Tag Archives: internationalartist

ZHANG HUAN 2010

Zhang Huan_PAC 2010

ZHANG HUAN: ASHMAN
Dalla cenere raccolta nei templi opere monumentali che evocano antiche spiritualità
a cura di Elena Geuna
7 luglio 2010 – 12 settembre 2010

Estate 2010. Zhang Huan: Ashman la prima retrospettiva europea di Zhang Huan, a cura di Elena Geuna.
La mostra, prima personale in un’istituzione pubblica italiana, ripercorre l’intera ricerca artistica di Zhang Huan riunendo 42 opere provenienti da importanti collezioni internazionali: dalle sue performance di inizio anni Novanta alle sue più recenti opere realizzate con la cenere (come le sculture giganti Buddha Hand, Peace 1 e Berlin Buddha o gli Ash paintings) e altri lavori tra i più significativi della sua intera produzione artistica.

Ashman è l’eroe che porto nel cuore, la personificazione di molti desideri e anime molteplici. Ashman sogna, sostiene la giustizia, definisce un nuovo ordine internazionale, persegue la pace per sconfiggere la guerra terroristica, interagisce con la Terra in maniera ecosostenibile, rende l’umanità più pacifica, più libera. Porterà a Milano una profonda, universale, armonia per l’umanità.
Zhang Huan

Il percorso della mostra riflette sul tema della spiritualità, tema centrale della sua poetica e della sua vita.
Le sue opere prendono vita dall’intrinseco legame tra pratiche spirituali buddhiste ed alcune tecniche tradizionali cinesi, fonti iconografiche e culturali da cui l’artista prende ispirazione, unite ad una estrema versatilità espressiva, propria della contemporaneità. Performance, fotografia, scultura, video, pittura sono in Zhang Huan strumenti per recuperare le proprie radici e le tradizioni della cultura cinese, esprimendo un rapporto intimo con il passato, con la natura, con la storia e con se stesso. Nelle opere di Zhang Huan si ritrovano le antiche tecniche dell’intaglio e della calligrafia, la pratica religiosa di bruciare l’incenso, la scultura in ferro battuto, la raffigurazione di Buddha e di parti sacre del suo corpo, la riproduzione fedele della natura, l’iconografia popolare di propaganda Comunista.

Le opere di Zhang Huan sono presenti nelle collezioni dei più importanti musei al mondo, come The Museum of Modern Art, Salomon R. Guggenheim Museum e il Metropolitan Museum a New York; lo S.M.A.K. Museum a Gent, Belgio; il Centre Georges Pompidou a Parigi; l’Hara Museum of Contemporary Art di Tokyo e l’Israel Museum di Gerusalemme.

YAYOI KUSAMA 2009

Yayoi Kusama_ PAC 2009
YAYOI KUSAMA
Dalla cultura hip hop alla generazione “pop up”
a cura di Akira Tatehata
13 novembre 2009 – 7 febbraio 2010

Novembre 2009. Attraverso circa 50 opere, la mostra al PAC conduce ai fulcri su cui è disegnata l’esposizione e l’intera produzione di Yayoi Kusama: l’odio/amore per il controllo, appunto, ma anche il fare manuale e la creatività in generale come antidoto all’ansia.
La mostra si compone di installazioni ambientali, quadri e sculture oggettuali. Tutte le opere sono di grande formato, le dimensioni delle sculture sono imponenti.
Persa dentro a un puntino e moltiplicata da muri di specchi: è così che vediamo Yayoi Kusama, la più importante artista giapponese vivente.
Lo spettatore si trova all’interno di un ambiente oscurato, nel quale sono stati distribuiti punti di colore illuminati – un modo per rendere appariscente e allucinato un semplice locale domestico – o a percorrere i quadri nei quali l’artista dipinge con maniacalità i suoi cerchietti e riempie scatole, scarpe, contenitori improbabili di piccole forme inquietanti, come microrganismi che ci assediano e come piccole escrescenze che crescono senza controllo.

Malgrado abbia girato film, redatto riviste e partecipato ad attività sperimentali di ogni tipo, il suo lavoro è ampiamente riconoscibile per l’utilizzo di pallini, reticoli, specchi e tutto ciò che mette in crisi la percezione, comunicando il suo disagio con opere che generano da una parte un vissuto giocoso, dall’altra una perdita dell’orientamento.

ROBERT INDIANA 2008

Robert Indiana_PAC 2008

ROBERT INDIANA A MILANO
4 luglio – 14 settembre 2008

Estate 2008. Il Comune di Milano, in collaborazione con la galleria Gmurzynska di Zurigo presenta al PAC una mostra dedicata a Robert Indiana, uno dei più noti e celebrati esponenti dell`arte contemporanea statunitense. Nonostante la sua fama Robert Indiana ha avuto in Italia pochissime occasioni espositive e la mostra al PAC rappresenta un’opportunità unica per apprezzare la complessità di un artista il cui corpus di opere è stato ingiustamente messo in secondo piano dalla straordinaria notorietà del suo lavoro più celebre: la scritta tridimensionale LOVE.

Le opere esposte al PAC permettono di ripercorrere la carriera dell´artista nel suo complesso  e presenta, accanto ai suoi dipinti,gli assemblaggi, le colonne percorse da brevi iscrizioni, per giungere infine alle recenti tele in cui le lettere sono sostituite da ideogrammi, a dimostrazione di una inesausta capacità di rinnovamento e sensibilità sociale.

La grande forza comunicativa accomuna l’opera di Robert Indiana in tutte le sue declinazioni.
L´interesse per la tipografia rappresenta il trait d’union fra l’artista e la tradizione artistica statunitense del Novecento e in particolare a uno dei suoi pittori più rappresentativi: Charles Demuth.
L’apparente immediatezza di Indiana nasconde infatti una straordinaria ricchezza di significati e rimandi alla cultura americana in tutti i suoi aspetti: alla sua storia, alla sua letteratura, alla sua cultura sociale, antropologica e visiva.
Un esempio molto interessante di tale stratificazione di significati è rappresentato al PAC da Decade Autoportrait 1968, del 1972.
In occasione di un’intervista al New York Times nel dicembre 2002, Indiana disse: “Ci sono piú segni che alberi in America. Ci sono più segni che foglie. Per questo penso a me stesso come a un pittore del paesaggio americano”.

 

ANDRES SERRANO 2006

Andres Serrano_PAC 2006

ANDRES SERRANO
IL DITO NELLA PIAGA
a cura di Oliva María Rubio

THE MORGUE
a cura di Alessandro Riva
14 ottobre – 26 novembre 2006

Ottobre 2018. In occasione della seconda edizione della Giornata del Contemporaneo, il PAC celebra l’estro creativo di un grande interprete dei nostri tempi – Andres Serrano – con un duplice appuntamento: la mostra Il dito nella piaga, a cura di Oliva María Rubio, in collaborazione con La Fábrica di Madrid, con una selezione di alcune delle sue più significative fotografie degli ultimi vent’anni, e la mostra The Morgue, a cura di Alessandro Riva e realizzata in collaborazione con Tomaso Renoldi Bracco, che presenta dieci lavori inediti dell’artista tratti dalla controversa omonima serie fotografica del 1992. Immagini macabre e scioccanti a lungo tenute nascoste per volere dello stesso artista e che ora vengono presentate per la prima volta, in esclusiva assoluta, a Milano.
Artista maledetto e grande provocatore: questa l’immagine che Serrano ha sempre dato di sé. In realtà, ad un’analisi più approfondita, la sua opera appare complessa e ricca di sfumature. Genio ribelle per eccellenza, Serrano esprime la sua critica nella sottile dicotomia che sottende le sue immagini fotografiche, patinate e perfette, terrificanti e trasgressive, rifiutando le finzioni del mondo contemporaneo e illustrandone i turbamenti interiori e le manie.

“Credo che sia necessario cercare la bellezza anche nei luoghi meno convenzionali o nei candidati meno insospettabili. Se non incontro la bellezza non sono capace di scattare alcuna fotografia”.

Andres Serrano

Dai suoi esordi – agli inizi degli anni ottanta – fino ai giorni nostri, le fotografie di Andres Serrano (New York, 1950) non hanno mai smesso di rappresentare i temi più controversi e polemici del convulso mondo in cui viviamo. La religione, il fanatismo, la corporeità, la xenofobia, la malattia e la morte, sono stati oggetto della sua meticolosa attenzione in serie come Bodily Fluids, The Morgue, Nomads, Ku Klux Klan, The Church, A History of Sex…Ciò che sembra una forma di provocazione si manifesta come una vocazione: quella di trattare temi e problematiche che ci riguardano come esseri umani attraverso immagini che si distinguono, inoltre, per la loro bellezza. La bellezza è una componente essenziale del lavoro di Serrano. Attraverso di essa, l’artista intensifica la tensione che seduce lo spettatore con il fascino proibito dei temi tabù.

ANTONIN ARTAUD 2005

Antonin Artaud_PAC 2005

ARTAUD
VOLTI / LABIRINTI
a cura di Jean-Jaques Label, Dominique Païni
6 dicembre 2005 – 12 febbraio 2006

Dicembre 2005. Sotto il titolo ARTAUD, Volti / Labirinti il PAC presenta un “montrage” – dalle parole francesi montage (montaggio) e montrer (mostrare) – multimediale dedicato all’artista/poeta/attore e regista teatrale Antonin Artaud (1896-1948), considerato una delle personalità più sovversive della sua epoca. Nel mondo contemporaneo, Artaud esercita un’influenza rimarchevole non solo negli ambiti dell’arte, della letteratura, del teatro e del cinema, ma anche nel campo della cultura psichiatrica. Si può dire che abbia rivoluzionato e ridefinito le nozioni stesse di cultura, linguaggio, salute mentale e arte teatrale.
Questo “montrage”, concepito da Jean-Jacques Lebel e realizzato con la partecipazione di Dominique Païni, offre una visione complessiva di tutte le attività creative di Artaud, connettendole l’una all’altra e testimoniando la loro stupefacente molteplicità. Accanto ad un’esclusiva selezione di disegni – fra i quali figura un buon numero di autoritratti – di preziosi manoscritti, di lettere, di documenti a stampa, di fotografie, vi saranno anche alcuni ritratti di Artaud eseguiti dai suoi amici: Jean Dubuffet, Man Ray, Balthus, Eli Lotar, Armand Salacrou, Denise Colomb, Georges Pastier, per citarne alcuni. Una sezione a parte è dedicata al rapporto tra Artaud e il teatro.

Un’installazione di Jean-Jacques Lebel ricostruisce la stanza dell’ospedale psichiatrico di Rodez dove, a partire dal 1943, Artaud è stato sottoposto, su decisione del medico primario dell’istituto, a cinquantuno sedute di elettroshock che gli hanno procurato una sofferenza indicibile, oltre a fratturargli una vertebra lombare. La tragedia della schizofrenia – una tragedia che è insieme personale e sociale, e che generalmente viene censurata dalle istituzioni museali – trova qui la rilevanza che le spetta.
A tutto ciò si aggiunge il repertorio completo – per la prima volta in Italia – delle ventidue apparizioni cinematografiche di Artaud, presentato da Dominique Païni con un complesso sistema di schermi che riflettono gli uni sugli altri i ruoli interpretati da Artaud, dando vita a un magma incandescente.
Un’attenzione particolare è riservata ai suoi testi, compresi quelli scritti nella lingua di sua invenzione, sotto l’egida del filosofo Gilles Deleuze che dell’opera di Artaud ha fornito una lettura innovatrice.

Questa mostra di un genere inconsueto, o piuttosto questo montrage positivo, ha l’ambizione di rendere omaggio a un pensiero che occupa una posizione di estrema rilevanza nella cultura della nostra epoca.

 

CHRISTIAN BOLTANSKY 2005

Christian Boltanski_PAC 2005

ULTIME NOTIZIE
Christian Boltanski
a cura di Jean-Hubert Martin
18 marzo – 12 giugno 2005

Primavera 2005. Christian Boltanski presenta al PAC una mostra dedicata alla dimensione temporale, al trascorrere del tempo e alla sua percezione.
Le opere presenti sono state costruite per permettere al visitatore di entrare in contatto con la personale elaborazione estetica del concetto di tempo elaborata da Boltanski durante tutta la sua attività artistica: non sviluppo storico, ma fragile e instabile passaggio, fine inesorabile e scorrere decadente.
Opere che si focalizzano sull’ultimo grande dubbio dell’uomo, che sprofondano nella paura della fine, sempre minacciosa all’orizzonte. E’ la sensazione del passaggio, della precarietà effimera dell’esistenza, è la domanda insoluta sul senso della nostra presenza.

Nella mostra vengono affrontati due temi fondamentali per tutto il genere umano:

  • il trascorrere del tempo è percepibile con forza e crudezza in diversi modi, dall’opera sonora Horloge Parlante che con una voce sintetizzata scandisce ininterrottamente l’orario, all’opera video Entre temps che propone in sequenza le immagini fotografiche del volto di Boltanski nelle diverse tappe della sua vita, o ancora dal video interattivo 6 septembre che ci presenta ad alta velocità consequenziale i fatti accaduti ogni 6 settembre, giorno di nascita dell’artista, con possibilità però di selezionarne uno da analizzare, da ricordare. I suoi lavori tendono essenzialmente a richiamare alla mente il passato, evidenziandone le tracce e l’azione sacralizzante;

  • il tema della scomparsa, della morte viene evocato non solo da fotografie, ma anche dall’inequivocabile e lapidaria opera TOT (“morto” in tedesco) scritta a parete con l’impiego di lampadine luminose.

Il tempo – che siano pochi giorni o una vita intera – avvalora l’intento di documentare la realtà quale essa sia, comune, quotidiana, ripetitiva, assumendo il sapore della Memoria.
Una mostra quindi di grande impatto, una sorta di memento mori dove la verità apparente delle cose fatta di istantaneità e transitorietà si ribalta nel suo opposto complementare e immerge i visitatori nell’implacabile fluire del tempo. Un trascorrere leggibile però solo attraverso la lente soggettiva del Ricordo.

 

KIMSOOJA 2004

Kimsooja_PAC 2004

KIMSOOJA
CONDITIONS OF HUMANITY
a cura di Jean-Hubert Martin
24 giugno – 19 settembre 2004

Giugno 2004: il PAC torna a parlare orientale.

La mostra di Kimsooja, sotto la direzione artistica di Jean-Hubert Martin, è la prima importante personale tenuta dall’artista coreana in Italia.
Le sue opere, estremamente poetiche e al tempo stesso contemplative, attingono al background culturale della sua terra d’origine e il tema centrale di molte di esse verte sul ruolo dell’essere umano nel mondo globalizzato. Dagli anni ottanta il cucito, attività appresa al fianco della madre, è divenuto l’elemento essenziale del lavoro di Kimsooja consentendole di passare dalla superficie bidimensionale della pittura alla tridimensionalità degli oggetti. I Bottari, fagotti di tessuto realizzati a partire dal 1992 con coperte e vestiti usati, costituiscono ormai un elemento tipico del suo lavoro.

L’esposizione di Kimsooja al PAC include, oltre a diverse proiezioni video, la grande installazione A Laundry Woman (Lavandaia), 2000, nella quale tessuti tradizionali coreani, grandi e coloratissimi, con dei ricami dai motivi simbolici, sono fissati su sottili fili metallici tesi lungo il parterre del padiglione, come panni messi ad asciugare. Il visitatore è invitato ad aggirarsi fra i tessuti, che ondeggiano lievemente al passaggio, e a sperimentarne, da vicino e tangibilmente, la bellezza, la delicatezza e la grande energia cromatica.
Nella video installazione A Needle Woman (Donna-ago), 1999-2001, è l’artista stessa ad “agire” come la punta di un ago. Kimsooja rimane immobile in mezzo alla folla dei passanti di metropoli come Shanghai, Tokyo, New York o New Delhi, costringendo di conseguenza le fiumane di gente ad aggirarla e a deviare. Negli otto schermi della video installazione, esposta al PAC in due sale, l’artista si presenta di spalle e il visitatore può vedere i volti e le diverse reazioni delle persone che la evitano mentre, idealmente, le strade delle diverse città sembrano convergere al centro delle stanze.
Le attività dell’artista coreana, viaggi ed esposizioni, possono essere interpretate come una costante tessitura di nuove relazioni. Kimsooja: “È la punta dell’ago a penetrare il tessuto, e noi possiamo unire due diversi lembi di stoffa con il filo che passa per la cruna dell’ago. L’ago è un’estensione del corpo, il filo è un’estensione della mente. Nel tessuto rimangono sempre le tracce della mente, invece l’ago abbandona il campo non appena terminata la sua mediazione. L’ago è medium, mistero, realtà, ermafrodita, barometro, un momento, e uno Zen.”

Kimsooja ha rappresentato la Korea alla 24° Biennale di San Paolo nel 1998 e alla 55° Biennale di Venezia nel 2013; ha partecipato a più di 30 biennali e triennali in ambito internazionale. ha esposto con una personale al MoMA, al Cristal Palace di Reina Sofia, al Museo di Arte Contemporanea di Lione, al Guggenheim di Bilbao, al Centre Pompidou Metz.

LAURIE ANDERSON 2003

Laurie Anderson_PAC 2003

THE RECORD OF THE TIME
Le opere sonore di Laurie Anderson
a cura di Suzanne Landau
11 novembre 2003 – 15 febbraio 2004

 

Novembre 2003. Con la mostra The Record of the Time il PAC rende omaggio alla multiforme produzione della musicista e artista newyorkese Laurie Anderson, icona dell’arte multimediale, in quella che è la sua prima retrospettiva in Italia.
L’esposizione comprende circa novanta opere sculture, oggetti, disegni, fotografie e installazioni che interagiscono e si coniugano con una straordinaria presenza visiva del suono.
Laurie Anderson, che si autodefinisce una “narratrice”, crea installazioni in cui abbina poesie e canzoni, collage di suoni e musica, basandosi su episodi della propria vita, sui suoi sogni, su poemi, miti e leggende.

Mi sono concentrata soprattutto sulla musica e sulla performance. Ho sempre combinato diverse forme artistiche. […] Le opere presentate nella mostra The Record of the Time riflettono soprattutto il lavoro che ho fatto con il suono e il rumore. Ci sono numerosi motivi conduttori: il violino, la voce, le parole, spazi sonori e alter ego.

Laurie Anderson

Una caratteristica dell’opera di Laurie Anderson è il suo speciale cocktail di teatro, musica pop, azione e immagini, elementi che vengono miscelati elettronicamente con l’uso del computer e che danno origine a performance e installazioni audiovisive spettacolari, producendo un universo molto personale di immagini e suoni.
In alcune installazioni interattive presentate nella mostra i visitatori hanno l’opportunità di esplorare “fisicamente” il mondo dell’artista: Handphone Table (1978) per esempio, invita a percepire i suoni lungo le ossa delle braccia. Altre esperienze audiovisive sono proposte dalle opere Tape Bow Violin del 1977 e Neon Violin (1983) basata sullo strumento così spesso usato da Laurie Anderson da diventare per lei una sorta di “seconda voce”; uno strumento di cui l’artista ha alterato e manipolato elettronicamente il suono in ogni maniera possibile.

Laurie Anderson esordisce come performer nel 1972, con un concerto di clacson. Dalla metà degli anni settanta si dedica alla performance, lavorando con la musica e il suono. A Londra, nel 1981, la sua canzone “0 Superman” giunge in testa alle classifiche e diventa un successo a livello internazionale. Negli anni seguenti l’artista presenta performance sempre più complesse e lavora in collaborazione con registi cinematografici a musicisti come Brian Eno, Wim Wenders e Peter Gabriel, realizzando fra l’altro il film-concerto “Home of the Brave”. Nei primi anni novanta il suo lavoro assume una connotazione più politica e parecchie sue creazioni affrontano i temi della violenza, del conflitto e della censura.

DOUBLE DRESS 2003

Double dress_PAC 2003

DOUBLE DRESS
Yinka Shonibare un artista nigeriano/britannico
a cura di Suzanne Landau
26 giugno – 14 settembre 2003

Estate 2003. La mostra è organizzata dall’Israel Museum di Gerusalemme ed è curata da Suzanne Landau. L’edizione italiana, presentata al PAC, prevede 18 opere tra grandi installazioni di pittura, sculture e fotografie datate fra il 1994 e il 2001. Le opere provengono dall’Israel Museum di Gerusalemme, dalla Stephen Friedman Gallery di Londra, da collezioni private e da musei europei e americani, come la Tate Gallery di Londra e l’MCA di Chicago.

Nato nel 1962 a Londra, Yinka Shonibare è vissuto in Nigeria fino all’età di 18 anni trasferendosi poi a Londra per studiare. Nella sua ricerca si è rivolto con ironia alle tematiche legate all’identità culturale: dal dandy dalla pelle nera agli astronauti e agli alieni vestiti con stoffe a colori pseudo africani, l’artista è alla ricerca dell’elemento provocatorio e destabilizzante, che inneschi la riflessione sulla prospettiva da cui abitualmente si considera il mondo. Nella sua arte non smettono mai di convivere due anime diversissime: quella profondamente africana e quella anglosassone, occidentale.
I soggetti di Shonibare, guardano spesso, al mondo della moda e del costume, come campo di indagine per rimarcare la contaminazione tra cultura europea ed elementi della tradizione culturale africana: l’artista veste dei manichini con abiti dalla foggia tipicamente occidentale, usando tessuti considerati africani, i batik, che per la loro complessa origine sono la migliore metafora per affrontare criticamente la collisione di due culture.

In altre opere, realizzate con il mezzo fotografico, Shonibare si pone al centro della rappresentazione nelle vesti del Dorian Gray di Oscar Wilde oppure si ispira alla serie A Rake’s Progress di William Hogarth. Il dandy è per Shonibare un leitmotiv, è colui che afferma la sua individualità sfidando il perbenismo della società con il proprio aspetto e atteggiamento.

Ormai noto a livello internazionale, Yinka Shonibare ha presentato nel 1989 a Londra la sua prima mostra personale, per poi esporre presso gallerie private e spazi pubblici in Europa, Stati Uniti, Canada, Sud Africa e Israele. Ha partecipato a importanti esposizioni collettive, come Sensation. Young British Art from the Saatchi Collection (1997) alla Royal Academy of Arts di Londra, oppure Authentic/Ex-centric: Conceptualism in Contemporary African Art nell’ambito della 49° Biennale di Venezia.

CHEN ZHEN 2003

Chen Zhen_PAC 2003

CHEN ZHEN
UN ARTISTA TRA ORIENTE E OCCIDENTE
a cura di Jean-Hubert Martin
28 febbraio – 18 maggio 2003

Febbraio 2003. Il PAC apre il 2003 con una mostra dedicata all’artista cinese Chen Zhen.
La mostra, prima tappa della nuova programmazione curata da Jean-Hubert Martin, critico e storico dell’arte esperto di culture extraeuropee, consiste in circa 70 opere tra installazioni e disegni, provenienti da collezioni private italiane e straniere, e dagli eredi dell’artista.

Nato a Shanghai nel 1955, Chen Zhen è considerato uno dei protagonisti del nostro tempo, che ha fatto della sua opera un esempio di pluralismo nell’arte, condensando nella nozione di “trans-esperienza” il fulcro del suo lavoro.
Il suo linguaggio artistico, che affronta molte questioni, dalla politica internazionale alla vita in sé, lo ha condotto a cercare una sintesi visiva della sua arte dove fosse riconoscibile, innanzitutto da un punto di vista estetico, il bisogno di farsi comprendere in un mondo dalle prospettive diverse da quelle che lo avevano circondato e cresciuto, di mescolare il sapore della sua Cina con quello dei Paesi che andava conoscendo.

Inizialmente orientato sulla pittura, Chen Zhen si è poi concentrato su installazioni di grandi e medie dimensioni, cominciando ad assemblare oggetti tratti dalla vita comune come letti, seggiole, tavoli, vasi da notte, culle e materassi, allestiti in composizioni che li privano della loro originaria funzione.
Al centro della sua ricerca anche l’indagine sul diverso approccio alla medicina in oriente e occidente che emerge in alcune opere incentrate sulla figura del corpo umano e degli organi interni.

In particolare, fra le opere in mostra, sono esposte alcune grandi installazioni ricche di fascino realizzate fra il 1991 e il 2000 con tavoli, sedie, polistirolo, ventilatori, registratori di cassa, tessuti e candele colorate, come Obsession of Longevity, 1995; Un-interrupted Voice, 1998; Human Tower, 1999; Zen Garden, 2000; Lumière innocente, 2000.

 

DUANE HANSON 2002

Duane Hanson_PAC 2002
DUANE HANSON. MORE THAN REALITY
30 sculture più vere del vero
a cura di Thomas Buchsteiner, Otto Letze
29 maggio – 1 settembre 2002

Maggio 2002. Il PAC ospita per la prima volta in Italia la più grande retrospettiva dello scultore americano Duane Hanson.
Attraverso le opere esposte, tutte realizzate tra il 1967 e il 1995, il messaggio dell’artista si codifica nella tridimensionalità dei suoi personaggi, individui non specifici, gente comune colta per strada, un mondo malinconico fatto di disincanto e abbandono, ma che riesce a provocare simpatia e sincera emozione: nei luoghi dell’arte, infatti, i racconti di vita di Hanson permettono di identificarci, a prescindere da quanto siano lontani da noi.

Io non riproduco la vita, faccio una dichiarazione sui valori umani. La mia opera si occupa di persone che conducono un’esistenza di pacifica disperazione. Mostro il vuoto, la fatica, l’invecchiamento, la frustrazione. Queste persone non sanno reggere la competitività. Sono gli esclusi, degli esseri psicologicamente handicappati.

Martin Bush, Sculptures by Duane Hanson, Wichita 1985

Duane Hanson per oltre trent’anni si è preoccupato di raccontare la rassegnazione, il vuoto, la solitudine dei ceti medio-bassi americani, traducendo le sue osservazioni in sculture viventi.
“Ma poi ci mettevo sempre dentro un pezzetto di braccio o di naso” così commentava Hanson la propria incapacità di allinearsi alle tendenze artistiche astratte o dell’espressionismo astratto dominanti negli anni della sua formazione.
L’artista crea le sue sculture prendendo a modello casalinghe, operai edili, cameriere, venditori d’auto, custodi, ovvero i rappresentanti dei ceti medi e bassi della società americana, che in queste biografie scultoree evidenziano il “fiato corto” del sogno americano.
Realizza figure a grandezza naturale, partendo da calchi di persone in carne e ossa, sui quali interviene modificandone artisticamente i particolari. La sua ricerca dei soggetti è lenta e accurata, la loro essenza l’ordinarietà. Gli stessi atteggiamenti dei personaggi devono essere naturali, riflettere le loro tipiche attività. Hanson quindi sceglie pose statiche, con il corpo a riposo tra un’attività e l’altra. I suoi soggetti assumono un’aria un po’ sognante, che permette di catturare il loro ripiegamento interiore e la loro malinconia.

KURT SCHWITTERS 2001

Kurt Schwitters_PAC 2001

KURT SCHWITTERS (1887 – 1948)
Collages, dipinti e sculture 1914-194
a cura di Luigi Sansone
25 ottobre 2001 – 27 gennaio 2002

Ottobre 2001. Il PAC presenta una grande antologica dedicata a Kurt Schwitters, uno fra i maggiori esponenti del modernismo classico.

“Sono stato messo al mondo da bambino piccolo piccolo. Mia madre mi ha regalato a mio padre perché fosse felice. Quando mio padre apprese che ero un uomo non seppe più contenersi e cominciò a saltellare per la stanza dalla gioia, perché per tutta la vita non aveva desiderato che uomini. Ma la massima gioia per mio padre fu che non fossi un gemello”

Da Das Literarische Werk, a cura di Friedhelm Lach
 

La mostra proposta ripercorre i momenti salienti della sua carriera artistica la cui data chiave è il 1919, quando, sezionando la parola Kommerz, Schwitters diede un nome, Merz, a quella che altri chiamavano la “pittura dell’immondizia”.
Oli, acquarelli, i celebri collages di stampo dadaista, sculture e una ricostruzione del Merzbau, installazione ante litteram, consentono di ricostruire il percorso artistico, originalissimo e anticipatore di Schwitters, la cui opera ha costituito un fondamentale punto di riferimento per molta sperimentazione artistica del secondo dopoguerra, dal neo-dadaismo alla pop art, attraverso gli happening e gli environment, fino alla poesia visiva e fonetica e a certe forme di arte concettuale.
In mostra è anche presente una nutrita documentazione sull’attività grafica di Kurt Schwitters: sono presenti alcune riviste (tra cui vari numeri di “Merz” e “Der Sturm”), la raccolta di poesie Anna Blume, Die Kathedrale, contenente otto litografie, e il volume Dada Almanach.

 

LA FORMA DEL MONDO 2000

La forma del mondo_PAC 2000

a cura di Marco Meneguzzo
14 luglio – 15 ottobre 2000

Luglio 2000. La mostra progettata da Marco Meneguzzo, costituisce uno degli eventi più importanti e “pensati” dedicati all’arte contemporanea da un’istituzione pubblica.
Circa trenta artisti della scena internazionale occupano tutto il Padiglione con una sessantina di lavori anche diversissimi tra loro: dalle grandi installazioni progettate espressamente per lo spazio milanese, a piccoli ma significativi segnali di aderenza al tema proposto, come il rarissimo libro di Alighiero Boetti sulla classificazione dei mille fiumi più lunghi.

Il concetto della rassegna parte da una polarità ben presente nel mondo dell’arte d’oggi, sulla figura dell’artista e sulla funzione dell’arte. Il mondo è sempre più complesso, e di conseguenza è sempre più difficile prevedere una “forma” del suo sviluppo, ipotizzare un “progetto” del mondo, come gli artisti erano soliti fare; d’altra parte, se la realtà è tanto complessa da risultare incomprensibile, l’artista può concentrarsi solo sul racconto di se stesso, sulla narrazione e sulla testimonianza della propria soggettività, delle proprie funzioni vitali?
Su questa contrapposizione si basa la mostra: gli artisti producono opere, interpretando la realtà secondo modi che vedono questa opposizione alla base di ogni creazione. Così, la mostra sarebbe un continuo rapporto dialettico tra le due concezioni: il progetto del mondo e la profezia del futuro da un lato, l’eterno presente dell’individuo dall’altro.

Gli artisti: Marina Abramovic, Alighiero e Boetti, Ashley Bickerton, John Bock, Lygia Clark, Thomas Demand, Mark Dion, Chiara Dynys, Fischli & Weiss, Günther Förg, Nan Goldin, Mona Hatoum, Thomas Hirshörn, William Kentridge, Yayoi Kusama, Philip Lorca di Corcia, Eva Marisaldi, Matt Mullican, Bruce Nauman, Gabriel Orozco, Thomas Ruff, Atelier Van Lieshout, Luca Vitone, Jeff Wall, Franz West, Rachel Whiteread, Kenji Yanobe.

DAVID TREMLET 1993

David Tremlet_PAC 1993

a cura di Marco Meneguzzo
27 febbraio – 20 giugno 1993

Febbraio 1993. Il PAC – come in precedenza avvenuto con Buren – diventa un’opera d’arte grazie a David Tremlet.
Artista “viaggiatore”, secondo una delle più radicate tradizioni inglesi, Tremlett ama lasciare una traccia pittorica del proprio passaggio in ogni luogo che lo abbia colpito: così, non c’è quasi differenza se i suoi grandissimi Wall Drawings, (disegni su muro) si trovano all’interno di una casa diroccata in Tanzania, sulle rive dell’Oceano Indiano, o nelle sale dei più prestigiosi musei d’arte contemporanea del mondo. Erede di una curiosità illuminista e del sentimento romantico del viaggio come esperienza interiore, Tremlett percorre it mondo e, paradossalmente, lascia tracce più durature la dove minore e più segreta è la presenza umana, mentre sono quasi sempre destinate a vivere solo nel ricordo e nelle testimonianze fotografiche le opere su muro ideate per i musei.
Anche per il PAC, Tremlett ha progettato ben tre giganteschi Wall Drawings, che occupano le sale centrali (il lavoro è stato eseguito dall’artista, col contributo di un assistente e di alcuni studenti dell’Accademia di Brera), mentre gli altri spazi sono dedicati alle opere su carta e agli statements, agli aforismi e alle dichiarazioni.
Questa è la prima mostra personale che l’Italia tributa, in un luogo pubblico, a Tremlett; tra le personali, invece, che hanno caratterizzato il suo percorso artistico – iniziato nel 1969 – in Europa e nel mondo, ricordiamo quelle alla Tate Gallery, al MOMA, allo Stedelijk Museum, al Centre Pompidou, alla Serpentine Gallery. Tra le collettive ricordiamo la partecipazione a Prospect 71, alla Kunsthalle di Düsseldorf, e a Documenta 5.

IRMA BLANK 1992

Irma Blank_PAC 1992

a cura di Lea Vergine 8 ottobre – 8 novembre 1992

Ottobre 1992. Irma Blank, artista tedesca ma milanese d’adozione, progetta appositamente per gli ambienti del PAC Bleu Carnac: un’opera che occupa l’intera balconata e composta da 77 lunghe tele (207×75 cm cad.) allineate in fila a parete in dialogo serrato tra loro.
L’opera sottolinea la principale caratteristica dello spazio del PAC, anch’esso stretto e lungo, e offre una nuova declinazione del suo lavoro Abecedarium.
Il colore bleu, furtivo e grandioso allo stesso tempo, non è un colore sfondo o ornamento o suggestione: è lo spazio-pulsione, è desiderio.
Gli elementi fondamentali del suo originale linguaggio vengono messi a fuoco fin dal 1968: la pittura come segno; il segno come traccia della complessità dell’autore; la traccia come grafia personale, sempre diversa eppure uguale; la grafia come pura energia, come andamento scritturale svuotato di ogni referente esterno a sé. Le circa 130 opere esposte, tra cui si contano diversi libri d’artista, documentano le fasi più salienti dell’elaborazione e dello sviluppo di queste componenti di base.
Irma Blank pratica la scrittura come strumento di conoscenza intuitiva e riduce i segni linguistici a “Urzeichen”, segni primordiali. In oltre quarant’anni di attività, ha esposto le sue opere in musei, gallerie e rassegne internazionali come Documenta di Kassel (1977), la Biennale di venezia (1978, 2017), Quadriennale di Roma (2005), Centre Pompidou di Parigi (2010), Kunsthaus Hamburg (2016), MAMbo Bologna (2016).

 

CINDY SHERMAN 1990

Cindy Sherman_PAC 1990

a cura di Marco Meneguzzo
4 ottobre – 15 dicembre 1990

Ottobre 1990.
Cindy Sherman si presenta per la prima volta al pubblico italiano con una selezionata antologica del suo lavoro. L’artista americana presenta al PAC la sua produzione che comprende circa una settantina di lavori fotografici dagli inizi del 1977 fino al 1990.
Il lavoro della Sherman costituisce ad un tempo l’immagine mitica che l’America dà di sé e anche la sua messa in crisi attraverso la finzione dell’immagine fotografica: la mostra presenta selezioni coerenti di fotografie, tali cioè da dare l’idea complessiva del ciclo stesso, e del lavoro nel suo insieme. Tra i cicli più noti, ricordiamo quello, suggestivo quanto inquietante, degli scenari “ecologici” o “postatomici”, o ancora quelli dedicati alla Rivoluzione Francese che preludono all’ultimissima serie che si potrebbe definire dei “tableaux vivants”, riproduzioni appunto viventi di quadri famosi del passato, con l’artista-attrice protagonista assoluta delle proprie fotografie.
Sherman costituisce nel panorama mondiale della fotografia e dell’arte un caso emblematico per la sua autonomia e al contempo un modello per molti altri artisti che utilizzano lo stesso medium: di fatto, la sua precocità ne ha fatto un precursore di una tendenza che oggi appare consolidatissima sia nel circuito museale che in quello del mercato dell’arte.

 

MORRIS LOUIS 1990

Morris Louis_PAC 1990

OLTRE L’ESPRESSIONISMO ASTRATTO
MORRIS LOUIS
DIPINTI 1953-1962
a cura di Dore Ashton
30 marzo – 11 giugno 1990

Marzo 1990. Oltre l’espressionismo astratto: questo il titolo della prima mostra monografica in uno spazio pubblico italiano dedicata a Morris Louis.
Le sue opere si collocano nel momento in cui l’Action Painting sta esaurendo la sua carica propulsiva e l’idea dell’azione non sembra più soddisfare tutte le sue esigenze, andando così oltre l’espressionismo.
La selezione delle opere, curata da Dore Ashton, documenta le fasi essenziali della produzione dell’artista e ne rivela, insieme al febbrile sperimentalismo, il temperamento profondamente lirico.

Il percorso al PAC si apre con opere come Silver del 1953 ed Untitled del 1956 che testimoniano il suo contatto con l’Action Painting: sono lavori molto carichi, attraversati da intricati arabeschi, da sovrapposizioni di colore, da esplosioni di forme in un esuberante disordine espressionista, ancora legato alla pittura di Jackson Pollock.
Dalla metà degli anni cinquanta Louis realizza una serie di opere definite dai suoi contemporanei “dipinti a campi cromatici” (color field painting): fanno parte di questo rigoroso e originalissimo percorso di ricerca i celebri Veils (Veil).
uccessivamente ai Veils, Louis esprime il suo senso istintivo del colore nella serie dei Florals, ottenuti con l’uso di un colore carico, non attenuato dalla lavatura finale, in movimento centrifugo verso i bordi della tela.

Con la serie dei Columns (Colonne) e degli Unfurleds (Spiegature), la ricerca sul colore si spinge verso gli esiti più rigorosi e lirici: il bianco del fondo – solcato al centro da fasce di colore puro, nette, in rapido movimento rettilineo o colate lentamente dai lati – diventa presenza luminosa, vibra di una propria radiosa intensità. Gli ultimi dipinti presenti in mostra, sono “tanto vicini all’essenza del colore – come afferma Dore Ashton – quanto è possibile ad un pittore ottenere: il colore vive, attraverso le sue stesse vibrazioni, nello spazio che esso si crea”

 

GUARDA IL VIDEO DEL BACKSTAGE E DELLA MOSTRA DI MORRIS LOUIS AL PAC

 

NOVE ARTISTI A BERLINO 1989

Per gli anni Novanta. Nove artisti a Berlino_PAC 1989

PER GLI ANNI NOVANTA. NOVE ARTISTI A BERLINO
a cura di Christos Joachimides
14 aprile – 12 giugno 1989

Aprile 1989. 7 mesi prima della caduta del muro.

Berlino è sempre Berlino. Questo l’incipit del testo introduttivo di Mercedes Garberi, allora direttore del PAC.

Nove sono i protagonisti che occupano gli spazi del PAC con sequenze individuali: Ina Barluss, Peter Chevalier, Ulrich Görlich, Raimund Kummer, Rainer Mang, Olaf Metzel, Hermann Pitz, Berthold Schepers, Thomas Wachweger, tutti operanti a Berlino, e tutti nati tra il 1943 (Nang e Wachweger) e il 1956 (Pitz).

Cinquanta opere in mostra, fra dipinti, sculture e installazioni, di notevole impatto visivo, documentano diverse direzioni di ricerca: permane a volte una tensione espressionista (in particolare in Wachweger), a cui si affiancano ricerche più fredde che si affidano alla scultura (Mang), all’uso della fotografia (Kummer), ad un neo-classicismo singolarmente riecheggiante il Novecento italiano (Chevalier).
Al secondo piano del PAC, un centinaio di lavori preparatori presentati collettivamente, documentano la fase progettuale della diversa creatività di ognuno: disegni, collages, polaroid , secondo la tecnica più affine all’opera finita. La mostra costituisce uno spaccato della situazione berlinese tra gli anni Settanta e Ottanta (allora contemporanea), segnalando le voci emergenti e maggiormente proiettate verso gli anni novanta.

GINA PANE 1985

Gina Pane_ PAC 1985

GINA PANE. “PARTITIONS”/OPERE MULTIMEDIA 1984-85
a cura di Lea Vergine
29 novembre 1985 – 13 gennaio 1986

Novembre 1985. Gina Pane espone al PAC una serie di opere eseguite negli ultimi due anni. La mostra Gina Pane. Partitions/Opere multimedia 1984-85, a cura di Lea Vergine, viene inaugurata il 28 novembre 1985 ed è organizzata in collaborazione con il Centre National des Artes Plastiques del Ministero della Cultura francese, il Centre Culturel Français di Milano, la Galerie Isy Brachot e Anne Marchand. Questa esposizione segna il suo passaggio ad un’altra forma espressiva pur nella continuità del lavoro precedente: non vi sono più chiodi, spine, vetri, lamette, ma fotografie di gocce di sangue, piccole fusioni di metalli diversi, giocattoli in plastica, bicchieri rotti, fotografie di sue azioni passate. Nella balconata superiore del PAC sono esposte undici opere di grande formato: “messe in scena” di materiali e segni diversi che coinvolgono lo spettatore attraverso la nozione di “partizione” intesa sia come divisione in più parti di una cosa, sia l’operazione di riunire e mettere in rapporto gli elementi che la costituiscono.

Le Partitions sono assemblaggi compositi, in genere murali, che ricorrono all’impiego di materie e mezzi diversi – dalla fotografia all’oggetto, talvolta al disegno – restituiti tali e quali o costruiti dall’artista. Spesso riprendono dettagli fotografici o materiali a forte carica simbolica tratti da azioni precedenti: “Prendo le distanze e inizio a mettere in scena la memoria di quelle azioni, rispetto agli oggetti ai materiali, e in particolare ai vetri rotti. Uso il rame, come se fosse carne o sangue”. Allo spettatore l’artista richiede la capacità di creare “il proprio itinerario”, di ricostruire il pezzo a partire da tutti i frammenti per poi “appropriarsene totalmente”.

 

MAN RAY 1983

Man Ray_1984

MAN RAY, CARTE VARIABILI
a cura di Arturo Schwartz
2 dicembre 1983 – 9 gennaio 1984

Dicembre 1983. Man ray, carte variabili è in assoluto la prima grande mostra retrospettiva dell’opera su carta di Man Ray.
L’ampia rassegna rivela oltre alla versatilità del suo linguaggio poetico, anche la predilezione per l’uso della carta come primato sia di materia che di pensiero: dalla carta bianca per scrivere, disegnare, dipingere, alle carte colorate per i collage, alle preziose carte a mano, alla cartapesta, alle carte sensibili.

 

“A seconda dell’indole del visitatore questa mostra può essere vista con l’occhio dell’amante della grafica sensibile alla perfezione del disegno e alla fluidità e libertà del tratto; oppure con quello del fotografo, che si soffermerà sulle straordinarie innovazione e realizzazioni di Man Ray; o ancora con l’occhio dell’esteta, perennemente alla ricerca del pezzo raro e raffinato; o spesso con quello dell’estimatore di nudi femminili, che vi troverà alcune immagini di donna tra le più liriche e sconvolgenti del nostro secolo; o forse con l’occhio dello storico dell’arte, che vedrà qui documentati due dei movimenti artistici più significativi dei tempi moderni: il Dadaismo e il Surrealismo; infine, e sarà probabilmente il caso più frequente, con l’occhio del comune visitatore di mostre, che vuole appagare la sua sete di conoscenza e godersi una raccolta di pezzi scelti con criteri rigorosi”.

Arturo Schwarz, da Piccola guida alla mostra, 1983

 

La mostra a cura di Arturo Schwarz è divisa in 3 parti: la prima, intitolata L’opera disegnata, comprende i lavori eseguiti sui vari tipi di carta comune o no; il secondo L’opera fotografata presenta tutte quelle su carta sensibile; il terzo Le pubblicazioni mostra tutti i documenti, giornali e opere a stampa che Man Ray ha arricchito con incisioni originali, disegni e fotografie.