Tag Archives: sitespecific

YAYOI KUSAMA 2009

Yayoi Kusama_ PAC 2009
YAYOI KUSAMA
Dalla cultura hip hop alla generazione “pop up”
a cura di Akira Tatehata
13 novembre 2009 – 7 febbraio 2010

Novembre 2009. Attraverso circa 50 opere, la mostra al PAC conduce ai fulcri su cui è disegnata l’esposizione e l’intera produzione di Yayoi Kusama: l’odio/amore per il controllo, appunto, ma anche il fare manuale e la creatività in generale come antidoto all’ansia.
La mostra si compone di installazioni ambientali, quadri e sculture oggettuali. Tutte le opere sono di grande formato, le dimensioni delle sculture sono imponenti.
Persa dentro a un puntino e moltiplicata da muri di specchi: è così che vediamo Yayoi Kusama, la più importante artista giapponese vivente.
Lo spettatore si trova all’interno di un ambiente oscurato, nel quale sono stati distribuiti punti di colore illuminati – un modo per rendere appariscente e allucinato un semplice locale domestico – o a percorrere i quadri nei quali l’artista dipinge con maniacalità i suoi cerchietti e riempie scatole, scarpe, contenitori improbabili di piccole forme inquietanti, come microrganismi che ci assediano e come piccole escrescenze che crescono senza controllo.

Malgrado abbia girato film, redatto riviste e partecipato ad attività sperimentali di ogni tipo, il suo lavoro è ampiamente riconoscibile per l’utilizzo di pallini, reticoli, specchi e tutto ciò che mette in crisi la percezione, comunicando il suo disagio con opere che generano da una parte un vissuto giocoso, dall’altra una perdita dell’orientamento.

ARTE RELIGIONE POLITICA 2005

Arte Religione Politica_PAC 2005

ARTE RELIGIONE POLITICA
Incontri ravvicinati dai cinque continenti
a cura di Jean-Hubert Martin
8 luglio – 18 settembre 2005

Estate 2005. Il PAC propone una mostra dedicata ad Arte religione politica, curata da Jean-Hubert Martin. Le tre principali espressioni delle culture e delle civiltà umane sono rappresentate in un’unica esposizione, che vedrà la partecipazione di numerosi artisti provenienti da tutti e cinque i continenti. Un’introduzione sulle radici storicamente cristiane dell’arte occidentale, concentrata nella prima sala, è affidata alle opere di sei grandi protagonisti della scena contemporanea: Joseph Beuys, Dan Flavin, Lucio Fontana, Yves Klein, Hermann Nitsch e Antoni Tàpies.
Nelle sale successive sono esposti i lavori di interessanti e soprattutto eterogenei artisti di culture lontane dalla nostra, non solo geograficamente, ma anche ideologicamente. Ogni cultura contiene un miscuglio di intuizioni profonde, di sapere accumulato da millenni, di saggezza popolare, di valori etici e di credenze spirituali. Il duo francese Art Orienté objet (Benoît Mangin e Marion Laval-Jeantet) votato alla denuncia del cinismo umano; il cubano José Bedia, creatore di un antropomorfismo afro-cubano; l’ivoriano Frederic Bruly Bouabré impegnato a svelare l’Africa oltre ogni confine; il brasiliano Mestre Didi, leader spirituale della comunità Nagô; la dominicana Charo Oquet, studiosa di cosmogonie animiste; il giapponese Kazuo Shiraga, monaco buddista del gruppo Gutai; il beninese Cyprien Tokoudagba coinvolto nell’adattamento su tela di primitivi murales; quattro esponenti dell’ancestrale arte aborigena australiana – Anatjari Tjakamarra, Old Walter Tjampitjinpa, Ronnie Tjampitjinpa, Mick Namarari Tjapaltjarri – e, sempre dal deserto australiano, i Warlukurlangu, associazione di artisti dello Yuendumu. L’arte si arricchisce per integrazioni e contatti tra realtà diverse, a testimonianza dell’ormai superata convinzione di un orientamento “occidentale-centrista” della cultura umana.

Tutti gli artisti portano al PAC una selezione di loro lavori, alcuni dei quali molto spettacolari, che rimandano al problematico rapporto tra arte, religione e politica, vissuto da questi nuovi protagonisti dell’arte contemporanea in modi diversi. José Bedia e Charo Oquet allestiscono per l’occasione anche due installazioni site specific.

 

SPAZI ATTI 2004

Spazi atti_PAC 2004

SPAZI ATTI
7 artisti italiani alle prese con la trasformazione dei luoghi
a cura di Roberto Pinto
12 novembre 2004 – 20 febbraio 2005

Novembre 2004. Organizzata nell’ambito della direzione artistica di Jean-Hubert Martin, la mostra è curata da Roberto Pinto e propone opere di Mario Airò, Massimo Bartolini, Loris Cecchini, Alberto Garutti, Marzia Migliora (con la collaborazione di Riccardo Mazza), Luca Pancrazzi e Patrick Tuttofuoco, sette artisti che lavorano intorno al concetto di spazio sensibile, da fruire mediante i sensi, da vivere e abitare. Nell’esposizione si tiene conto di differenti approcci a questo aspetto della ricerca e vengono realizzate installazioni ad hoc che riflettono il modo di costruire la percezione dello spazio e dei luoghi ed interagiscono con la struttura espositiva. Il PAC vede pertanto alternarsi spazi reali, risultato di vere e proprie costruzioni ideate dagli artisti trasformando gli ambienti preesistenti, a spazi virtuali creati con luci suoni e odori.

Alberto Garutti in questa esposizione ha un’opera da una presenza talmente discreta da risultare percepibile solo al calar della notte.
Luca Pancrazzi rivolge il proprio interesse tra interno ed esterno che sfocia nell’illusione.
Massimo Bartolini fa appello a tutti i nostri sensi e qui nello specifico all’odorato: per confinare il profumo ricorre ad una porta girevole.
Loris Cecchini si appropria invece di un abitacolo mobile che trasforma grazie alla luce.
Mario Airò suggerisce invece lo spostamento dello spazio con un’installazione minimale.
Marzia Migliora immerge il visitatore in un’atmosfera di violenza servendosi del suono: alcuni piedi sbattono violentemente sul pavimento.
Infine Patrick Tuttofuoco lancia un segnale inatteso da alcuni alberi del parco di fronte al PAC.

 

LA FORMA DEL MONDO 2000

La forma del mondo_PAC 2000

a cura di Marco Meneguzzo
14 luglio – 15 ottobre 2000

Luglio 2000. La mostra progettata da Marco Meneguzzo, costituisce uno degli eventi più importanti e “pensati” dedicati all’arte contemporanea da un’istituzione pubblica.
Circa trenta artisti della scena internazionale occupano tutto il Padiglione con una sessantina di lavori anche diversissimi tra loro: dalle grandi installazioni progettate espressamente per lo spazio milanese, a piccoli ma significativi segnali di aderenza al tema proposto, come il rarissimo libro di Alighiero Boetti sulla classificazione dei mille fiumi più lunghi.

Il concetto della rassegna parte da una polarità ben presente nel mondo dell’arte d’oggi, sulla figura dell’artista e sulla funzione dell’arte. Il mondo è sempre più complesso, e di conseguenza è sempre più difficile prevedere una “forma” del suo sviluppo, ipotizzare un “progetto” del mondo, come gli artisti erano soliti fare; d’altra parte, se la realtà è tanto complessa da risultare incomprensibile, l’artista può concentrarsi solo sul racconto di se stesso, sulla narrazione e sulla testimonianza della propria soggettività, delle proprie funzioni vitali?
Su questa contrapposizione si basa la mostra: gli artisti producono opere, interpretando la realtà secondo modi che vedono questa opposizione alla base di ogni creazione. Così, la mostra sarebbe un continuo rapporto dialettico tra le due concezioni: il progetto del mondo e la profezia del futuro da un lato, l’eterno presente dell’individuo dall’altro.

Gli artisti: Marina Abramovic, Alighiero e Boetti, Ashley Bickerton, John Bock, Lygia Clark, Thomas Demand, Mark Dion, Chiara Dynys, Fischli & Weiss, Günther Förg, Nan Goldin, Mona Hatoum, Thomas Hirshörn, William Kentridge, Yayoi Kusama, Philip Lorca di Corcia, Eva Marisaldi, Matt Mullican, Bruce Nauman, Gabriel Orozco, Thomas Ruff, Atelier Van Lieshout, Luca Vitone, Jeff Wall, Franz West, Rachel Whiteread, Kenji Yanobe.

DAVID TREMLET 1993

David Tremlet_PAC 1993

a cura di Marco Meneguzzo
27 febbraio – 20 giugno 1993

Febbraio 1993. Il PAC – come in precedenza avvenuto con Buren – diventa un’opera d’arte grazie a David Tremlet.
Artista “viaggiatore”, secondo una delle più radicate tradizioni inglesi, Tremlett ama lasciare una traccia pittorica del proprio passaggio in ogni luogo che lo abbia colpito: così, non c’è quasi differenza se i suoi grandissimi Wall Drawings, (disegni su muro) si trovano all’interno di una casa diroccata in Tanzania, sulle rive dell’Oceano Indiano, o nelle sale dei più prestigiosi musei d’arte contemporanea del mondo. Erede di una curiosità illuminista e del sentimento romantico del viaggio come esperienza interiore, Tremlett percorre it mondo e, paradossalmente, lascia tracce più durature la dove minore e più segreta è la presenza umana, mentre sono quasi sempre destinate a vivere solo nel ricordo e nelle testimonianze fotografiche le opere su muro ideate per i musei.
Anche per il PAC, Tremlett ha progettato ben tre giganteschi Wall Drawings, che occupano le sale centrali (il lavoro è stato eseguito dall’artista, col contributo di un assistente e di alcuni studenti dell’Accademia di Brera), mentre gli altri spazi sono dedicati alle opere su carta e agli statements, agli aforismi e alle dichiarazioni.
Questa è la prima mostra personale che l’Italia tributa, in un luogo pubblico, a Tremlett; tra le personali, invece, che hanno caratterizzato il suo percorso artistico – iniziato nel 1969 – in Europa e nel mondo, ricordiamo quelle alla Tate Gallery, al MOMA, allo Stedelijk Museum, al Centre Pompidou, alla Serpentine Gallery. Tra le collettive ricordiamo la partecipazione a Prospect 71, alla Kunsthalle di Düsseldorf, e a Documenta 5.

IRMA BLANK 1992

Irma Blank_PAC 1992

a cura di Lea Vergine 8 ottobre – 8 novembre 1992

Ottobre 1992. Irma Blank, artista tedesca ma milanese d’adozione, progetta appositamente per gli ambienti del PAC Bleu Carnac: un’opera che occupa l’intera balconata e composta da 77 lunghe tele (207×75 cm cad.) allineate in fila a parete in dialogo serrato tra loro.
L’opera sottolinea la principale caratteristica dello spazio del PAC, anch’esso stretto e lungo, e offre una nuova declinazione del suo lavoro Abecedarium.
Il colore bleu, furtivo e grandioso allo stesso tempo, non è un colore sfondo o ornamento o suggestione: è lo spazio-pulsione, è desiderio.
Gli elementi fondamentali del suo originale linguaggio vengono messi a fuoco fin dal 1968: la pittura come segno; il segno come traccia della complessità dell’autore; la traccia come grafia personale, sempre diversa eppure uguale; la grafia come pura energia, come andamento scritturale svuotato di ogni referente esterno a sé. Le circa 130 opere esposte, tra cui si contano diversi libri d’artista, documentano le fasi più salienti dell’elaborazione e dello sviluppo di queste componenti di base.
Irma Blank pratica la scrittura come strumento di conoscenza intuitiva e riduce i segni linguistici a “Urzeichen”, segni primordiali. In oltre quarant’anni di attività, ha esposto le sue opere in musei, gallerie e rassegne internazionali come Documenta di Kassel (1977), la Biennale di venezia (1978, 2017), Quadriennale di Roma (2005), Centre Pompidou di Parigi (2010), Kunsthaus Hamburg (2016), MAMbo Bologna (2016).

 

ELISEO MATTIACCI 1981

Eliseo Mattiacci_PAC 1918

Mostra a a cura di Zeno Birolli
16 aprile – 7 giugno 1981

Aprile 1981. A confrontarsi con Vito Acconci nella serie “Installazioni” inaugurata da Zeno Birolli all’inizio degli anni Ottanta è Eliseo Mattiacci. I due artisti dialogano con lo spazio espositivo del PAC con due lavori site specific, il primo giocando con lo spazio architettonico, il secondo creando momenti di frammentazione e slancio.

Le 4 installazioni di Mattiacci, due delle quali inedite, vengono esposte insieme per la prima volta. Ad accogliere il visitatore nella prima sala 6 grembiuli da lavoro con altrettanti caschi appesi sopra, un conflitto tra il senso dell’affidamento (grembiuli come simbolo dell’operosità) e lo sgomento che scaturisce dalla presenza della maschera come volto finto. Il tema della maschera come controfigura/stuntman/finzione torna nella seconda sala, dove con una monumentale installazione Mattiacci colloca un motociclista senza volto in equilibrio su una barra di ferro, appoggiata su due colline create con dei mattoni. Sole, luna, volute, sagome ritorte, conchiglie e serpentine occupano la terza sala che riflette le teorie copernicane e la destabilizzazione di un mancato geocentrismo. Chiude la mostra una stanza con strumenti per la misurazione, parti del corpo umano dedite alla ricezione e invio dei messaggi e marchingegni in bilico su 9 tavoli inclinati, che eludono la nozione stessa di tavolo come sostegno.

 

Eliseo è un temperamento operoso, che scatena nebulosi trofei pronti a coronare o inchiodare i gesti inventivi più umili […]. Io non so se Eliseo Mattiacci è un pittore o scultore o che so io o che cos’altro, ma è certo il più scientifico e meticoloso autore; è il più tagliente, il più fondo, acceso e deciso, indovinatore.

Emilio Villa nel catalogo della mostra

 

Eliseo Mattiacci è uno dei maggiori artisti che, assieme a Pascali e Kounellis, ha caratterizzato l’area romana dall’inizio degli anni sessanta, cominciando con lavori che chiamavano in causa lo spazio ambientale e orientandosi poi alla realizzazione di opere con una propria fisicità. Esemplare la sala alla Biennale di Venezia del 1972.

 

VITO ACCONCI 1981

Vito Acconci_PAC 1981

a cura di Zeno Birolli
15 maggio – 7 giugno 1981

Maggio 1981. Vito Acconci presenta Exploding House al PAC. La mostra è a cura di Zeno Birolli, che all’inizio degli anni Ottanta aveva inaugurato il ciclo “Installazioni” – una serie di interventi che prevedono il confronto diretto di opere, per la maggior parte nuove, di artisti scelti in ambiti diversi e tali da opporsi e/o interagire tra loro, con lo spazio e i visitatori – con i lavori Vincenzo Agnetti e Francesco Clemente.

In questo secondo appuntamento Acconci, cui è affiancato da Eliseo Mattiacci, occupa tutto il parterre del PAC con un lavoro che interessa lo spazio architettonico e le sue tensioni fino a sovrapporsi a esso.

Lungo la grande vetrata che si affaccia sul Giardino della Villa Reale viene allestita una grande casa nera. Intorno, delle biciclette invitano gli spettatori a pedalare verso la casa. Grazie all’azione del pubblico, la struttura si apre e all’interno della casa compaiono figure di legno, di colore diverso rispetto all’esterno, tra le quali una donna con un boa di struzzo rosa e un’altra figura con delle bandiere cucite insieme.

A partire da Instant House — esposta nel febbraio 1980 a New York e, a giugno, alla Biennale di Venezia — l’artista progetta opere che richiedono un diretto coinvolgimento dello spettatore. Dalle performance provocatorie degli anni Settanta (dove la sua figura è sempre presente, fisicamente o attraverso il video, la fotografia, le registrazioni della sua voce) il suo linguaggio si evolve già a partire dagli anni Ottanta verso la realizzazione di sculture, strutture smontabili, “mobile architectural unit”, il cui sviluppo, nel 1988, è la fondazione dello studio di progettazione architettonica Acconci Studio.

 

LUCIANO FABRO 1980

Luciano Fabro_Letture parallele IV_PAC 1980

LETTURE PARALLELE IV
a cura di Germano Celant
aprile – giugno 1980

Aprile 1980. L’artista Luciano Fabro, protagonista tra i più emblematici del rinnovamento artistico milanese negli anni Sessanta, allestisce al PAC la sua mostra Letture parallele IV creando per la prima volta uno dei suoi Habitat: le sue opere, create per essere esposte fino a quel momento in abitazioni o gallerie, dialogano con lo spazio museale e architettonico per restituire una dimensione più domestica.

All’esterno il visitatore veniva accolto dalla scultura Ruota (1964), per poi trovarsi di fronte, nella prima sala, la lunga tavola di Iconografie. Nel percorso delle sale si incontravano le strutture scultoree in acciaio Croce, Squadra e Asta (1965), insieme all’installazione Cielo e la superficie riflettente di Buco (1963).

Grandi teli sospesi sulle teste dei visitatori, sui quali l’artista crea simmetriche macchie di Rorschach, collegano tra loro le diverse sale. E’ al PAC che per la prima volta Fabro crea i suoi Habitat, eredità ma anche superamento degli Ambienti spaziali di Fontana, che diventeranno in seguito la sua via per ripensare il rapporto tra artista, opera e spettatore.

Poche settimane più tardi l’apertura della mostra al PAC, Fabro è invitato alla XXXIX Biennale di Venezia e ritenendo che le condizioni espositive non fossero adeguate per la realizzazione di un nuovo Habitat, si limita a scrivere il proprio nome a lettere cubitali con dei tubi al neon e con enormi didascalie alle pareti rimanda polemicamente il pubblico ad andare al PAC.

[fonte: catalogo del Museo del Novecento, 2010]

 

DANIEL BUREN 1979

Daniel Buren_PAC 1979

DAL COLORE ALL’ARCHITETTURA E RITORNO
Mostra a cura di Germano Celant
maggio – giugno 1979

5 colori, centinaia di metri di carta da parati, migliaia di righe verticali larghe 8,7 cm.
Nel maggio del 1979 il PAC diventa un’opera d’arte grazie all’intervento di Daniel Buren, uno dei più grandi rappresentanti dell’arte concettuale.
Blu, giallo, marrone, rosso e verde sono i colori scelti a priori dal curatore Germano Celant, ignaro di come sarebbero poi stati utilizzati all’interno dello spazio espositivo.
Buren decide che i colori si sarebbero succeduti in ordine alfabetico, dalla prima all’ultima sala, e in modo crescente, partendo da terra: 1/5 di blu per la prima sala, 2/5 di giallo per la seconda, 3/5 di marrone per la terza, 4/5 di rosso per la quarta e la quinta tutta verde. In fondo ad ogni sala lascia dei riquadri vuoti o colorati, in corrispondenza delle finestre cieche che si trovano sul muro esterno del Padiglione in via Palestro. All’esterno ogni finestra viene ricoperta da una carta rigata di colore uguale a quello della sala interna corrispondente. Il nero invece è utilizzato per sottolineare (o rivelare) le strutture portanti dell’edificio o per ricoprire gli elementi decorativi già esistenti.

Nel corso della sua carriera Daniel Buren ha creato opere che implicano il rapporto tra l’arte e le strutture che la ospitano. Nel 1965 le strisce verticali larghe 8,7 cm diventano punto di partenza per la sua ricerca su cos’è la pittura, come viene presentata e, più in generale, sull’ambiente fisico e sociale in cui un artista lavora. Tutti i suoi interventi sono site specific: una ricerca meticolosa che a tratti può sembrare ripetitiva, ma che invece viene ridisegnata adattandosi perfettamente al luogo. Pochi anni dopo l’intervento al PAC l’artista partecipa alla 42a Biennale di Venezia (1986) aggiudicandosi il Leone d’Oro per il miglior Padiglione Nazionale. Mostre personali gli sono state dedicate dai più importanti musei internazionali e i suoi interventi hanno interessato musei, gallerie e luoghi pubblici in tutto il mondo, tra i più recenti quello a L’Avana (Cuba, luglio 2018).