTERS 2001

Kurt Schwitters_PAC 2001

KURT SCHWITTERS (1887 – 1948)
Collages, dipinti e sculture 1914-194
a cura di Luigi Sansone
25 ottobre 2001 – 27 gennaio 2002

Ottobre 2001. Il PAC presenta una grande antologica dedicata a Kurt Schwitters, uno fra i maggiori esponenti del modernismo classico.

“Sono stato messo al mondo da bambino piccolo piccolo. Mia madre mi ha regalato a mio padre perché fosse felice. Quando mio padre apprese che ero un uomo non seppe più contenersi e cominciò a saltellare per la stanza dalla gioia, perché per tutta la vita non aveva desiderato che uomini. Ma la massima gioia per mio padre fu che non fossi un gemello”

Da Das Literarische Werk, a cura di Friedhelm Lach
 

La mostra proposta ripercorre i momenti salienti della sua carriera artistica la cui data chiave è il 1919, quando, sezionando la parola Kommerz, Schwitters diede un nome, Merz, a quella che altri chiamavano la “pittura dell’immondizia”.
Oli, acquarelli, i celebri collages di stampo dadaista, sculture e una ricostruzione del Merzbau, installazione ante litteram, consentono di ricostruire il percorso artistico, originalissimo e anticipatore di Schwitters, la cui opera ha costituito un fondamentale punto di riferimento per molta sperimentazione artistica del secondo dopoguerra, dal neo-dadaismo alla pop art, attraverso gli happening e gli environment, fino alla poesia visiva e fonetica e a certe forme di arte concettuale.
In mostra è anche presente una nutrita documentazione sull’attività grafica di Kurt Schwitters: sono presenti alcune riviste (tra cui vari numeri di “Merz” e “Der Sturm”), la raccolta di poesie Anna Blume, Die Kathedrale, contenente otto litografie, e il volume Dada Almanach.

 

GILLO DORFLES 2001

Gillo Dorfles_PAC 2001

OMAGGIO A GILLO DORFLES
a cura di Martina Corgnati
1 marzo – 22 aprile 2001
 

Marzo 2001. Il PAC presenta al pubblico la mostra antologica Omaggio a Gillo Dorfles con l’esposizione di un centinaio di opere dell’artista e critico triestino – eseguite dal 1935 al 2000 – e di diverse opere di alcune grandi figure di riferimento.

La rassegna, a cura di Martina Corgnati, vuole restituire la ricchezza e l’unicità della figura artistica ed Una sezione a parte è riservata all’attività del MAC (Movimento Arte Concreta) e alla partecipazione di Dorfles al movimento: in mostra le preziose cartelle di grafica edite dalla Galleria Salto nel 1948 e 1949 (cartella di 12 stampe a mano, e 24 litografie originali), la cartella di linoleum di Dorfles, Monnet, Veronesi (Salto, 1956), la serie completa dei “Bollettini del MAC” e dei successivi “Documenti d’Arte d’Oggi”, oltre ad alcune opere originali del membri fondatori, Soldati, Munari e Monnet.
Un’altra sezione della mostra è invece riservata agli artisti con cui Dorfles si confronta, direttamente o no, e da cui prende spunto, specie negli anni Trenta e Quaranta, per l’elaborazione del proprio linguaggio pittorico. Un confronto fino ad oggi mai tentato e che conferma l’anomalia della figura di Dorfles nel contesto dell’arte italiana nell’epoca che precede la Seconda Guerra Mondiale e per tutto il decennio successivo; e per contro i suoi legami con i protagonisti del Surrealismo e del Blaue Reiter. In questa sezione trovano posto fra l’altro opere di Klee, Kandinsky, Arp, Sophie Täuber, Matisse, Mirò, Tanguy.  La rassegna è completata dalle edizioni originali di tutti i testi critici e teorici pubblicati da Dorfles, oltre che da una selezione di fotografie e da alcuni video.

 

SUI GENERIS 2001

Sui Generis_PAC 2001
SUI GENERIS. DAL RISCATTO ALLA FANTASCIENZA
LA RIDEFINIZIONE DEL GENERE NELLA NUOVA ARTE ITALIANA
a cura di Alessandro Riva
30 novembre 2000 – 11 febbraio 2001

Novembre 2000. Il PAC, nella tradizione che gli è propria di museo aperto alle diverse proposte e interpretazioni dell’arte contemporanea italiana e internazionale, presenta la mostra Sui generis.
Il progetto espositivo, a cura di Alessandro Riva, propone 75 artisti, italiani di nascita o di adozione, per lo più compresi tra i 25 e i 45 anni, ma senza rigide distinzioni generazionali, che operano tra pittura, scultura, fotografia e video, in un incessante rimescolamento di stili e tecniche differenti. Un percorso o, più precisamente, un viaggio simbolico tra quei “generi”, oggi non più riconosciuti come tali.
La mostra Sui generis parte da qui e dal concetto che negli ultimi anni si è assistito a una vera e propria rivoluzione nell’arte italiana ed europea; una rivoluzione silenziosa, che ha avuto come concetto-cardine l’idea del ritorno, e nello stesso tempo della completa ridefinizione, di alcuni generi tradizionali della storia dell’arte (come il ritratto, il paesaggio e la natura morta), oltre che dell’appropriazione di temi e di generi provenienti da altri ambiti linguistici, come la fantascienza e il noir.
La mostra si divide nelle seguenti sezioni: luoghi, scenari futuri, science-painting, still life & feticci (alla moda), Ellroy & Co, contaminazioni, il nuovo ritratto, e peep show.

Gli artisti che hanno preso parte alla mostra sono: Marco Petrus, Giovanni Frang, Andrea Chiesi, Aldo Damioli, Monica Carocci, Marco Neri, Luca Piovaccari, Luca Pignatelli, Ennio Bertrand, Andrea Zucchi, Giacomo Costa, Dany Vescovi, Enrico Lombardi, Andrea Di Marco, Francesco De Grandi, Velasco,  Francesco Scialò, Fulvio Di Piazza, Karin Andersen, Cristiano Pintaldi, Matia, Fabrice De Nola, Ultrapop, Corrado Bonomi, Adrian Tranquilli,  Antonella Mazzoni, Santolo De Luca, Nathalie Du Pasquier, Gianluca Corona, Marco Samoré, Chiara, Annalisa Cattani, Marco Cornini, Antonio Riello, Silvia Levenson, Silvano D’Ambrosio, Omar Galliani, Max Rohr, Alessandro Bazan, Marco Cingolani, Paul Beel, Marzia Migliora, Sergio Ceccotti, Paolo Schmidlin, Simone Racheli, Enrico T. De Paris, Luca Matti, Alex Pinna, Michelangelo Galliani, Luisa Rabbia, Dario Ghibaudo, Vittorio Valente, Paolo Leonardo, Alessandro Papetti, Alberto Castelli, Alfredo Cannata, Leonida De Filippi, Federico Guida, Federico Lombardo, Valentina D’Amaro, Livio Scarpella, Klaus Mehrkens, Stefano Di Stasio, Florencia Martinez, Bernardo Siciliano,  Bianca Sforni, Daniele Galliano, Barbara Nahmad, Giulio Durini, Massimo Giacon, Paola Gandolfi, Nicola Verlato, Paolo Cassarà, Antonella Bersani, Matteo Basilé.

 

LA FORMA DEL MONDO 2000

La forma del mondo_PAC 2000

a cura di Marco Meneguzzo
14 luglio – 15 ottobre 2000

Luglio 2000. La mostra progettata da Marco Meneguzzo, costituisce uno degli eventi più importanti e “pensati” dedicati all’arte contemporanea da un’istituzione pubblica.
Circa trenta artisti della scena internazionale occupano tutto il Padiglione con una sessantina di lavori anche diversissimi tra loro: dalle grandi installazioni progettate espressamente per lo spazio milanese, a piccoli ma significativi segnali di aderenza al tema proposto, come il rarissimo libro di Alighiero Boetti sulla classificazione dei mille fiumi più lunghi.

Il concetto della rassegna parte da una polarità ben presente nel mondo dell’arte d’oggi, sulla figura dell’artista e sulla funzione dell’arte. Il mondo è sempre più complesso, e di conseguenza è sempre più difficile prevedere una “forma” del suo sviluppo, ipotizzare un “progetto” del mondo, come gli artisti erano soliti fare; d’altra parte, se la realtà è tanto complessa da risultare incomprensibile, l’artista può concentrarsi solo sul racconto di se stesso, sulla narrazione e sulla testimonianza della propria soggettività, delle proprie funzioni vitali?
Su questa contrapposizione si basa la mostra: gli artisti producono opere, interpretando la realtà secondo modi che vedono questa opposizione alla base di ogni creazione. Così, la mostra sarebbe un continuo rapporto dialettico tra le due concezioni: il progetto del mondo e la profezia del futuro da un lato, l’eterno presente dell’individuo dall’altro.

Gli artisti: Marina Abramovic, Alighiero e Boetti, Ashley Bickerton, John Bock, Lygia Clark, Thomas Demand, Mark Dion, Chiara Dynys, Fischli & Weiss, Günther Förg, Nan Goldin, Mona Hatoum, Thomas Hirshörn, William Kentridge, Yayoi Kusama, Philip Lorca di Corcia, Eva Marisaldi, Matt Mullican, Bruce Nauman, Gabriel Orozco, Thomas Ruff, Atelier Van Lieshout, Luca Vitone, Jeff Wall, Franz West, Rachel Whiteread, Kenji Yanobe.

LUCIO FONTANA 1999

Lucio Fontana_PAC 1999

LUCIO FONTANA. IDEE E CAPOLAVORI
(parte della rassegna Lucio Fontana. Centenario dalla nascita. Cinque mostre a Milano)
a cura di Antonella Negri
23 aprile – 30 giugno 1999

Aprile 1999. A cento anni dalla nascita di Lucio Fontana, Milano propone il più grande e completo itinerario mai realizzato sulle sue opere: oltre 400 lavori e 5 sedi espositive coinvolte.
La mostra al PAC Lucio Fontana. Idee e capolavori a cura di Antonella Negri intende proporre un panorama antologico dell’opera di Fontana facendo perno su alcuni “capolavori”, ciascuno dei quali rappresenti un momento o un aspetto della sua vicenda artistica.
Il percorso è articolato in sezioni costruite ognuna intorno ad un “capolavoro”: si inizia con la sala Primordio e utopia in cui la Signora seduta del 1934 con la sua materia agitata e vibrante, raccoglie già le tracce dei gesti e di un’idea di spazio cercata e precisa; la seconda Uomini neri prende nome dall’omonima scultura, riflesso dell’altro che è in noi ed è parte della nostra esistenza che rimane nell’oscurità. La terza Equilibri comincia a delinearsi  la sua ricerca di forma non chiusa e spezzata; segue Tecnica e idea che si concretizza nell’idea di manipolazione della materia implicata nella ceramica e che vede le origini nell’opera Il ballerino di Charleston. La penultima sezione, Riguadagnare il cielo, tratta il tema dell’opera ambientale che rappresenta la sperimentazione di nuovi mezzi, evocazione dell’ignoto e atto di liberazione dell’uomo dai condizionamenti legati al tempo. Chiude la mostra “La luna, l’uomo ci va e vi fa un segno” prende il nome da un articolo di Raffaele Carrieri intitolato Fontana ha toccato la Luna: di questa sezione fanno parte i Concetti spaziali e le Attese.

 

DAVID TREMLET 1993

David Tremlet_PAC 1993

a cura di Marco Meneguzzo
27 febbraio – 20 giugno 1993

Febbraio 1993. Il PAC – come in precedenza avvenuto con Buren – diventa un’opera d’arte grazie a David Tremlet.
Artista “viaggiatore”, secondo una delle più radicate tradizioni inglesi, Tremlett ama lasciare una traccia pittorica del proprio passaggio in ogni luogo che lo abbia colpito: così, non c’è quasi differenza se i suoi grandissimi Wall Drawings, (disegni su muro) si trovano all’interno di una casa diroccata in Tanzania, sulle rive dell’Oceano Indiano, o nelle sale dei più prestigiosi musei d’arte contemporanea del mondo. Erede di una curiosità illuminista e del sentimento romantico del viaggio come esperienza interiore, Tremlett percorre it mondo e, paradossalmente, lascia tracce più durature la dove minore e più segreta è la presenza umana, mentre sono quasi sempre destinate a vivere solo nel ricordo e nelle testimonianze fotografiche le opere su muro ideate per i musei.
Anche per il PAC, Tremlett ha progettato ben tre giganteschi Wall Drawings, che occupano le sale centrali (il lavoro è stato eseguito dall’artista, col contributo di un assistente e di alcuni studenti dell’Accademia di Brera), mentre gli altri spazi sono dedicati alle opere su carta e agli statements, agli aforismi e alle dichiarazioni.
Questa è la prima mostra personale che l’Italia tributa, in un luogo pubblico, a Tremlett; tra le personali, invece, che hanno caratterizzato il suo percorso artistico – iniziato nel 1969 – in Europa e nel mondo, ricordiamo quelle alla Tate Gallery, al MOMA, allo Stedelijk Museum, al Centre Pompidou, alla Serpentine Gallery. Tra le collettive ricordiamo la partecipazione a Prospect 71, alla Kunsthalle di Düsseldorf, e a Documenta 5.

IRMA BLANK 1992

Irma Blank_PAC 1992

a cura di Lea Vergine 8 ottobre – 8 novembre 1992

Ottobre 1992. Irma Blank, artista tedesca ma milanese d’adozione, progetta appositamente per gli ambienti del PAC Bleu Carnac: un’opera che occupa l’intera balconata e composta da 77 lunghe tele (207×75 cm cad.) allineate in fila a parete in dialogo serrato tra loro.
L’opera sottolinea la principale caratteristica dello spazio del PAC, anch’esso stretto e lungo, e offre una nuova declinazione del suo lavoro Abecedarium.
Il colore bleu, furtivo e grandioso allo stesso tempo, non è un colore sfondo o ornamento o suggestione: è lo spazio-pulsione, è desiderio.
Gli elementi fondamentali del suo originale linguaggio vengono messi a fuoco fin dal 1968: la pittura come segno; il segno come traccia della complessità dell’autore; la traccia come grafia personale, sempre diversa eppure uguale; la grafia come pura energia, come andamento scritturale svuotato di ogni referente esterno a sé. Le circa 130 opere esposte, tra cui si contano diversi libri d’artista, documentano le fasi più salienti dell’elaborazione e dello sviluppo di queste componenti di base.
Irma Blank pratica la scrittura come strumento di conoscenza intuitiva e riduce i segni linguistici a “Urzeichen”, segni primordiali. In oltre quarant’anni di attività, ha esposto le sue opere in musei, gallerie e rassegne internazionali come Documenta di Kassel (1977), la Biennale di venezia (1978, 2017), Quadriennale di Roma (2005), Centre Pompidou di Parigi (2010), Kunsthaus Hamburg (2016), MAMbo Bologna (2016).

 

CINDY SHERMAN 1990

Cindy Sherman_PAC 1990

a cura di Marco Meneguzzo
4 ottobre – 15 dicembre 1990

Ottobre 1990.
Cindy Sherman si presenta per la prima volta al pubblico italiano con una selezionata antologica del suo lavoro. L’artista americana presenta al PAC la sua produzione che comprende circa una settantina di lavori fotografici dagli inizi del 1977 fino al 1990.
Il lavoro della Sherman costituisce ad un tempo l’immagine mitica che l’America dà di sé e anche la sua messa in crisi attraverso la finzione dell’immagine fotografica: la mostra presenta selezioni coerenti di fotografie, tali cioè da dare l’idea complessiva del ciclo stesso, e del lavoro nel suo insieme. Tra i cicli più noti, ricordiamo quello, suggestivo quanto inquietante, degli scenari “ecologici” o “postatomici”, o ancora quelli dedicati alla Rivoluzione Francese che preludono all’ultimissima serie che si potrebbe definire dei “tableaux vivants”, riproduzioni appunto viventi di quadri famosi del passato, con l’artista-attrice protagonista assoluta delle proprie fotografie.
Sherman costituisce nel panorama mondiale della fotografia e dell’arte un caso emblematico per la sua autonomia e al contempo un modello per molti altri artisti che utilizzano lo stesso medium: di fatto, la sua precocità ne ha fatto un precursore di una tendenza che oggi appare consolidatissima sia nel circuito museale che in quello del mercato dell’arte.

 

MORRIS LOUIS 1990

Morris Louis_PAC 1990

OLTRE L’ESPRESSIONISMO ASTRATTO
MORRIS LOUIS
DIPINTI 1953-1962
a cura di Dore Ashton
30 marzo – 11 giugno 1990

Marzo 1990. Oltre l’espressionismo astratto: questo il titolo della prima mostra monografica in uno spazio pubblico italiano dedicata a Morris Louis.
Le sue opere si collocano nel momento in cui l’Action Painting sta esaurendo la sua carica propulsiva e l’idea dell’azione non sembra più soddisfare tutte le sue esigenze, andando così oltre l’espressionismo.
La selezione delle opere, curata da Dore Ashton, documenta le fasi essenziali della produzione dell’artista e ne rivela, insieme al febbrile sperimentalismo, il temperamento profondamente lirico.

Il percorso al PAC si apre con opere come Silver del 1953 ed Untitled del 1956 che testimoniano il suo contatto con l’Action Painting: sono lavori molto carichi, attraversati da intricati arabeschi, da sovrapposizioni di colore, da esplosioni di forme in un esuberante disordine espressionista, ancora legato alla pittura di Jackson Pollock.
Dalla metà degli anni cinquanta Louis realizza una serie di opere definite dai suoi contemporanei “dipinti a campi cromatici” (color field painting): fanno parte di questo rigoroso e originalissimo percorso di ricerca i celebri Veils (Veil).
uccessivamente ai Veils, Louis esprime il suo senso istintivo del colore nella serie dei Florals, ottenuti con l’uso di un colore carico, non attenuato dalla lavatura finale, in movimento centrifugo verso i bordi della tela.

Con la serie dei Columns (Colonne) e degli Unfurleds (Spiegature), la ricerca sul colore si spinge verso gli esiti più rigorosi e lirici: il bianco del fondo – solcato al centro da fasce di colore puro, nette, in rapido movimento rettilineo o colate lentamente dai lati – diventa presenza luminosa, vibra di una propria radiosa intensità. Gli ultimi dipinti presenti in mostra, sono “tanto vicini all’essenza del colore – come afferma Dore Ashton – quanto è possibile ad un pittore ottenere: il colore vive, attraverso le sue stesse vibrazioni, nello spazio che esso si crea”

 

GUARDA IL VIDEO DEL BACKSTAGE E DELLA MOSTRA DI MORRIS LOUIS AL PAC

 

VITTORIO MATINO E ANTONIO TROTTA 1990

Matino_Trotta_ PAC 1990

a cura di Elena Pontiggia
1 febbraio – 15 marzo 1990

Febbraio 1990. Il PAC ospita una bipersonale di due artisti italiani: Vittorio Matino e Antonio Trotta, che pur appartenendo alla stessa generazione, provengono da esperienze e contesti culturali diversi.
Matino nato a Tirana (Albania) nel 1943 da genitori italiani, vive tutt’oggi tra Milano e Parigi. Trotta è nato a Paestum (Salerno) nel 1937, ha vissuto a lungo in Argentina – nel 1968 è invitato alla biennale di Venezia a rappresentarne il Padiglione – si è stabilito in Italia alla fine degli anni Sessanta dividendosi tra Milano e Pietrasanta.
Anche le loro direzioni di ricerca sono diverse.
Vittorio Matino ha impostato il suo linguaggio pittorico su una geometria essenziale e rigorosa, animata da un colore sfuggente e intenso. Antonio Trotta pratica invece un concettualismo che si ispira ai repertori della classicità, indagando la finzione e l’ambiguità dell’immagine come nelle opere Autunno corinzio o Il patio.
L’opera di Matino si dichiara fedele alle possibilità dell’astrazione, mentre quella di Trotta esplora territori figurativi.
Queste diversità nascondono però molti punti di contatto che la mostra si propone di individuare e far emergere.

 

NOVE ARTISTI A BERLINO 1989

Per gli anni Novanta. Nove artisti a Berlino_PAC 1989

PER GLI ANNI NOVANTA. NOVE ARTISTI A BERLINO
a cura di Christos Joachimides
14 aprile – 12 giugno 1989

Aprile 1989. 7 mesi prima della caduta del muro.

Berlino è sempre Berlino. Questo l’incipit del testo introduttivo di Mercedes Garberi, allora direttore del PAC.

Nove sono i protagonisti che occupano gli spazi del PAC con sequenze individuali: Ina Barluss, Peter Chevalier, Ulrich Görlich, Raimund Kummer, Rainer Mang, Olaf Metzel, Hermann Pitz, Berthold Schepers, Thomas Wachweger, tutti operanti a Berlino, e tutti nati tra il 1943 (Nang e Wachweger) e il 1956 (Pitz).

Cinquanta opere in mostra, fra dipinti, sculture e installazioni, di notevole impatto visivo, documentano diverse direzioni di ricerca: permane a volte una tensione espressionista (in particolare in Wachweger), a cui si affiancano ricerche più fredde che si affidano alla scultura (Mang), all’uso della fotografia (Kummer), ad un neo-classicismo singolarmente riecheggiante il Novecento italiano (Chevalier).
Al secondo piano del PAC, un centinaio di lavori preparatori presentati collettivamente, documentano la fase progettuale della diversa creatività di ognuno: disegni, collages, polaroid , secondo la tecnica più affine all’opera finita. La mostra costituisce uno spaccato della situazione berlinese tra gli anni Settanta e Ottanta (allora contemporanea), segnalando le voci emergenti e maggiormente proiettate verso gli anni novanta.

VERSO L’ARTE POVERA 1989

Verso L'arte povera_PAC 1989

VERSO L’ARTE POVERA
MOMENTI E ASPETTI DEGLI ANNI ’60 IN ITALIA
a cura di Marco Meneguzzo, Paolo Thea
20 gennaio – 27 marzo 1989

 

Gennaio 1989. Ogni avanguardia, ogni gruppo artistico compatto, ogni ristretta tendenza di successo, prima di diventare tale, ha vissuto un grande momento di fervore ideativo: per distillare opere, concetti, idee, materiale da setacciare, da filtrare, deve essere necessariamente più vasto e, talora, appare agli occhi della storia anche più ricco e complesso del suo distillato. Proprio per verificare questa possibilità, una mostra come Verso l’Arte povera indaga quegli anni, quelle atmosfere che hanno preceduto e accompagnato la progressiva coagulazione del gruppo attorno a certe mostre e a certi personaggi. Quell’avventura era cominciata nei primi anni Sessanta, e aveva coinvolto molti più artisti di quanti non siano poi stati riconosciuti come poveristi  (questi ultimi sono Pistoletto, Mario e Marisa Merz, Fabro, Kounellis, Prini, Anselmo, Penone, Zorio, Paolini, Boetti, Calzolari), in città molto diverse tra loro. Il trionfo e la crisi della Pop Art, l’emergere della Minimal Art, la coscienza di un’identità europea, il rapporto tra tecnologia, scienza e socialità, il concetto di alienazione e di smaterializzazione dell’opera: questi sono tutti elementi di dibattito, di conflitto, di stimolo entro cui nasce e cresce una nuova coscienza del ruolo dell’artista, più allargata del ristretto gruppo “storico”, e che coinvolge quasi un’intera generazione. Per questo, accanto ai nomi già citati, e in posizione assolutamente paritaria, vengono presentati in questa mostra anche i lavori di Piacentino, Mardi, Pascali, Mattiacci, Agnetti, Ceroli, Fogliati, Chiari, Patella, Icaro, Parmiggiani, Simonetti, Nespolo, Mondino, Baruchello e dello ‘Zoo’ (gruppo teatrale). Il dibattito divenuto memoria storica è dunque allargato, e addirittura stimolato e proposto da nomi non compresi poi sotto la fortunata etichetta del poverismo.

 

EX ORIENTE. LEE UFAN e HIDETOSHI NAGASAWA 1988

Ex Oriente_PAC 1988

a cura di Elena Pontiggia
5 ottobre – 31 dicembre 1988

Autunno 1988: il PAC parla orientale.
Due grandi prime mostre antologiche dedicate Hidetoshi Nagasawa e Lee Ufan.
Il titolo Ex Oriente ha un duplice significato: il primo, più classico e comprensibile, vuole alludere alla provenienza dei due artisti; il secondo a metà tra lo scherzo e il gioco di parole potrebbe voler dire o richiamare l’idea di una definizione non più calzante o valida.

Hidetoshi Nagasawa, uno tra i più interessanti artisti giapponesi. Nato nel 1940, Nagasawa si è stabilito definitivamente a Milano alla fine del 1967, dopo un avventuroso viaggio in bicicletta e a piedi lungo l’Asia e l’Europa. Nelle sue opere il linguaggio e lo stile sono di matrice occidentale, mentre orientali restano le problematiche (il compenetrarsi di essere e non-essere, il valore del vuoto, gli equivoci dell’apparenza e della visione) e la filosofia che le ispira. Una scultura ricca di immagini straordinariamente evocative, tra memoria, sogno e mito.

Lee Ufan, considerato uno dei maggiori artisti coreani contemporanei, ha perseguito nelle sue ricerche una felice contaminazione tra avanguardia occidentale e  tradizione orientale, portando il suo linguaggio ad una assoluta rarefazione. Pochi segni, di straordinaria intensità, costituiscono la sua pittura. Pochi segni (spesso lastre di pietra o di vetro, in singolare equilibrio tra Minimal Art e arte zen) costituiscono la sua scultura. Lee, come egli stesso ha dichiarato, non si propone di creare immagini, cioè di interpretare soggettivamente le cose, ma lascia che le cose stesse rivelino, indipendentemente dal soggetto, la loro verità.

 

PINO PASCALI 1987

Pino Pascali_PAC 1987

a cura di Fabrizio D’Amico, Simonetta Lux
16 dicembre 1987 – 31 gennaio 1988

Dicembre 1987. A quasi vent’anni dalla scomparsa di Pino Pascali, il PAC gli dedica una grande retrospettiva: ironia, paradosso e fantasia sono le parole chiave.
Nella mostra vengono ricostruiti, attraverso la scelta di una ventina di opere – tra cui Decapitazione delle giraffe, 32 metri quadri di mare circa, 9 metri quadri di pozzanghere e Contro pelo – i passaggi esemplari del lavoro di Pascali come dissolutore di un mondo di certezze in favore di uno spettacolo mutante, e spesso geniale, di apparenze. L’iconografia come stereotipo e come svuotamento del senso, l’uso di materiali non storici, prelevati dalla realtà tecnologica e banale, un rapporto con lo spazio, complesso e di grande spessore ambientale, fanno di Pascali l’autentico iniziatore delle pratiche di combined-idiom che si diffondono in Europa, sotto il segno della neo-avanguardia.

Pascali è stato una delle figure chiave del clima che, negli anni Sessanta, ha portato a maturazione i germi problematici da cui sono scaturite vicende come il Concettuale e l’Arte povera. L’artista espone per la prima volta alla Tartaruga, a Roma, nel 1965: in un triennio folgorante ecco nascere serie straordinarie come i frammenti espansi d’anatomia femminile, le armi, gli animali, il mare.

FAUSTO MELOTTI 1987

Fausto Melotti_PAC 1987

a cura di Mercedes Garberi, Lucia Matino, Elena Pontiggia, Flaminio Gualdoni, Marco Meneguzzo
13 marzo – 27 aprile 1987

Marzo 1987. A Palazzo Reale di Milano nel 1979 si apre una grande rassegna dedicata a Fausto Melotti, che costituiva un’indagine approfondita ed esauriente della sua personalità espressiva. La mostra è seguita personalmente dall’artista, rispecchiandone compiutamente gli orientamenti e gli ideali estetici.
A pochi mesi dalla sua scomparsa avvenuta a giugno del 1986, il PAC, che ha avuto il privilegio di annoverare Melotti tra gli ispiratori dei suoi programmi critici, non può che riallacciarsi all’immagine di quella esposizione, proponendo un percorso che non ne riporti analiticamente le singole fasi, ma ne sintetizzi la visione lirica e la poesia spaziale.
Acrobata invisibile, sospeso tra presenza e assenza, tra gioco e filosofia, tra rivelazione dell’essere e consapevolezza del nulla, Fausto Melotti ha portato la scultura ai limiti dell’indicibile, lontano dall’eloquenza della materia e del volume, nei luoghi della pura musicalità.
Due sono le sedi messe in campo per questa mostra: il PAC e le sale del Museo d’Arte Contemporanea di Palazzo Reale, che raccolgono uno straordinario gruppo di opere degli anni ’30 donato dall’artista.

 

IL CANGIANTE

Il Cangiante_PAC 1986

a cura di Corrado Levi
4 dicembre 1986 – 25 gennaio 1987

Dicembre 1986. Il Cangiante, cioè la mutazione fluida della sensibilità, l’arguzia intellettuale, l’energia mentale, l’ironia, la dissoluzione dell’ideologia dell’arte e insieme il rigore, la serietà massima del gioco. Il Cangiante è il titolo della mostra che Corrado Levi cura per il PAC, offrendo uno sguardo che non sia celebrazione, entusiasmo acritico, ma ragionamento lucido sui modi della trasformazione della pratica d’arte da ieri all’oggi. Così, a fianco di molti tra i maggiori protagonisti dei decenni ‘70 e ‘80, si incrociano le immagini dei “santoni” dell’avanguardia storica, da Otto Dix a Picabia, e di alcune riconosciute figure chiave della trasformazione degli anni sessanta e settanta. Una mostra che non si propone come ulteriore panoramica ecumenica, con impossibili presunzioni di completezza, ma come momento selettivo di riflessione complessa scenari dell’arte di quel periodo, in cui la contaminazione tra gusto mondano, di cultura bassa, e tensione intellettuale, di cultura alta, è un dato problematico e non una condizione accolta come ovvia.

 

Artisti in mostra: Carla Accardi, Giovanni Anselmo, Stefano Arienti, Guglielmo Aschieri, Marco Bagnoli, Mike Bidlo, Alighiero e Boetti, Keiko Bonk, Edward Brezinski, Augusto Brunetti, Riccardo Camoni, Jean Carrau, Antonio Catelani, Sandro Chia, Vittoria Chierici, Francesco Clemente, Tony Cragg, Walter Dahn, Mario Della Vedova, Filippo de Pisis, Otto Dix, Jiri Georg Dokoupil, Tano Festa, Manuela Filiaci, Luis Frangella, Alberto Garutti, Gilbert&George, Carlo Guaita, Peter Halley, Paolo Icaro, Klaus Jung, Harald Klingelhöller, Jeff Koons, Milan Kunc, Edgar Lehmkühler, Corrado Levi, Simon Linke,Tim Linn, Anne Loch, Wolfgang Luy, Amedeo Martegani, Luigi Mastrangelo, Marco Mazzucconi, Allan Mc Collum, Alessandro Mendini, Mario Merz, Vittorio Messina, Aldo Mondino, Peter Nagy, Joseph Nechvatal, Luigi Ontani, Julian Opie, Giulio Paollini, Giuseppe Penone, Alfredo Pesce, Francis Picabia, Pierluigi Pusole, Carol Rama, Martial Raysse, Walter Robinson, James Romberger, Cinzia Ruggeri, Robert Ryman, Remo Salvadori, Salvo, Denys Santachiara, Mario Schifano, Rob Scholte, Andreas Schulze, Thomas Schütte, Aldo Spoldi, Luigi Stoisa, Rosemarie Trockel, Maurizio Turchet, Marguerite Van Cook, Antonio Violetta, David Wojnarowicz, Bill Woodrow, Bruno Zanichelli, Gilberto Zorio.

 

 

DAL PROFONDO. BRUS, NITSCH, RAINER 1986

Dal Profondo. Brus, Nitsch, Rainer. Contemplazione, energismo e mito_ PAC 1986

DAL PROFONDO. BRUS, NITSCH, RAINER CONTEMPLAZIONE, ENERGISMO, MITO.
a cura di Eva Badura Triska, Ubert Kloker
24 settembre –  10 novembre 1986

Settembre 1986. Contemplazione, energismo, mito.
Queste le parole scelte da Eva Badura Triska e Hubert Klocker – curatori della mostra – per definire le opere di Günter Brus, Hermann Nitsch e Arnulf Rainer, tre artisti che per le loro creazioni attingono alle profondità della psiche umana. Per contemplazione si intende lo sforzo dell’osservazione e della meditazione. Energismo significa attivazione e ribaltamento di energie psicofisiche. Mito come impegno costante sui problemi elementari dell’essere, del mondo e dei contenuti mitico-religiosi. Opposti ma al contempo simbiotici sono i poli che danno forma alle loro opere: l’introversione, la calma e la meditazione da un lato e l’esplosione, l’impulsività e l’eccesso dall’altro.

La mostra comprende lavori su carta e olii su tela dei tre artisti a partire dagli anni Cinquanta e Sessanta. Di Günter Brus sono in mostra i primi dipinti informali, alcuni lavori caratteristici del periodo delle “azioni” e un’ampia selezione di disegni dagli anni Settanta in avanti. Di Hermann Nitsch, il suo Orgien-Mysterien-Theater, foto e testimonianze del suo lavoro teatrale. Un’ampia rassegna di grandi opere di Arnulf Rainer testimonia diversi gruppi di lavori: Centralisations, Ubermalungen (Sovrapitture), Croci, PhotoUberarbeitungen (Interventi su foto), Fingerpaintings.

 

ICO PARISI 1986

Ico Parisi_PAC 1986

ICO PARISI. L’OFFICINA DEL POSSIBILE
a cura di Flaminio Gualdoni
31 gennaio – 10 marzo 1986

Gennaio 1986. Il PAC ripercorre con installazioni, progetti, plastici, fotografie, l’intero arco di lavoro di Parisi, quasi a coronare un ciclo di mostre che lo ha visto protagonista alla Galleria Nazionale di Roma nel ’79, al Musée d’Ixelles nell’80, in Images Imaginaires al Centre Pompidou nell’84.

La figura di Ico Parisi è tra le più anomale e significative della ricerca architettonica contemporanea. Comasco, cresciuto alla scuola di Terragni, dalla fine degli anni Trenta Parisi si è impegnato in un’attività multiforme che ha toccato campi come la progettazione, l’architettura di interni, la scenografia, la cinematografia, il nascente design. Attività, tutte, svolte secondo un fertile principio di integrazione tra la propria figura e quella degli artisti, chiamati a collaborare pariteticamente al suo lavoro. Dagli anni Sessanta la sua attenzione si è concentrata non tanto su nuove forme architettoniche, ma sulla configurazione di nuovi modi di vivere lo spazio, dell’abitare. La Casa esistenziale, l’Operazione Arcevia, l’Apocalisse gentile, su su fino a Architettura dopo, sono le tappe di un lavoro di radicale ripercorrimento critico dell’architettura, non mirante – come troppe esperienze attuali – ad accettarne e viverne la perdita di identità, ma a trovare infine quella “officina del possibile” aperta, creativa, sempre mobile, che è l’unica dimensione esistenziale oggi accettabile.

 

GINA PANE 1985

Gina Pane_ PAC 1985

GINA PANE. “PARTITIONS”/OPERE MULTIMEDIA 1984-85
a cura di Lea Vergine
29 novembre 1985 – 13 gennaio 1986

Novembre 1985. Gina Pane espone al PAC una serie di opere eseguite negli ultimi due anni. La mostra Gina Pane. Partitions/Opere multimedia 1984-85, a cura di Lea Vergine, viene inaugurata il 28 novembre 1985 ed è organizzata in collaborazione con il Centre National des Artes Plastiques del Ministero della Cultura francese, il Centre Culturel Français di Milano, la Galerie Isy Brachot e Anne Marchand. Questa esposizione segna il suo passaggio ad un’altra forma espressiva pur nella continuità del lavoro precedente: non vi sono più chiodi, spine, vetri, lamette, ma fotografie di gocce di sangue, piccole fusioni di metalli diversi, giocattoli in plastica, bicchieri rotti, fotografie di sue azioni passate. Nella balconata superiore del PAC sono esposte undici opere di grande formato: “messe in scena” di materiali e segni diversi che coinvolgono lo spettatore attraverso la nozione di “partizione” intesa sia come divisione in più parti di una cosa, sia l’operazione di riunire e mettere in rapporto gli elementi che la costituiscono.

Le Partitions sono assemblaggi compositi, in genere murali, che ricorrono all’impiego di materie e mezzi diversi – dalla fotografia all’oggetto, talvolta al disegno – restituiti tali e quali o costruiti dall’artista. Spesso riprendono dettagli fotografici o materiali a forte carica simbolica tratti da azioni precedenti: “Prendo le distanze e inizio a mettere in scena la memoria di quelle azioni, rispetto agli oggetti ai materiali, e in particolare ai vetri rotti. Uso il rame, come se fosse carne o sangue”. Allo spettatore l’artista richiede la capacità di creare “il proprio itinerario”, di ricostruire il pezzo a partire da tutti i frammenti per poi “appropriarsene totalmente”.

 

MAN RAY 1983

Man Ray_1984

MAN RAY, CARTE VARIABILI
a cura di Arturo Schwartz
2 dicembre 1983 – 9 gennaio 1984

Dicembre 1983. Man ray, carte variabili è in assoluto la prima grande mostra retrospettiva dell’opera su carta di Man Ray.
L’ampia rassegna rivela oltre alla versatilità del suo linguaggio poetico, anche la predilezione per l’uso della carta come primato sia di materia che di pensiero: dalla carta bianca per scrivere, disegnare, dipingere, alle carte colorate per i collage, alle preziose carte a mano, alla cartapesta, alle carte sensibili.

 

“A seconda dell’indole del visitatore questa mostra può essere vista con l’occhio dell’amante della grafica sensibile alla perfezione del disegno e alla fluidità e libertà del tratto; oppure con quello del fotografo, che si soffermerà sulle straordinarie innovazione e realizzazioni di Man Ray; o ancora con l’occhio dell’esteta, perennemente alla ricerca del pezzo raro e raffinato; o spesso con quello dell’estimatore di nudi femminili, che vi troverà alcune immagini di donna tra le più liriche e sconvolgenti del nostro secolo; o forse con l’occhio dello storico dell’arte, che vedrà qui documentati due dei movimenti artistici più significativi dei tempi moderni: il Dadaismo e il Surrealismo; infine, e sarà probabilmente il caso più frequente, con l’occhio del comune visitatore di mostre, che vuole appagare la sua sete di conoscenza e godersi una raccolta di pezzi scelti con criteri rigorosi”.

Arturo Schwarz, da Piccola guida alla mostra, 1983

 

La mostra a cura di Arturo Schwarz è divisa in 3 parti: la prima, intitolata L’opera disegnata, comprende i lavori eseguiti sui vari tipi di carta comune o no; il secondo L’opera fotografata presenta tutte quelle su carta sensibile; il terzo Le pubblicazioni mostra tutti i documenti, giornali e opere a stampa che Man Ray ha arricchito con incisioni originali, disegni e fotografie.