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VANESSA BEECROFT 2009

Vanessa Beecroft_PAC 2009

VANESSA BEECROFT
a cura di  Giacinto Di Pietrantonio
17 marzo – 5 aprile 2009

Marzo 2009. Il PAC ospita una monografica dell’artista Venssa Beecroft.
La mostra si compone in due parti: una nuova performance dal titolo VB65 appositamente ideata per il PAC e 16 video di sue passate performances, tra cui le più recenti VB61 e VB62, ma anche alcune dei suoi esordi come VB16 e VB35, rieditate su dvd e proposte al pubblico in anteprima mondiale. Un’occasione inedita per vedere insieme un così nutrito gruppo di suoi lavori, molti dei quali mai mostrati prima.

Vanessa Beecroft ha proposto al mondo dell’arte una serie di performance che affondano le radici nella pittura e nella scultura antica, scegliendo e prendendo per questo all’inizio, ma non solo, performer dalla strada, non alla stregua del neorealismo del cinema italiano, ma piuttosto ispirandosi alla fase successiva, a quel realismo pittorico che fu di Pier Paolo Pasolini. Difatti, le modelle, quasi sempre tutte donne, venivano impiegate anche per fare un commento sul consumo del corpo femminile nella società dello spettacolo contemporaneo che del corpo e della sua estetica ha fatto il centro della riflessione sociale.

 

La performance VB65 al PAC

I drammi dell’immigrazione sono al centro di VB65, la prima performance in cui l’artista utilizza solo uomini. Venti immigranti africani stanno seduti a una tavola trasparente di dodici metri come a un’ultima cena, con abiti da sera, smoking, vestiti formali neri eleganti, ma a volte fuori misura, strappati, impolverati o vecchi. Di fronte a un pubblico di invitati mangiano carne e pane nero senza piatti, senza posate, e bevono acqua e vino. I commensali siedono silenziosamente durante la performance. Il pubblico appare come ospite non invitato alla loro cena. Mangiano cibo intero, non tagliato. L’immagine ha una sacralità ben evidente e chiari riferimenti pittorici, ma ci rimanda anche alla cruda realtà che questi uomini vivono ogni giorno nel nostro Paese. Il PAC appare come la loro casa in cui noi saremo gli ospiti che non si siedono con loro. Questi uomini sono veri immigrati che arrivarono dall’Africa a bordo di una barca.

 

GILLO DORFLES 2001

Gillo Dorfles_PAC 2001

OMAGGIO A GILLO DORFLES
a cura di Martina Corgnati
1 marzo – 22 aprile 2001
 

Marzo 2001. Il PAC presenta al pubblico la mostra antologica Omaggio a Gillo Dorfles con l’esposizione di un centinaio di opere dell’artista e critico triestino – eseguite dal 1935 al 2000 – e di diverse opere di alcune grandi figure di riferimento.

La rassegna, a cura di Martina Corgnati, vuole restituire la ricchezza e l’unicità della figura artistica ed Una sezione a parte è riservata all’attività del MAC (Movimento Arte Concreta) e alla partecipazione di Dorfles al movimento: in mostra le preziose cartelle di grafica edite dalla Galleria Salto nel 1948 e 1949 (cartella di 12 stampe a mano, e 24 litografie originali), la cartella di linoleum di Dorfles, Monnet, Veronesi (Salto, 1956), la serie completa dei “Bollettini del MAC” e dei successivi “Documenti d’Arte d’Oggi”, oltre ad alcune opere originali del membri fondatori, Soldati, Munari e Monnet.
Un’altra sezione della mostra è invece riservata agli artisti con cui Dorfles si confronta, direttamente o no, e da cui prende spunto, specie negli anni Trenta e Quaranta, per l’elaborazione del proprio linguaggio pittorico. Un confronto fino ad oggi mai tentato e che conferma l’anomalia della figura di Dorfles nel contesto dell’arte italiana nell’epoca che precede la Seconda Guerra Mondiale e per tutto il decennio successivo; e per contro i suoi legami con i protagonisti del Surrealismo e del Blaue Reiter. In questa sezione trovano posto fra l’altro opere di Klee, Kandinsky, Arp, Sophie Täuber, Matisse, Mirò, Tanguy.  La rassegna è completata dalle edizioni originali di tutti i testi critici e teorici pubblicati da Dorfles, oltre che da una selezione di fotografie e da alcuni video.

 

LUCIO FONTANA 1999

Lucio Fontana_PAC 1999

LUCIO FONTANA. IDEE E CAPOLAVORI
(parte della rassegna Lucio Fontana. Centenario dalla nascita. Cinque mostre a Milano)
a cura di Antonella Negri
23 aprile – 30 giugno 1999

Aprile 1999. A cento anni dalla nascita di Lucio Fontana, Milano propone il più grande e completo itinerario mai realizzato sulle sue opere: oltre 400 lavori e 5 sedi espositive coinvolte.
La mostra al PAC Lucio Fontana. Idee e capolavori a cura di Antonella Negri intende proporre un panorama antologico dell’opera di Fontana facendo perno su alcuni “capolavori”, ciascuno dei quali rappresenti un momento o un aspetto della sua vicenda artistica.
Il percorso è articolato in sezioni costruite ognuna intorno ad un “capolavoro”: si inizia con la sala Primordio e utopia in cui la Signora seduta del 1934 con la sua materia agitata e vibrante, raccoglie già le tracce dei gesti e di un’idea di spazio cercata e precisa; la seconda Uomini neri prende nome dall’omonima scultura, riflesso dell’altro che è in noi ed è parte della nostra esistenza che rimane nell’oscurità. La terza Equilibri comincia a delinearsi  la sua ricerca di forma non chiusa e spezzata; segue Tecnica e idea che si concretizza nell’idea di manipolazione della materia implicata nella ceramica e che vede le origini nell’opera Il ballerino di Charleston. La penultima sezione, Riguadagnare il cielo, tratta il tema dell’opera ambientale che rappresenta la sperimentazione di nuovi mezzi, evocazione dell’ignoto e atto di liberazione dell’uomo dai condizionamenti legati al tempo. Chiude la mostra “La luna, l’uomo ci va e vi fa un segno” prende il nome da un articolo di Raffaele Carrieri intitolato Fontana ha toccato la Luna: di questa sezione fanno parte i Concetti spaziali e le Attese.

 

PINO PASCALI 1987

Pino Pascali_PAC 1987

a cura di Fabrizio D’Amico, Simonetta Lux
16 dicembre 1987 – 31 gennaio 1988

Dicembre 1987. A quasi vent’anni dalla scomparsa di Pino Pascali, il PAC gli dedica una grande retrospettiva: ironia, paradosso e fantasia sono le parole chiave.
Nella mostra vengono ricostruiti, attraverso la scelta di una ventina di opere – tra cui Decapitazione delle giraffe, 32 metri quadri di mare circa, 9 metri quadri di pozzanghere e Contro pelo – i passaggi esemplari del lavoro di Pascali come dissolutore di un mondo di certezze in favore di uno spettacolo mutante, e spesso geniale, di apparenze. L’iconografia come stereotipo e come svuotamento del senso, l’uso di materiali non storici, prelevati dalla realtà tecnologica e banale, un rapporto con lo spazio, complesso e di grande spessore ambientale, fanno di Pascali l’autentico iniziatore delle pratiche di combined-idiom che si diffondono in Europa, sotto il segno della neo-avanguardia.

Pascali è stato una delle figure chiave del clima che, negli anni Sessanta, ha portato a maturazione i germi problematici da cui sono scaturite vicende come il Concettuale e l’Arte povera. L’artista espone per la prima volta alla Tartaruga, a Roma, nel 1965: in un triennio folgorante ecco nascere serie straordinarie come i frammenti espansi d’anatomia femminile, le armi, gli animali, il mare.

FAUSTO MELOTTI 1987

Fausto Melotti_PAC 1987

a cura di Mercedes Garberi, Lucia Matino, Elena Pontiggia, Flaminio Gualdoni, Marco Meneguzzo
13 marzo – 27 aprile 1987

Marzo 1987. A Palazzo Reale di Milano nel 1979 si apre una grande rassegna dedicata a Fausto Melotti, che costituiva un’indagine approfondita ed esauriente della sua personalità espressiva. La mostra è seguita personalmente dall’artista, rispecchiandone compiutamente gli orientamenti e gli ideali estetici.
A pochi mesi dalla sua scomparsa avvenuta a giugno del 1986, il PAC, che ha avuto il privilegio di annoverare Melotti tra gli ispiratori dei suoi programmi critici, non può che riallacciarsi all’immagine di quella esposizione, proponendo un percorso che non ne riporti analiticamente le singole fasi, ma ne sintetizzi la visione lirica e la poesia spaziale.
Acrobata invisibile, sospeso tra presenza e assenza, tra gioco e filosofia, tra rivelazione dell’essere e consapevolezza del nulla, Fausto Melotti ha portato la scultura ai limiti dell’indicibile, lontano dall’eloquenza della materia e del volume, nei luoghi della pura musicalità.
Due sono le sedi messe in campo per questa mostra: il PAC e le sale del Museo d’Arte Contemporanea di Palazzo Reale, che raccolgono uno straordinario gruppo di opere degli anni ’30 donato dall’artista.

 

ICO PARISI 1986

Ico Parisi_PAC 1986

ICO PARISI. L’OFFICINA DEL POSSIBILE
a cura di Flaminio Gualdoni
31 gennaio – 10 marzo 1986

Gennaio 1986. Il PAC ripercorre con installazioni, progetti, plastici, fotografie, l’intero arco di lavoro di Parisi, quasi a coronare un ciclo di mostre che lo ha visto protagonista alla Galleria Nazionale di Roma nel ’79, al Musée d’Ixelles nell’80, in Images Imaginaires al Centre Pompidou nell’84.

La figura di Ico Parisi è tra le più anomale e significative della ricerca architettonica contemporanea. Comasco, cresciuto alla scuola di Terragni, dalla fine degli anni Trenta Parisi si è impegnato in un’attività multiforme che ha toccato campi come la progettazione, l’architettura di interni, la scenografia, la cinematografia, il nascente design. Attività, tutte, svolte secondo un fertile principio di integrazione tra la propria figura e quella degli artisti, chiamati a collaborare pariteticamente al suo lavoro. Dagli anni Sessanta la sua attenzione si è concentrata non tanto su nuove forme architettoniche, ma sulla configurazione di nuovi modi di vivere lo spazio, dell’abitare. La Casa esistenziale, l’Operazione Arcevia, l’Apocalisse gentile, su su fino a Architettura dopo, sono le tappe di un lavoro di radicale ripercorrimento critico dell’architettura, non mirante – come troppe esperienze attuali – ad accettarne e viverne la perdita di identità, ma a trovare infine quella “officina del possibile” aperta, creativa, sempre mobile, che è l’unica dimensione esistenziale oggi accettabile.

 

DADAMAINO 1983

Dadamaino_PAC 1983

a cura di Mercedes Garberi
28 gennaio – 28 febbraio 1983

Gennaio 1983. Continua il programma Installazioni con una mostra dedicata a Dadamaino e Stanislav Kolìbal. Per la mostra al PAC, Dadamaino presenta un’ampia selezione dei suoi lavori, dai Volumi alla Ricerca del colore, dall’Alfabeto della mente alle ultime Costellazioni.

 

…Avevamo fatto una sorta di scelta cromatica, una schermatura, come le note musicali che sono tantissime, ma diventano sette… Abbiamo selezionato ed abbiamo scelto quaranta varianti di colore per realizzare le tavolette che misuravano esattamente venti centimetri per venti. Ho usato i colori dello spettro, sette: rosso, arancio, giallo, verde, celeste, blu, viola ricercando il valore medio tra loro più il bianco, il nero, il blu…
Un’esperienza importante ma poi ho cessato di usare quasi tutti quei colori… si sono fermati in quel lavoro che per me è uno Studio importante…

L. M. Barbero, Dadamaino. Un’intervista tra vita e pensieri…, cit., p.27.

 

Dadamaino, cresciuta negli anni della generazione del rinnovamento dell’arte italiana dopo la stagione informale, è, alla fine degli anni Cinquanta, a fianco di Manzoni e Castellani nell’esperienza minimalista di Azimuth, e in seguito, nella pattuglia internazionale che fu definita Nuova Tendenza. La sua figura porta i conflitti della creatività femminile laddove per altri vigono ordine, sicurezze e volontà di egemonia. Persegue la sperimentazione razionale, ma non è razionalista; è scientifica, ma non scientizzante: lavora tra le polarità dell’inconscio e del conscio.

Nel 1980 e nel 1990 partecipa alla Biennale di Venezia con una personale all’interno del Padiglione Italia.

ELISEO MATTIACCI 1981

Eliseo Mattiacci_PAC 1918

Mostra a a cura di Zeno Birolli
16 aprile – 7 giugno 1981

Aprile 1981. A confrontarsi con Vito Acconci nella serie “Installazioni” inaugurata da Zeno Birolli all’inizio degli anni Ottanta è Eliseo Mattiacci. I due artisti dialogano con lo spazio espositivo del PAC con due lavori site specific, il primo giocando con lo spazio architettonico, il secondo creando momenti di frammentazione e slancio.

Le 4 installazioni di Mattiacci, due delle quali inedite, vengono esposte insieme per la prima volta. Ad accogliere il visitatore nella prima sala 6 grembiuli da lavoro con altrettanti caschi appesi sopra, un conflitto tra il senso dell’affidamento (grembiuli come simbolo dell’operosità) e lo sgomento che scaturisce dalla presenza della maschera come volto finto. Il tema della maschera come controfigura/stuntman/finzione torna nella seconda sala, dove con una monumentale installazione Mattiacci colloca un motociclista senza volto in equilibrio su una barra di ferro, appoggiata su due colline create con dei mattoni. Sole, luna, volute, sagome ritorte, conchiglie e serpentine occupano la terza sala che riflette le teorie copernicane e la destabilizzazione di un mancato geocentrismo. Chiude la mostra una stanza con strumenti per la misurazione, parti del corpo umano dedite alla ricezione e invio dei messaggi e marchingegni in bilico su 9 tavoli inclinati, che eludono la nozione stessa di tavolo come sostegno.

 

Eliseo è un temperamento operoso, che scatena nebulosi trofei pronti a coronare o inchiodare i gesti inventivi più umili […]. Io non so se Eliseo Mattiacci è un pittore o scultore o che so io o che cos’altro, ma è certo il più scientifico e meticoloso autore; è il più tagliente, il più fondo, acceso e deciso, indovinatore.

Emilio Villa nel catalogo della mostra

 

Eliseo Mattiacci è uno dei maggiori artisti che, assieme a Pascali e Kounellis, ha caratterizzato l’area romana dall’inizio degli anni sessanta, cominciando con lavori che chiamavano in causa lo spazio ambientale e orientandosi poi alla realizzazione di opere con una propria fisicità. Esemplare la sala alla Biennale di Venezia del 1972.

 

LUCIANO FABRO 1980

Luciano Fabro_Letture parallele IV_PAC 1980

LETTURE PARALLELE IV
a cura di Germano Celant
aprile – giugno 1980

Aprile 1980. L’artista Luciano Fabro, protagonista tra i più emblematici del rinnovamento artistico milanese negli anni Sessanta, allestisce al PAC la sua mostra Letture parallele IV creando per la prima volta uno dei suoi Habitat: le sue opere, create per essere esposte fino a quel momento in abitazioni o gallerie, dialogano con lo spazio museale e architettonico per restituire una dimensione più domestica.

All’esterno il visitatore veniva accolto dalla scultura Ruota (1964), per poi trovarsi di fronte, nella prima sala, la lunga tavola di Iconografie. Nel percorso delle sale si incontravano le strutture scultoree in acciaio Croce, Squadra e Asta (1965), insieme all’installazione Cielo e la superficie riflettente di Buco (1963).

Grandi teli sospesi sulle teste dei visitatori, sui quali l’artista crea simmetriche macchie di Rorschach, collegano tra loro le diverse sale. E’ al PAC che per la prima volta Fabro crea i suoi Habitat, eredità ma anche superamento degli Ambienti spaziali di Fontana, che diventeranno in seguito la sua via per ripensare il rapporto tra artista, opera e spettatore.

Poche settimane più tardi l’apertura della mostra al PAC, Fabro è invitato alla XXXIX Biennale di Venezia e ritenendo che le condizioni espositive non fossero adeguate per la realizzazione di un nuovo Habitat, si limita a scrivere il proprio nome a lettere cubitali con dei tubi al neon e con enormi didascalie alle pareti rimanda polemicamente il pubblico ad andare al PAC.

[fonte: catalogo del Museo del Novecento, 2010]

 

FRANCESCO LO SAVIO 1979

Francesco Lo Savio_PAC 1979

Mostra a cura di Germano Celant
2 marzo – 30 aprile 1979

Primavera 1979. Dopo un lungo periodo di chiusura per lavori di adeguamento il PAC riapre ripensando il suo ruolo all’interno di una città come Milano, che già si sentiva europea. L’urgenza era chiara: farne un luogo di ricerca, sperimentazione, in dialogo con altre istituzioni internazionali, aperto agli stimoli del contemporaneo e che attraverso la cultura svolgesse a tutti gli effetti la funzione di spazio pubblico. La programmazione viene affidata a Zeno Birolli, Germano Celant e Vittorio Gregotti.

Ed è proprio Celant a curare per la riapertura, fissata il 2 marzo, una retrospettiva dedicata a Francesco Lo Savio, una delle personalità tra le più problematiche dell’avanguardia postinformale italiana, riconosciuto accanto a Piero Manzoni come uno dei maggiori protagonisti dell’apertura europea dell’arte italiana. Lo Savio era stato un artista in anticipo sui tempi e il suo lavoro fu valorizzato solo dopo la sua morte, avvenuta a 28 anni a Marsiglia dove il giovane artista si tolse la vita gettandosi da un balcone dell’Unité d’Habitation di Le Corbusier. Alcune sue opere erano state incluse a Documenta IV a Kassel (1968) e alla XXXVI Biennale di Venezia (1972), ma la mostra al PAC fu la prima ad raccogliere tutta la sua produzione tra il 1958 e il 1963: Dipinti, Metalli, Filtri, Articolazioni che segnarono il momento di passaggio dalla pittura logica alla scultura minimale e concettuale, insieme ai progetti architettonici ed urbanistici. Nel percorso anche le sue Articolazioni totali: cubi realizzati con lastre di cemento bianco opaco, aperti su due lati, da cui il visitatore rimaneva come escluso.