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ZHANG HUAN 2010

Zhang Huan_PAC 2010

ZHANG HUAN: ASHMAN
Dalla cenere raccolta nei templi opere monumentali che evocano antiche spiritualità
a cura di Elena Geuna
7 luglio 2010 – 12 settembre 2010

Estate 2010. Zhang Huan: Ashman la prima retrospettiva europea di Zhang Huan, a cura di Elena Geuna.
La mostra, prima personale in un’istituzione pubblica italiana, ripercorre l’intera ricerca artistica di Zhang Huan riunendo 42 opere provenienti da importanti collezioni internazionali: dalle sue performance di inizio anni Novanta alle sue più recenti opere realizzate con la cenere (come le sculture giganti Buddha Hand, Peace 1 e Berlin Buddha o gli Ash paintings) e altri lavori tra i più significativi della sua intera produzione artistica.

Ashman è l’eroe che porto nel cuore, la personificazione di molti desideri e anime molteplici. Ashman sogna, sostiene la giustizia, definisce un nuovo ordine internazionale, persegue la pace per sconfiggere la guerra terroristica, interagisce con la Terra in maniera ecosostenibile, rende l’umanità più pacifica, più libera. Porterà a Milano una profonda, universale, armonia per l’umanità.
Zhang Huan

Il percorso della mostra riflette sul tema della spiritualità, tema centrale della sua poetica e della sua vita.
Le sue opere prendono vita dall’intrinseco legame tra pratiche spirituali buddhiste ed alcune tecniche tradizionali cinesi, fonti iconografiche e culturali da cui l’artista prende ispirazione, unite ad una estrema versatilità espressiva, propria della contemporaneità. Performance, fotografia, scultura, video, pittura sono in Zhang Huan strumenti per recuperare le proprie radici e le tradizioni della cultura cinese, esprimendo un rapporto intimo con il passato, con la natura, con la storia e con se stesso. Nelle opere di Zhang Huan si ritrovano le antiche tecniche dell’intaglio e della calligrafia, la pratica religiosa di bruciare l’incenso, la scultura in ferro battuto, la raffigurazione di Buddha e di parti sacre del suo corpo, la riproduzione fedele della natura, l’iconografia popolare di propaganda Comunista.

Le opere di Zhang Huan sono presenti nelle collezioni dei più importanti musei al mondo, come The Museum of Modern Art, Salomon R. Guggenheim Museum e il Metropolitan Museum a New York; lo S.M.A.K. Museum a Gent, Belgio; il Centre Georges Pompidou a Parigi; l’Hara Museum of Contemporary Art di Tokyo e l’Israel Museum di Gerusalemme.

YAYOI KUSAMA 2009

Yayoi Kusama_ PAC 2009
YAYOI KUSAMA
Dalla cultura hip hop alla generazione “pop up”
a cura di Akira Tatehata
13 novembre 2009 – 7 febbraio 2010

Novembre 2009. Attraverso circa 50 opere, la mostra al PAC conduce ai fulcri su cui è disegnata l’esposizione e l’intera produzione di Yayoi Kusama: l’odio/amore per il controllo, appunto, ma anche il fare manuale e la creatività in generale come antidoto all’ansia.
La mostra si compone di installazioni ambientali, quadri e sculture oggettuali. Tutte le opere sono di grande formato, le dimensioni delle sculture sono imponenti.
Persa dentro a un puntino e moltiplicata da muri di specchi: è così che vediamo Yayoi Kusama, la più importante artista giapponese vivente.
Lo spettatore si trova all’interno di un ambiente oscurato, nel quale sono stati distribuiti punti di colore illuminati – un modo per rendere appariscente e allucinato un semplice locale domestico – o a percorrere i quadri nei quali l’artista dipinge con maniacalità i suoi cerchietti e riempie scatole, scarpe, contenitori improbabili di piccole forme inquietanti, come microrganismi che ci assediano e come piccole escrescenze che crescono senza controllo.

Malgrado abbia girato film, redatto riviste e partecipato ad attività sperimentali di ogni tipo, il suo lavoro è ampiamente riconoscibile per l’utilizzo di pallini, reticoli, specchi e tutto ciò che mette in crisi la percezione, comunicando il suo disagio con opere che generano da una parte un vissuto giocoso, dall’altra una perdita dell’orientamento.

VANESSA BEECROFT 2009

Vanessa Beecroft_PAC 2009

VANESSA BEECROFT
a cura di  Giacinto Di Pietrantonio
17 marzo – 5 aprile 2009

Marzo 2009. Il PAC ospita una monografica dell’artista Venssa Beecroft.
La mostra si compone in due parti: una nuova performance dal titolo VB65 appositamente ideata per il PAC e 16 video di sue passate performances, tra cui le più recenti VB61 e VB62, ma anche alcune dei suoi esordi come VB16 e VB35, rieditate su dvd e proposte al pubblico in anteprima mondiale. Un’occasione inedita per vedere insieme un così nutrito gruppo di suoi lavori, molti dei quali mai mostrati prima.

Vanessa Beecroft ha proposto al mondo dell’arte una serie di performance che affondano le radici nella pittura e nella scultura antica, scegliendo e prendendo per questo all’inizio, ma non solo, performer dalla strada, non alla stregua del neorealismo del cinema italiano, ma piuttosto ispirandosi alla fase successiva, a quel realismo pittorico che fu di Pier Paolo Pasolini. Difatti, le modelle, quasi sempre tutte donne, venivano impiegate anche per fare un commento sul consumo del corpo femminile nella società dello spettacolo contemporaneo che del corpo e della sua estetica ha fatto il centro della riflessione sociale.

 

La performance VB65 al PAC

I drammi dell’immigrazione sono al centro di VB65, la prima performance in cui l’artista utilizza solo uomini. Venti immigranti africani stanno seduti a una tavola trasparente di dodici metri come a un’ultima cena, con abiti da sera, smoking, vestiti formali neri eleganti, ma a volte fuori misura, strappati, impolverati o vecchi. Di fronte a un pubblico di invitati mangiano carne e pane nero senza piatti, senza posate, e bevono acqua e vino. I commensali siedono silenziosamente durante la performance. Il pubblico appare come ospite non invitato alla loro cena. Mangiano cibo intero, non tagliato. L’immagine ha una sacralità ben evidente e chiari riferimenti pittorici, ma ci rimanda anche alla cruda realtà che questi uomini vivono ogni giorno nel nostro Paese. Il PAC appare come la loro casa in cui noi saremo gli ospiti che non si siedono con loro. Questi uomini sono veri immigrati che arrivarono dall’Africa a bordo di una barca.

 

ROBERT INDIANA 2008

Robert Indiana_PAC 2008

ROBERT INDIANA A MILANO
4 luglio – 14 settembre 2008

Estate 2008. Il Comune di Milano, in collaborazione con la galleria Gmurzynska di Zurigo presenta al PAC una mostra dedicata a Robert Indiana, uno dei più noti e celebrati esponenti dell`arte contemporanea statunitense. Nonostante la sua fama Robert Indiana ha avuto in Italia pochissime occasioni espositive e la mostra al PAC rappresenta un’opportunità unica per apprezzare la complessità di un artista il cui corpus di opere è stato ingiustamente messo in secondo piano dalla straordinaria notorietà del suo lavoro più celebre: la scritta tridimensionale LOVE.

Le opere esposte al PAC permettono di ripercorrere la carriera dell´artista nel suo complesso  e presenta, accanto ai suoi dipinti,gli assemblaggi, le colonne percorse da brevi iscrizioni, per giungere infine alle recenti tele in cui le lettere sono sostituite da ideogrammi, a dimostrazione di una inesausta capacità di rinnovamento e sensibilità sociale.

La grande forza comunicativa accomuna l’opera di Robert Indiana in tutte le sue declinazioni.
L´interesse per la tipografia rappresenta il trait d’union fra l’artista e la tradizione artistica statunitense del Novecento e in particolare a uno dei suoi pittori più rappresentativi: Charles Demuth.
L’apparente immediatezza di Indiana nasconde infatti una straordinaria ricchezza di significati e rimandi alla cultura americana in tutti i suoi aspetti: alla sua storia, alla sua letteratura, alla sua cultura sociale, antropologica e visiva.
Un esempio molto interessante di tale stratificazione di significati è rappresentato al PAC da Decade Autoportrait 1968, del 1972.
In occasione di un’intervista al New York Times nel dicembre 2002, Indiana disse: “Ci sono piú segni che alberi in America. Ci sono più segni che foglie. Per questo penso a me stesso come a un pittore del paesaggio americano”.

 

STREET ART SWEET ART 2007

Street Art, Sweet Art_PAC 2007
STREET ART, SWEET ART
Dalla cultura hip hop alla generazione “pop up”
a cura di  Alessandro Riva
8 marzo – 9 aprile  2007

Primavera 2007. Una trentina dei talenti più interessanti della street art italiana vengono presentati al PAC in una mostra che è insieme un punto d’arrivo e un punto di partenza per molti di loro. Sospesi tra la necessità di adeguare i loro lavori agli spazi puliti e formalmente asettici del museo e la freschezza di opere concepite, sempre e comunque, per la strada, questi artisti mostrano l’altra faccia dell’arte degli anni a venire: un’arte che si nutre di un’estetica diffusa che ha le sue radici nel writing storico e nel mito della bomboletta spray, ma anche di idee nuove e di nuove forme di comunicazione, dagli stickers agli stencils e alle tante forme di “disordinazione urbana” presenti ormai ovunque nelle città di oggi.

Considerata per anni un semplice prodotto della sottocultura di massa, la tradizione del graffitismo, del writing e della Street Art intesa nel suo senso più allargato è arrivata a irrompere con forza sulla scena artistica “ufficiale”.

Oggi anche in Italia sta emergendo una nuova generazione di artisti, disincantata e “aperta”, che ha fatto naturalmente suoi gli elementi della cultura hip-hop americana: è una generazione figlia dei fumetti manga, del cinema di genere, e della televisione, con la convinzione che per arrivare a colpire l’immaginario collettivo si può (o si deve) nuovamente passare per il mezzo più semplice e più diretto possibile: la strada.

Gli artisti presenti in mostra sono: Atomo, Airone, KayOne, Rendo, Mambo, Led, Basik, Joys, Dado e Stefy, Marco Teatro, Eron, Wany, Pho, Rae Martini, Cano, Microbo, Bo 130, Blu, Ericailcane, Ozmo, Abbominevole, Pao, Pus, Bros, Ivan, Tv Boy, Sonda, Aris, Sea, Dem, Nais, Gatto, Professor Bad Trip.

ANDRES SERRANO 2006

Andres Serrano_PAC 2006

ANDRES SERRANO
IL DITO NELLA PIAGA
a cura di Oliva María Rubio

THE MORGUE
a cura di Alessandro Riva
14 ottobre – 26 novembre 2006

Ottobre 2018. In occasione della seconda edizione della Giornata del Contemporaneo, il PAC celebra l’estro creativo di un grande interprete dei nostri tempi – Andres Serrano – con un duplice appuntamento: la mostra Il dito nella piaga, a cura di Oliva María Rubio, in collaborazione con La Fábrica di Madrid, con una selezione di alcune delle sue più significative fotografie degli ultimi vent’anni, e la mostra The Morgue, a cura di Alessandro Riva e realizzata in collaborazione con Tomaso Renoldi Bracco, che presenta dieci lavori inediti dell’artista tratti dalla controversa omonima serie fotografica del 1992. Immagini macabre e scioccanti a lungo tenute nascoste per volere dello stesso artista e che ora vengono presentate per la prima volta, in esclusiva assoluta, a Milano.
Artista maledetto e grande provocatore: questa l’immagine che Serrano ha sempre dato di sé. In realtà, ad un’analisi più approfondita, la sua opera appare complessa e ricca di sfumature. Genio ribelle per eccellenza, Serrano esprime la sua critica nella sottile dicotomia che sottende le sue immagini fotografiche, patinate e perfette, terrificanti e trasgressive, rifiutando le finzioni del mondo contemporaneo e illustrandone i turbamenti interiori e le manie.

“Credo che sia necessario cercare la bellezza anche nei luoghi meno convenzionali o nei candidati meno insospettabili. Se non incontro la bellezza non sono capace di scattare alcuna fotografia”.

Andres Serrano

Dai suoi esordi – agli inizi degli anni ottanta – fino ai giorni nostri, le fotografie di Andres Serrano (New York, 1950) non hanno mai smesso di rappresentare i temi più controversi e polemici del convulso mondo in cui viviamo. La religione, il fanatismo, la corporeità, la xenofobia, la malattia e la morte, sono stati oggetto della sua meticolosa attenzione in serie come Bodily Fluids, The Morgue, Nomads, Ku Klux Klan, The Church, A History of Sex…Ciò che sembra una forma di provocazione si manifesta come una vocazione: quella di trattare temi e problematiche che ci riguardano come esseri umani attraverso immagini che si distinguono, inoltre, per la loro bellezza. La bellezza è una componente essenziale del lavoro di Serrano. Attraverso di essa, l’artista intensifica la tensione che seduce lo spettatore con il fascino proibito dei temi tabù.

LESS 2006

LESS_PAC 2006

LESS
STRATEGIE ALTERNATIVE DELL’ABITARE
a cura di Gabi Scardi
5 aprile – 18 giugno 2006

Aprile 2006. La mostra LESS – Strategie alternative dell’abitare, documenta il grande spazio che la questione dell’abitare ha avuto nell’ambito della ricerca degli ultimi decenni e gli approcci diversi adottati da alcuni artisti internazionalmente noti. Da tempo, muovendosi tra micro-architettura e macro-design, essi indagano questo tema cercando di prefigurare, attraverso la progettazione di nuove modalità del vivere, un diverso, più sostenibile assetto del mondo.
Trasformandosi in costruttore e prefigurando simbolicamente il mondo di domani, l’artista esprime infatti anzitutto la necessità di strategie e di scommesse progettuali per uno sviluppo collettivo.

Lo spazio abitativo è da un lato esigenza elementare, dall’altro catalizzatore di bisogni e di desideri. Per questo i temi della casa e dell’abitare attraversano ampiamente la ricerca artistica contemporanea e costituiscono campi di riflessione privilegiati per molti artisti che ambiscono ad affrontare criticamente la complessità della nostra società sin nelle sue istanze più cruciali ed urgenti.
Questi temi consentono loro di esprimere le profonde contraddizioni e le aspirazioni fondamentali del presente, l’attuale tensione tra senso di appartenenza e senso di estraneità, tra necessità di riappropriazione e necessità di salvaguardare le differenze.
Numerosi artisti danno così forma a modelli abitativi in cui senso e funzione non risultano separati. Si tratta di situazioni di carattere provvisorio o permanente, privato o pubblico. In molti casi si tratta di spazi flessibili, polifunzionali, ad assetto variabile, adatti a situazioni di mobilità, eventualmente di crisi o di emergenza.

Sono esposte le installazioni di Vito Acconci, Keren Amiran, Siah Armajani, Atelier Van Lieshout, Mircea Cantor, Jimmie Durham, Carlos Garaicoa, N55, Lucy Orta, Maria Papadimitriou, Marjetica Potrč, Michael Rakowitz, Luca Vitone, Dré Wapenaar, Krzysztof Wodiczko, Silvio Wolf, Wurmkos, Andrea Zittel.

 

ANTONIN ARTAUD 2005

Antonin Artaud_PAC 2005

ARTAUD
VOLTI / LABIRINTI
a cura di Jean-Jaques Label, Dominique Païni
6 dicembre 2005 – 12 febbraio 2006

Dicembre 2005. Sotto il titolo ARTAUD, Volti / Labirinti il PAC presenta un “montrage” – dalle parole francesi montage (montaggio) e montrer (mostrare) – multimediale dedicato all’artista/poeta/attore e regista teatrale Antonin Artaud (1896-1948), considerato una delle personalità più sovversive della sua epoca. Nel mondo contemporaneo, Artaud esercita un’influenza rimarchevole non solo negli ambiti dell’arte, della letteratura, del teatro e del cinema, ma anche nel campo della cultura psichiatrica. Si può dire che abbia rivoluzionato e ridefinito le nozioni stesse di cultura, linguaggio, salute mentale e arte teatrale.
Questo “montrage”, concepito da Jean-Jacques Lebel e realizzato con la partecipazione di Dominique Païni, offre una visione complessiva di tutte le attività creative di Artaud, connettendole l’una all’altra e testimoniando la loro stupefacente molteplicità. Accanto ad un’esclusiva selezione di disegni – fra i quali figura un buon numero di autoritratti – di preziosi manoscritti, di lettere, di documenti a stampa, di fotografie, vi saranno anche alcuni ritratti di Artaud eseguiti dai suoi amici: Jean Dubuffet, Man Ray, Balthus, Eli Lotar, Armand Salacrou, Denise Colomb, Georges Pastier, per citarne alcuni. Una sezione a parte è dedicata al rapporto tra Artaud e il teatro.

Un’installazione di Jean-Jacques Lebel ricostruisce la stanza dell’ospedale psichiatrico di Rodez dove, a partire dal 1943, Artaud è stato sottoposto, su decisione del medico primario dell’istituto, a cinquantuno sedute di elettroshock che gli hanno procurato una sofferenza indicibile, oltre a fratturargli una vertebra lombare. La tragedia della schizofrenia – una tragedia che è insieme personale e sociale, e che generalmente viene censurata dalle istituzioni museali – trova qui la rilevanza che le spetta.
A tutto ciò si aggiunge il repertorio completo – per la prima volta in Italia – delle ventidue apparizioni cinematografiche di Artaud, presentato da Dominique Païni con un complesso sistema di schermi che riflettono gli uni sugli altri i ruoli interpretati da Artaud, dando vita a un magma incandescente.
Un’attenzione particolare è riservata ai suoi testi, compresi quelli scritti nella lingua di sua invenzione, sotto l’egida del filosofo Gilles Deleuze che dell’opera di Artaud ha fornito una lettura innovatrice.

Questa mostra di un genere inconsueto, o piuttosto questo montrage positivo, ha l’ambizione di rendere omaggio a un pensiero che occupa una posizione di estrema rilevanza nella cultura della nostra epoca.

 

ARTE RELIGIONE POLITICA 2005

Arte Religione Politica_PAC 2005

ARTE RELIGIONE POLITICA
Incontri ravvicinati dai cinque continenti
a cura di Jean-Hubert Martin
8 luglio – 18 settembre 2005

Estate 2005. Il PAC propone una mostra dedicata ad Arte religione politica, curata da Jean-Hubert Martin. Le tre principali espressioni delle culture e delle civiltà umane sono rappresentate in un’unica esposizione, che vedrà la partecipazione di numerosi artisti provenienti da tutti e cinque i continenti. Un’introduzione sulle radici storicamente cristiane dell’arte occidentale, concentrata nella prima sala, è affidata alle opere di sei grandi protagonisti della scena contemporanea: Joseph Beuys, Dan Flavin, Lucio Fontana, Yves Klein, Hermann Nitsch e Antoni Tàpies.
Nelle sale successive sono esposti i lavori di interessanti e soprattutto eterogenei artisti di culture lontane dalla nostra, non solo geograficamente, ma anche ideologicamente. Ogni cultura contiene un miscuglio di intuizioni profonde, di sapere accumulato da millenni, di saggezza popolare, di valori etici e di credenze spirituali. Il duo francese Art Orienté objet (Benoît Mangin e Marion Laval-Jeantet) votato alla denuncia del cinismo umano; il cubano José Bedia, creatore di un antropomorfismo afro-cubano; l’ivoriano Frederic Bruly Bouabré impegnato a svelare l’Africa oltre ogni confine; il brasiliano Mestre Didi, leader spirituale della comunità Nagô; la dominicana Charo Oquet, studiosa di cosmogonie animiste; il giapponese Kazuo Shiraga, monaco buddista del gruppo Gutai; il beninese Cyprien Tokoudagba coinvolto nell’adattamento su tela di primitivi murales; quattro esponenti dell’ancestrale arte aborigena australiana – Anatjari Tjakamarra, Old Walter Tjampitjinpa, Ronnie Tjampitjinpa, Mick Namarari Tjapaltjarri – e, sempre dal deserto australiano, i Warlukurlangu, associazione di artisti dello Yuendumu. L’arte si arricchisce per integrazioni e contatti tra realtà diverse, a testimonianza dell’ormai superata convinzione di un orientamento “occidentale-centrista” della cultura umana.

Tutti gli artisti portano al PAC una selezione di loro lavori, alcuni dei quali molto spettacolari, che rimandano al problematico rapporto tra arte, religione e politica, vissuto da questi nuovi protagonisti dell’arte contemporanea in modi diversi. José Bedia e Charo Oquet allestiscono per l’occasione anche due installazioni site specific.

 

CHRISTIAN BOLTANSKY 2005

Christian Boltanski_PAC 2005

ULTIME NOTIZIE
Christian Boltanski
a cura di Jean-Hubert Martin
18 marzo – 12 giugno 2005

Primavera 2005. Christian Boltanski presenta al PAC una mostra dedicata alla dimensione temporale, al trascorrere del tempo e alla sua percezione.
Le opere presenti sono state costruite per permettere al visitatore di entrare in contatto con la personale elaborazione estetica del concetto di tempo elaborata da Boltanski durante tutta la sua attività artistica: non sviluppo storico, ma fragile e instabile passaggio, fine inesorabile e scorrere decadente.
Opere che si focalizzano sull’ultimo grande dubbio dell’uomo, che sprofondano nella paura della fine, sempre minacciosa all’orizzonte. E’ la sensazione del passaggio, della precarietà effimera dell’esistenza, è la domanda insoluta sul senso della nostra presenza.

Nella mostra vengono affrontati due temi fondamentali per tutto il genere umano:

  • il trascorrere del tempo è percepibile con forza e crudezza in diversi modi, dall’opera sonora Horloge Parlante che con una voce sintetizzata scandisce ininterrottamente l’orario, all’opera video Entre temps che propone in sequenza le immagini fotografiche del volto di Boltanski nelle diverse tappe della sua vita, o ancora dal video interattivo 6 septembre che ci presenta ad alta velocità consequenziale i fatti accaduti ogni 6 settembre, giorno di nascita dell’artista, con possibilità però di selezionarne uno da analizzare, da ricordare. I suoi lavori tendono essenzialmente a richiamare alla mente il passato, evidenziandone le tracce e l’azione sacralizzante;

  • il tema della scomparsa, della morte viene evocato non solo da fotografie, ma anche dall’inequivocabile e lapidaria opera TOT (“morto” in tedesco) scritta a parete con l’impiego di lampadine luminose.

Il tempo – che siano pochi giorni o una vita intera – avvalora l’intento di documentare la realtà quale essa sia, comune, quotidiana, ripetitiva, assumendo il sapore della Memoria.
Una mostra quindi di grande impatto, una sorta di memento mori dove la verità apparente delle cose fatta di istantaneità e transitorietà si ribalta nel suo opposto complementare e immerge i visitatori nell’implacabile fluire del tempo. Un trascorrere leggibile però solo attraverso la lente soggettiva del Ricordo.

 

SPAZI ATTI 2004

Spazi atti_PAC 2004

SPAZI ATTI
7 artisti italiani alle prese con la trasformazione dei luoghi
a cura di Roberto Pinto
12 novembre 2004 – 20 febbraio 2005

Novembre 2004. Organizzata nell’ambito della direzione artistica di Jean-Hubert Martin, la mostra è curata da Roberto Pinto e propone opere di Mario Airò, Massimo Bartolini, Loris Cecchini, Alberto Garutti, Marzia Migliora (con la collaborazione di Riccardo Mazza), Luca Pancrazzi e Patrick Tuttofuoco, sette artisti che lavorano intorno al concetto di spazio sensibile, da fruire mediante i sensi, da vivere e abitare. Nell’esposizione si tiene conto di differenti approcci a questo aspetto della ricerca e vengono realizzate installazioni ad hoc che riflettono il modo di costruire la percezione dello spazio e dei luoghi ed interagiscono con la struttura espositiva. Il PAC vede pertanto alternarsi spazi reali, risultato di vere e proprie costruzioni ideate dagli artisti trasformando gli ambienti preesistenti, a spazi virtuali creati con luci suoni e odori.

Alberto Garutti in questa esposizione ha un’opera da una presenza talmente discreta da risultare percepibile solo al calar della notte.
Luca Pancrazzi rivolge il proprio interesse tra interno ed esterno che sfocia nell’illusione.
Massimo Bartolini fa appello a tutti i nostri sensi e qui nello specifico all’odorato: per confinare il profumo ricorre ad una porta girevole.
Loris Cecchini si appropria invece di un abitacolo mobile che trasforma grazie alla luce.
Mario Airò suggerisce invece lo spostamento dello spazio con un’installazione minimale.
Marzia Migliora immerge il visitatore in un’atmosfera di violenza servendosi del suono: alcuni piedi sbattono violentemente sul pavimento.
Infine Patrick Tuttofuoco lancia un segnale inatteso da alcuni alberi del parco di fronte al PAC.

 

KIMSOOJA 2004

Kimsooja_PAC 2004

KIMSOOJA
CONDITIONS OF HUMANITY
a cura di Jean-Hubert Martin
24 giugno – 19 settembre 2004

Giugno 2004: il PAC torna a parlare orientale.

La mostra di Kimsooja, sotto la direzione artistica di Jean-Hubert Martin, è la prima importante personale tenuta dall’artista coreana in Italia.
Le sue opere, estremamente poetiche e al tempo stesso contemplative, attingono al background culturale della sua terra d’origine e il tema centrale di molte di esse verte sul ruolo dell’essere umano nel mondo globalizzato. Dagli anni ottanta il cucito, attività appresa al fianco della madre, è divenuto l’elemento essenziale del lavoro di Kimsooja consentendole di passare dalla superficie bidimensionale della pittura alla tridimensionalità degli oggetti. I Bottari, fagotti di tessuto realizzati a partire dal 1992 con coperte e vestiti usati, costituiscono ormai un elemento tipico del suo lavoro.

L’esposizione di Kimsooja al PAC include, oltre a diverse proiezioni video, la grande installazione A Laundry Woman (Lavandaia), 2000, nella quale tessuti tradizionali coreani, grandi e coloratissimi, con dei ricami dai motivi simbolici, sono fissati su sottili fili metallici tesi lungo il parterre del padiglione, come panni messi ad asciugare. Il visitatore è invitato ad aggirarsi fra i tessuti, che ondeggiano lievemente al passaggio, e a sperimentarne, da vicino e tangibilmente, la bellezza, la delicatezza e la grande energia cromatica.
Nella video installazione A Needle Woman (Donna-ago), 1999-2001, è l’artista stessa ad “agire” come la punta di un ago. Kimsooja rimane immobile in mezzo alla folla dei passanti di metropoli come Shanghai, Tokyo, New York o New Delhi, costringendo di conseguenza le fiumane di gente ad aggirarla e a deviare. Negli otto schermi della video installazione, esposta al PAC in due sale, l’artista si presenta di spalle e il visitatore può vedere i volti e le diverse reazioni delle persone che la evitano mentre, idealmente, le strade delle diverse città sembrano convergere al centro delle stanze.
Le attività dell’artista coreana, viaggi ed esposizioni, possono essere interpretate come una costante tessitura di nuove relazioni. Kimsooja: “È la punta dell’ago a penetrare il tessuto, e noi possiamo unire due diversi lembi di stoffa con il filo che passa per la cruna dell’ago. L’ago è un’estensione del corpo, il filo è un’estensione della mente. Nel tessuto rimangono sempre le tracce della mente, invece l’ago abbandona il campo non appena terminata la sua mediazione. L’ago è medium, mistero, realtà, ermafrodita, barometro, un momento, e uno Zen.”

Kimsooja ha rappresentato la Korea alla 24° Biennale di San Paolo nel 1998 e alla 55° Biennale di Venezia nel 2013; ha partecipato a più di 30 biennali e triennali in ambito internazionale. ha esposto con una personale al MoMA, al Cristal Palace di Reina Sofia, al Museo di Arte Contemporanea di Lione, al Guggenheim di Bilbao, al Centre Pompidou Metz.

RICHARD LONG – JIVYA SOMA MASHE 2004

Long-Mashe_PAC 2004

RICHARD LONG – JIVYA SOMA MASHE
Un incontro in India
a cura di Hervé Perdriolle
18 marzo – 6 giugno 2004

Marzo 2004. Il progetto, nato da un incontro in India fra il celebre esponente della land art Richard Long e il maestro dell’arte tradizionale della tribù warli, Jivya Soma Mashe, è curato dallo scrittore e critico d’arte Hervé Perdriolle, vissuto in India per molti anni.

Richard Long, nel febbraio del 2003, ha soggiornato nello stato di Maharashtra, ha visitato diversi villaggi e conosciuto Jivya Soma Mashe e la gente della tribù warli. Durante questo soggiorno, ha realizzato sul territorio indiano diversi interventi documentati in una serie di fotografie esposte nella mostra. I due artisti, altamente apprezzati nelle rispettive culture, non hanno però potuto comunicare con le parole, in quanto Mashe parla solo la lingua warli, e lo hanno fatto soprattutto attraverso la loro arte.
Il dialogo artistico instauratosi fra le opere create in India da Richard Long –  che ha utilizzato materiali naturali quali riso, cenere, acqua, spezie o disegnato con la terra forme archetipiche – e i dipinti narrativi di Mashe eseguiti con sterco di mucca e acrilici, continua nella mostra allestita nelle sale del PAC. Nonostante le loro differenze, le opere dei due artisti rivelano al visitatore un linguaggio formale affine. Per esempio, cerchi e spirali ricorrono costantemente sia nei dipinti di Mashe che nelle installazioni di Long. Mashe e Long sono inoltre accomunati da un senso di rispetto e da una sensibilità estremi nei confronti della Terra, del paesaggio e della natura. E c’è un altro elemento che questi due artisti appartenenti a culture così diverse condividono: usando i mezzi dell’arte, essi gettano un ponte fra il tempo e lo spazio, fra il passato e il presente.

La mostra presenta, di Jivya Soma Mashe, una serie di opere su carta e dipinti su tela, datati fra il 1997 e il 2003, realizzati con pittura acrilica bianca e sterco. Di Richard Long sono esposti lavori di ampie dimensioni, realizzati con fango e pittura acrilica su pannelli di legno, datati 2003, e una serie di opere fotografiche legate al lavoro realizzato dall’artista durante il soggiorno in India. Long, inoltre, esegue per lo spazio milanese alcune opere ad hoc. Accanto alle opere citate viene proiettato il film/documentario “Stones and Flies. Richard Long in the Sahara” girato nel 1988 dal regista Philippe Haas.

 

LAURIE ANDERSON 2003

Laurie Anderson_PAC 2003

THE RECORD OF THE TIME
Le opere sonore di Laurie Anderson
a cura di Suzanne Landau
11 novembre 2003 – 15 febbraio 2004

 

Novembre 2003. Con la mostra The Record of the Time il PAC rende omaggio alla multiforme produzione della musicista e artista newyorkese Laurie Anderson, icona dell’arte multimediale, in quella che è la sua prima retrospettiva in Italia.
L’esposizione comprende circa novanta opere sculture, oggetti, disegni, fotografie e installazioni che interagiscono e si coniugano con una straordinaria presenza visiva del suono.
Laurie Anderson, che si autodefinisce una “narratrice”, crea installazioni in cui abbina poesie e canzoni, collage di suoni e musica, basandosi su episodi della propria vita, sui suoi sogni, su poemi, miti e leggende.

Mi sono concentrata soprattutto sulla musica e sulla performance. Ho sempre combinato diverse forme artistiche. […] Le opere presentate nella mostra The Record of the Time riflettono soprattutto il lavoro che ho fatto con il suono e il rumore. Ci sono numerosi motivi conduttori: il violino, la voce, le parole, spazi sonori e alter ego.

Laurie Anderson

Una caratteristica dell’opera di Laurie Anderson è il suo speciale cocktail di teatro, musica pop, azione e immagini, elementi che vengono miscelati elettronicamente con l’uso del computer e che danno origine a performance e installazioni audiovisive spettacolari, producendo un universo molto personale di immagini e suoni.
In alcune installazioni interattive presentate nella mostra i visitatori hanno l’opportunità di esplorare “fisicamente” il mondo dell’artista: Handphone Table (1978) per esempio, invita a percepire i suoni lungo le ossa delle braccia. Altre esperienze audiovisive sono proposte dalle opere Tape Bow Violin del 1977 e Neon Violin (1983) basata sullo strumento così spesso usato da Laurie Anderson da diventare per lei una sorta di “seconda voce”; uno strumento di cui l’artista ha alterato e manipolato elettronicamente il suono in ogni maniera possibile.

Laurie Anderson esordisce come performer nel 1972, con un concerto di clacson. Dalla metà degli anni settanta si dedica alla performance, lavorando con la musica e il suono. A Londra, nel 1981, la sua canzone “0 Superman” giunge in testa alle classifiche e diventa un successo a livello internazionale. Negli anni seguenti l’artista presenta performance sempre più complesse e lavora in collaborazione con registi cinematografici a musicisti come Brian Eno, Wim Wenders e Peter Gabriel, realizzando fra l’altro il film-concerto “Home of the Brave”. Nei primi anni novanta il suo lavoro assume una connotazione più politica e parecchie sue creazioni affrontano i temi della violenza, del conflitto e della censura.

DOUBLE DRESS 2003

Double dress_PAC 2003

DOUBLE DRESS
Yinka Shonibare un artista nigeriano/britannico
a cura di Suzanne Landau
26 giugno – 14 settembre 2003

Estate 2003. La mostra è organizzata dall’Israel Museum di Gerusalemme ed è curata da Suzanne Landau. L’edizione italiana, presentata al PAC, prevede 18 opere tra grandi installazioni di pittura, sculture e fotografie datate fra il 1994 e il 2001. Le opere provengono dall’Israel Museum di Gerusalemme, dalla Stephen Friedman Gallery di Londra, da collezioni private e da musei europei e americani, come la Tate Gallery di Londra e l’MCA di Chicago.

Nato nel 1962 a Londra, Yinka Shonibare è vissuto in Nigeria fino all’età di 18 anni trasferendosi poi a Londra per studiare. Nella sua ricerca si è rivolto con ironia alle tematiche legate all’identità culturale: dal dandy dalla pelle nera agli astronauti e agli alieni vestiti con stoffe a colori pseudo africani, l’artista è alla ricerca dell’elemento provocatorio e destabilizzante, che inneschi la riflessione sulla prospettiva da cui abitualmente si considera il mondo. Nella sua arte non smettono mai di convivere due anime diversissime: quella profondamente africana e quella anglosassone, occidentale.
I soggetti di Shonibare, guardano spesso, al mondo della moda e del costume, come campo di indagine per rimarcare la contaminazione tra cultura europea ed elementi della tradizione culturale africana: l’artista veste dei manichini con abiti dalla foggia tipicamente occidentale, usando tessuti considerati africani, i batik, che per la loro complessa origine sono la migliore metafora per affrontare criticamente la collisione di due culture.

In altre opere, realizzate con il mezzo fotografico, Shonibare si pone al centro della rappresentazione nelle vesti del Dorian Gray di Oscar Wilde oppure si ispira alla serie A Rake’s Progress di William Hogarth. Il dandy è per Shonibare un leitmotiv, è colui che afferma la sua individualità sfidando il perbenismo della società con il proprio aspetto e atteggiamento.

Ormai noto a livello internazionale, Yinka Shonibare ha presentato nel 1989 a Londra la sua prima mostra personale, per poi esporre presso gallerie private e spazi pubblici in Europa, Stati Uniti, Canada, Sud Africa e Israele. Ha partecipato a importanti esposizioni collettive, come Sensation. Young British Art from the Saatchi Collection (1997) alla Royal Academy of Arts di Londra, oppure Authentic/Ex-centric: Conceptualism in Contemporary African Art nell’ambito della 49° Biennale di Venezia.

AS SOON AS POSSIBLE 2003

As soon as possible_PAC 2003
AS SOON AS POSSIBLE. THE CLASS OF MARINA ABRAMOVIC
a cura di Marina Abramovic
6-7 giugno 2003

6-7 giugno 2003. The Class of Marina Abramovic è il nome di un gruppo di giovani artisti della Hochschule fur Bildende Kunste di Braunschweig (Germania) che si è formato sotto la guida di Marina Abramovic.
Al PAC The Class of Marina Abramovic presenta As soon as possibile. Performance loop, una serie di performance “living installations”. I visitatori hanno modo di muoversi nello spazio del PAC, nell’arco delle ore di apertura al pubblico, avvicinandosi ai giovani performer intenti nelle loro azioni’. Il PAC diventa così il luogo di un evento collettivo senza precedenti, non paragonabile alla classica mostra, e fonte di un’esperienza viva e attiva anche per gli spettatori.
A disposizione dei visitatori è presente una documentazione video su altre performance realizzate dal gruppo.

Il progetto presentato al Padiglione d’Arte Contemporanea rientra nella programmazione artistica di Jean-Hubert Martin per il 2003, e nasce da una dall’esperienza fatta dal gruppo The Class of Marina Abramovic allo Spazio Viafarini di Milano. Il successo già riscosso dall’evento, realizzato in forma sperimentale, il suo carattere innovativo e l’interesse attuale per il tema della performance, hanno indotto lo Spazio Viafarini a proporre al PAC una nuova edizione del progetto che, in tal modo, è realizzato in forma più ampia in uno spazio pubblico della città.

CHEN ZHEN 2003

Chen Zhen_PAC 2003

CHEN ZHEN
UN ARTISTA TRA ORIENTE E OCCIDENTE
a cura di Jean-Hubert Martin
28 febbraio – 18 maggio 2003

Febbraio 2003. Il PAC apre il 2003 con una mostra dedicata all’artista cinese Chen Zhen.
La mostra, prima tappa della nuova programmazione curata da Jean-Hubert Martin, critico e storico dell’arte esperto di culture extraeuropee, consiste in circa 70 opere tra installazioni e disegni, provenienti da collezioni private italiane e straniere, e dagli eredi dell’artista.

Nato a Shanghai nel 1955, Chen Zhen è considerato uno dei protagonisti del nostro tempo, che ha fatto della sua opera un esempio di pluralismo nell’arte, condensando nella nozione di “trans-esperienza” il fulcro del suo lavoro.
Il suo linguaggio artistico, che affronta molte questioni, dalla politica internazionale alla vita in sé, lo ha condotto a cercare una sintesi visiva della sua arte dove fosse riconoscibile, innanzitutto da un punto di vista estetico, il bisogno di farsi comprendere in un mondo dalle prospettive diverse da quelle che lo avevano circondato e cresciuto, di mescolare il sapore della sua Cina con quello dei Paesi che andava conoscendo.

Inizialmente orientato sulla pittura, Chen Zhen si è poi concentrato su installazioni di grandi e medie dimensioni, cominciando ad assemblare oggetti tratti dalla vita comune come letti, seggiole, tavoli, vasi da notte, culle e materassi, allestiti in composizioni che li privano della loro originaria funzione.
Al centro della sua ricerca anche l’indagine sul diverso approccio alla medicina in oriente e occidente che emerge in alcune opere incentrate sulla figura del corpo umano e degli organi interni.

In particolare, fra le opere in mostra, sono esposte alcune grandi installazioni ricche di fascino realizzate fra il 1991 e il 2000 con tavoli, sedie, polistirolo, ventilatori, registratori di cassa, tessuti e candele colorate, come Obsession of Longevity, 1995; Un-interrupted Voice, 1998; Human Tower, 1999; Zen Garden, 2000; Lumière innocente, 2000.

 

UTOPIE QUOTIDIANE 2002

Utopie quotidiane_PAC 2002

UTOPIE QUOTIDIANE
L’uomo e i suoi sogni nell’arte dal 1960 ad oggi
a cura di Vittorio Fagone e Angela Madesani
23 ottobre 2002 – 19 gennaio 2003

 

Ottobre 2002. Utopie Quotidiane. L’uomo e i suoi sogni nell’arte dal 1960 ad oggi, a cura di Vittorio Fagone e Angela Madesani.

Le opere esposte, circa 100, realizzate da 52 artisti italiani e stranieri, sono testimonianza ed espressione della vita dell’uomo, della sua storia individuale e sociale. La mostra si snoda attraverso un percorso che vede accostati lavori realizzati con le tecniche più svariate, dalla pittura alla scultura, dal video al film d’artista, dalla fotografia all’arazzo. Il fil-rouge che lega gli autori non è una corrente di appartenenza, né una scelta stilistica o una particolare epoca. I lavori, realizzati tra gli anni Sessanta al 2000, testimoniano piuttosto, attraverso percorsi diversi ma talvolta affini, l’aspirazione umana al mito e all’utopia. A partire dalla propria esperienza quotidiana, dalle contraddizioni e dai problemi del proprio universo personale, gli artisti elaborano modelli ideali, appunto utopie quotidiane, che travalicano la quotidianità della loro esperienza e si riflettono sul più ampio mondo esterno. Un’inversione di tendenza si nota, tuttavia, negli anni Novanta e particolarmente in Europa: pur muovendo dalle stesse motivazioni di riflessione e talvolta di disagio, il lavoro degli artisti ritorna il più delle volte ad una dimensione intima.  Al centro rimane, comunque, un tema di grande interesse: l’uomo e la sua visione del mondo.

Artisti in mostra: Vincenzo Agnetti, Michael Badura, Marina Ballo Charmet, Matthew Barney, Gianfranco Baruchello, Bernd e Hilla Becher, Christian Boltanski, Anna Valeria Borsari, Alexander Brodsky, Sophie Calle, Cioni Carpi, Claudio Costa, Thomas Demand, Bruno Di Bello, Erik Dietman, Do Ho Suh, Öyvind Fahlström, Emilio Fantin, Eugenio Ferretti, Hamish Fulton, Maria Cristina Galli, Mauro Ghiglione, Gilbert & George, Roni Horn, Tetsumi Kudo, Ugo La Pietra, Jean Le Gac, Claudia Losi, Fabio Mauri, Giuliano Mauri, Gérald Minkoff, Shirin Neshat, Muriel Olesen, Antonio Paradiso, Luca Maria Patella, Tom Phillips, Anne e Patrick Poirier, Thomas Ruff, Daniel Spoerri, Beat Streuli, Aldo Tagliaferro, Enzo Umbaca, Franco Vaccari, Franco Vimercati, Richard Wentworth, Rainer Wittenborn, Silvio Wolf, Alberto Zanazzo, Michele Zaza.

 

DUANE HANSON 2002

Duane Hanson_PAC 2002
DUANE HANSON. MORE THAN REALITY
30 sculture più vere del vero
a cura di Thomas Buchsteiner, Otto Letze
29 maggio – 1 settembre 2002

Maggio 2002. Il PAC ospita per la prima volta in Italia la più grande retrospettiva dello scultore americano Duane Hanson.
Attraverso le opere esposte, tutte realizzate tra il 1967 e il 1995, il messaggio dell’artista si codifica nella tridimensionalità dei suoi personaggi, individui non specifici, gente comune colta per strada, un mondo malinconico fatto di disincanto e abbandono, ma che riesce a provocare simpatia e sincera emozione: nei luoghi dell’arte, infatti, i racconti di vita di Hanson permettono di identificarci, a prescindere da quanto siano lontani da noi.

Io non riproduco la vita, faccio una dichiarazione sui valori umani. La mia opera si occupa di persone che conducono un’esistenza di pacifica disperazione. Mostro il vuoto, la fatica, l’invecchiamento, la frustrazione. Queste persone non sanno reggere la competitività. Sono gli esclusi, degli esseri psicologicamente handicappati.

Martin Bush, Sculptures by Duane Hanson, Wichita 1985

Duane Hanson per oltre trent’anni si è preoccupato di raccontare la rassegnazione, il vuoto, la solitudine dei ceti medio-bassi americani, traducendo le sue osservazioni in sculture viventi.
“Ma poi ci mettevo sempre dentro un pezzetto di braccio o di naso” così commentava Hanson la propria incapacità di allinearsi alle tendenze artistiche astratte o dell’espressionismo astratto dominanti negli anni della sua formazione.
L’artista crea le sue sculture prendendo a modello casalinghe, operai edili, cameriere, venditori d’auto, custodi, ovvero i rappresentanti dei ceti medi e bassi della società americana, che in queste biografie scultoree evidenziano il “fiato corto” del sogno americano.
Realizza figure a grandezza naturale, partendo da calchi di persone in carne e ossa, sui quali interviene modificandone artisticamente i particolari. La sua ricerca dei soggetti è lenta e accurata, la loro essenza l’ordinarietà. Gli stessi atteggiamenti dei personaggi devono essere naturali, riflettere le loro tipiche attività. Hanson quindi sceglie pose statiche, con il corpo a riposo tra un’attività e l’altra. I suoi soggetti assumono un’aria un po’ sognante, che permette di catturare il loro ripiegamento interiore e la loro malinconia.

IL FUTURISMO A MILANO 2002

Il Futurismo a Milano_PAC 2002

IL FUTURISMO A MILANO
Anticipazioni per il nuovo museo d’arte moderna e contemporanea
a cura di Emmanuele Auxilia e Fabio Fornasari
22 febbraio – 28 aprile 2002

Febbraio 2002. La mostra presenta 75 opere di diversi futuristi fra i quali spiccano Boccioni, Carrà, Russolo, Balla, Severini, per citare solo alcuni dei firmatari del Manifesto dei pittori futuristi dell’11 febbraio 1910,  circa 40 disegni di Boccioni e Balla, il tutto di proprietà delle collezioni civiche milanesi.
E’ dalla nascita del Movimento Futurista ad oggi che nelle collezioni civiche milanesi sono entrate, attraverso donazioni, lasciti e acquisti, le opere che costituiscono l’esposizione al PAC.
Il nucleo futurista è composto da capolavori che costituiscono l’aggancio ideale per una lettura del novecento che parta dalle opere della sua prima Avanguardia all’Arengario di Piazza Duomo, nel centro di Milano. Nel percorso della mostra, infatti, il Comune di Milano presenta i risultati dell’ideazione del nuovo museo (l’attuale Museo del ‘900), esponendo i disegni e i plastici del progetto di Italo Rota.

Il percorso di questa mostra inizia dalla visita al Quarto Stato, esposto nelle sale al 1° piano della Galleria d’Arte Moderna, proseguendo dentro il  PAC con le opere futuriste allestite a cura di Emmanuele Auxilia e Fabio Fornasari.

Alcune opere in mostra: di Boccioni, il trittico Stati d’animo, 1911 (donazione Canavese, CIMAC), Elasticità, 1912 (Collezione Jucker) e Forme uniche di continuità nello spazio, 1913 (acquistata nel 1934 presso F.T. Marinetti); di Balla Bambina che corre sul balcone, 1912 (Collezione Grassi); l’Autoritratto del ’13 di Mario Sironi (CIMAC); Achille Funi, Uomo che scende dal tram, 1914 (donazione Canavese).