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JAPAN. BODY_PERFORM_LIVE

 

a cura di Shihoko Iida e Diego Sileo

 

Il PAC prosegue la sua esplorazione delle culture internazionali sulle tracce della contemporaneità con una mostra che si propone di introdurci alle diverse espressioni dell’arte contemporanea giapponese degli anni duemila, concentrandosi in particolare sulle tendenze che coinvolgono i corpi degli artisti, sugli elementi della performance, e sulle dinamiche e i movimenti ad essa pertinenti.

 

Analizzando criticamente le relazioni tra queste espressioni corporee e la società, l’ambiente e la materialità, nonché la tecnologia, gli artisti invitati racconteranno le loro visioni della vita e della morte, il senso di urgenza sulla politica di identità e come la politica sociale – lo spirito del nostro tempo – si sia rivelato attraverso le pratiche artistiche.

 

Il progetto proverà a contestualizzare le attuali forme d’arte nella genealogia delle avanguardie giapponesi del dopoguerra, o nel recente passato, generando dialoghi multistrato tra le opere in mostra.

 

Artisti

Makoto Aida, Dumb Type, Finger Pointing Worker/Kota Takeuchi, Mari Katayama, Meiro Koizumi, Yuko Mohri, Saburo Muraoka, Yoko Ono, Lieko Shiga, Chiharu Shiota, Kishio Suga, Yui Usui, Ami Yamasaki, Chikako Yamashiro, Fuyuki Yamakawa, Atsuko Tanaka, Kazuo Shiraga.

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Immagine: Chikako Yamashiro, Mud Man, 2016 in cooperation with Aichi Triennale 2016 © Chikako Yamashiro, Courtesy Yumiko Chiba Associates

AUSTRALIA. STORIE DAGLI ANTIPODI

 

a cura di Eugenio Viola

 
 
I PAC torna a esplorare le culture internazionali con la più grande ricognizione sull’arte australiana contemporanea mai realizzata al di fuori del continente, una selezione di 32 artisti, sia emergenti che affermati, appartenenti a diverse generazioni e background culturali.
 
Dipinti, performance, sculture, video, disegni, fotografie e installazioni – alcune site specific – tracciano un viaggio metaforico all’interno del panorama multiculturale dell’arte contemporanea australiana, influenzato da storie personali, lingue, origini etniche, religioni e tradizioni eterogenee: dagli artisti afferenti alle molte culture aborigene e ‘First Nations’ a quelli che sono arrivati dal Pacifico, dall’Europa, dai paesi asiatici e dalle Americhe.
 
Indagando un’ampia costellazione di pratiche e prospettive culturali, storiche, politiche e sociali legate al contesto australiano, geograficamente “agli antipodi” rispetto a chi vive nell’emisfero settentrionale, la mostra restituisce, per induzione, un panorama del nostro presente ibrido, plurale e complesso.
 
La settimana di apertura della mostra è animata da live performance di Mike Parr (16 dicembre ore 19), di Marco Fusinato (17 dicembre ore 15-21) e dalla proiezione del film TERROR NULLIUS del collettivo Soda_Jerk per la prima volta in Italia grazie alla collaborazione con il MIC Museo Interattivo del Cinema di Milano (18 dicembre ore 20:30).
A gennaio Stuart Ringholt presenta due lavori partecipativi che esplorano la funzione sociale dell’arte attraverso 2 workshop: per la prima volta in Italia il Naturist Tour e due Anger Workshop.
 
Artisti:
Vernon Ah Kee, Tony Albert, Khadim Ali, Brook Andrew, Richard Bell, Daniel Boyd, Maria Fernanda Cardoso, Barbara Cleveland, Destiny Deacon, Hayden Fowler, Marco Fusinato, Agatha Gothe-Snape, Julie Gough, Fiona Hall, Dale Harding, Nicholas Mangan, Angelica Mesiti, Archie Moore, Callum Morton, Tom Nicholson (with Greg Lehman), Jill Orr, Mike Parr, Patricia Piccinini, Stuart Ringholt, Khaled Sabsabi, Yhonnie Scarce, Soda_Jerk, Dr Christian Thompson AO, James Tylor, Judy Watson, Jason Wing and Nyapanyapa Yunupingu.
 
Questo progetto è stato realizzato grazie al contributo del governo australiano attraverso l’Australia Council for the Arts, il suo organo di finanziamento e consulenza per le arti
 

 
Una mostra: PAC, Comune di Milano, Silvana Editoriale
Sponsor PAC: Tod’s
Con il contributo di: Alcantara, Cairo Editore, Kartell
Sponsor tecnico: Ethiad Airways
Con il supporto di: Vulcano

Brasile. Il coltello nella carne

a cura di Jacopo Crivelli Visconti e Diego Sileo

 

Con la mostra BRASILE. Il coltello nella carne il PAC di Milano prosegue l’esplorazione dei continenti sulle tracce dell’arte contemporanea, proponendo una selezione di 30 artisti brasiliani di diverse generazioni, attivi dagli anni Settanta in poi.

 

Promossa dal Comune di Milano – Cultura e prodotta dal PAC con Silvana Editoriale, con il patrocinio del Consolato Generale del Brasile a Milano, la mostra è curata da Jacopo Crivelli Visconti e Diego Sileo e realizzata con il sostegno di TOD’S, sponsor dell’attività espositiva del PAC, con il contributo di Alcantara e Cairo Editore e con il supporto di Vulcano.

 

‘Il coltello nella carne’ (Navalha na Carne) è il titolo di un’opera teatrale dello scrittore brasiliano Plínio Marcos, particolarmente attivo durante gli anni della dittatura militare brasiliana. La mostra si dichiara così, sin dal titolo, in conflitto. Attraverso installazioni, fotografie, video e performance molti degli artisti invitati al PAC fanno riferimento a questo conflitto, che non ha un inizio e ancora meno una fine, è difficilmente riassumibile in parole e si traduce raramente in scontri fisici o battaglie. Non è un conflitto bellico, bensì sociale e, soprattutto, simbolico.

 

Riunendo una serie di lavori realizzati in Brasile negli ultimi quarant’anni, la mostra rompe convenzioni e luoghi comuni senza pretendere di costituire un ritratto del paese o della sua scena artistica, ma piuttosto riflettendo sulla loro conflittualità: gli scontri, le violenze e i soprusi politici, sociali, razziali, ecologici e culturali. Un linguaggio diretto, all’apparenza ingenuo, ma in realtà carico di messaggi, racconta di sogni frantumati e di aspettative deluse, ma anche di un popolo che sa conservare un sorprendente ottimismo e una grande fiducia nel futuro.

 

artisti in mostra: Maria Thereza Alves; Sofia Borges; Paloma Bosquê; Jonathas de Andrade; Iole de Freitas; Daniel de Paula; Deyson Gilbert; Fernanda Gomes; Ivan Grilo; Carmela Gross; Tamar Guimarães; Maurício Ianês; Clara Ianni; Francesco João; André Komatsu; Runo Lagomarsino; Leonilson; Ícaro Lira; Cinthia Marcelle; Ana Mazzei; Letícia Parente; Regina Parra; Vijai Patchineelam; Berna Reale; Celso Renato; Mauro Restiffe; Luiz Roque; Daniel Steegmann Mangrané; Tunga; Carlos Zilio.

 

 

 

 

3 luglio ore 19:00

PERFORMANCE di Ana Mazzei e Regina Parra

Ingresso fino ad esaurimento posti

4 luglio ore 11:00

PERFORMANCE di Berna Reale

 

dal 5 al 19 luglio

PERFORMANCE di Maurício Ianês

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una mostra Comune di Milano – Cultura, PAC Padiglione d’Arte Contemporanea, Silvana Editoriale

con il patrocinio di Consolato Generale del Brasile a Milano

in collaborazione con Agenda Brasil

sponsor PAC TOD’S

con il contributo di Alcantara e Cairo Editore

con il supporto di Vulcano

 

Street Art, Sweet Art. Dalla cultura hip hop alla genereazione “pop up”

Un’arte che ha le sue radici nel writing storico e nell’estetica della bomboletta spray, ma che si nutre anche di idee nuove e di nuove forme di comunicazione diffusa, delle tecniche di “guerrilla marketing” come dei linguaggi e delle tecniche più nuove, dagli stickers agli stencil alle tante forme di “disordine urbano” presenti ormai ovunque nelle città di oggi.

 

Una generazione di artisti sospesa tra cultura hip-hop e iper-pop abituata ad applicare la propria creatività nelle pubblicità, sulle copertine di dischi, sui manifesti, nelle strade e nell’abbigliamento.

 

La mostra, curata da Alessandro Riva, ha riunito artisti appartenenti alla generazione dei writers italiani, come Atomo, Airone, KayOne, Rendo, Mambo, Led, Basik, ciascuno dei quali ha elaborato, col tempo, un linguaggio fortemente originale: chi con un’evoluzione in senso plastico, come Joys e la coppia Dado e Stefy; chi con un’attitudine strettamente figurativa, come Marco Teatro, Eron,Wany; e chi ha finito per raggiungere inedite forme di astrazione, come Pho, Rae Martini, Cano. Altri artisti, invece, come Microbo, Bo 130, Blu, Ericailcane, Ozmo, Abbominevole, sono da considerarsi i protagonisti di punta della nuova ondata di street artists (molti dei quali sono entrati a pieno titolo nel sistema dell’arte “ufficiale”, pur continuando a lavorare attivamente anche in strada), con l’utilizzo dei media più diversi e con un’attività che non si limita al solo territorio italiano, ma tocca molte manifestazioni e festival internazionali. Molti di questi sono facilmente riconoscibili per il pubblico delle nostre città: da Pao (l’artista dei “panettoni-pinguino”), a Pus (l’artista degli scarafaggi), a Bros (salito alle cronache per l’autointitolazione della “via Bros – artista contemporaneo”), a Ivan il “poeta di strada” (“Chi getta semi al vento farà fiorire il cielo”), a Tv Boy (l’artista del bambino con la testa-televisore), per continuare con Sonda, Aris, Sea, Dem, Nais, Gatto.

 

A fine esposizione, alcune opere sono state battute all’asta dalla Porro & C., importante casa d’aste milanese che per la prima volta pone la propria esperienza a sostegno di questa “particolare” arte contemporanea.

 

Inoltre, è stato allestito un omaggio all’artista Professor Bad Trip considerato uno dei protagonisti più ironici, irriverenti e dissacranti della cultura underground italiana.

 

Una sezione a parte della mostra è stata dedicata a un giocoso Bazaar Pop Up, a cura di Novamusa e Lem Art Group, che riuniva oggetti, gadget, accessori, capi d’abbigliamento “griffati” e creati dagli artisti un po’ in tutto il mondo, a testimoniare l’incessante ricerca di nuove forme di comunicazione diffusa dell’arte contemporanea, fuori dagli schemi tradizionali del circuito ristretto gallerie-musei-riviste d’arte. Come “introduzione” al Bazaar, una sala dedicata a The Don Collection, la più ampia collezione italiana di Toys (oltre 400) riuniti da The Don, a sua volta street artist, legato alla scena underground internazionale; qui è stata presentata anche una selezione di tavole originali del volume IZASTIKUP, realizzato dallo stesso Don con BO130 e Microbo.

 

Completò la mostra un’area video a cura del gruppo Manufatti Audiovisivi, con il supporto tecnico di Fnac, in cui veniva presentato in anteprima il documentario Street Art, Sweet Art – diretto da Silvia Orazi e Davide Pernicano – che approfondiva la poetica di molti degli artisti presenti e rappresentava la memoria visiva dell’evento.

 

Le opere in mostra sono state realizzate con colori Maimeri.

 

AFRICA. Raccontare un mondo

a cura di Adelina von Fürstenberg
Video e performance a cura di Ginevra Bria

 

Definire l’Africa, oggi, significa saperla raccontare. In equilibrio tra Occidentalità e Africanismo, tra post-colonialismo e migrazioni, l’arte africana contemporanea pone infatti questioni essenziali, politiche, economiche, religiose e di genere che investono il futuro di uno fra i continenti più complessi del nostro pianeta.
 
Con la mostra AFRICA. Raccontare un mondo il PAC di Milano prosegue la sua esplorazione dei continenti sulla rotta dell’arte, proponendo una selezione di artisti e di narrative che non solo vivono e affondano le loro radici africane nel mondo, ma che abitano anche la sua diaspora. Ripercorrendo le loro diversità, la mostra consentirà di comprendere l’universalità della scena subsahariana dell’Africa contemporanea, svelandone lo spirito immediato e in crescita senza nascondere la violenza e l’altrettanta immediatezza dei mondi che la compongono.
33 artisti di diverse generazioni, che incarnano e rappresentano oggi la molteplicità dei loro contesti sociali di riferimento, sottoporranno al visitatore ricerche visuali e narrative in un percorso espositivo che offre una lettura quadripartita della produzione artistica contemporanea dell’Africa a sud del Sahara: dagli artisti protagonisti del Dopo l’Indipendenza, maestri della loro arte saldati al proprio universo culturale, passando attraverso l’Introspezione Identitaria che contraddistingue invece gli artisti engagé, per arrivare al “bivio” di una Generazione Africa partecipe, attiva e immersa nella contemporaneità, fino alle artiste che indagano la realtà attraverso il Corpo e le Politiche della Distanza.
 
 
artisti in mostra: Georges Adeagbo (Benin); Nathalie Anguezomo Mba Bikoro (Gabon); Malala Andrialavidrazana (Madagascar); Omar Ba (Senegal); Frédéric Bruly Bouabré (Costa d’Avorio); Kudzanai Chiurai (Zimbabwe); Gabrielle Goliath (Sud Africa); Romuald Hazoumé (Benin); Anne Historical (Sud Africa); Pieter Hugo (Sud Africa); Seydou Keïta (Mali); Donna Kukama (Sud Africa); Ato Malinda (Kenya); Abu Bakarr Mansaray (Sierra Leone); Senzeni Marasela (Sud Africa); Zanele Muholi (Sud Africa); J.D. Okhai Ojeikere (Nigeria); Idrissa Ouédraogo (Burkina Faso); Richard Onyango (Kenya); Tracey Rose (Sud Africa); Chéri Samba (Congo); Buhlebezwe Siwani (Sud Africa); Berni Searle (Sud Africa); Yinka Shonibare MBE (Nigeria; Malick Sidibé (Mali); Abdelrahmane Sissako (Maurtania); Barthélémy Toguo (Camerun); Billie Zangewa (Malawi).
 
in mostra anche una selezione di sedute di designer africani: Dokter & Misses (Sud Africa), Alassane Drabo (Burkina Faso), Amadou Fatoumata (Senegal), Gonçalo Mabunda (Mozambico) e Nawaaz Sadulker (Sud Africa)

 

 

una mostra Comune di Milano – Cultura, PAC Padiglione d’Arte Contemporanea, Silvana Editoriale

CUBA. TATUARE LA STORIA

a cura di Diego Sileo e Giacomo Zaza

 

Il PAC di Milano prosegue l’esplorazione dei continenti attraverso l’arte contemporanea, disegnando per il 2016 una linea guida sull’arte cubana, dentro e fuori dall’isola, con 31 artisti di diverse generazioni attivi dalla fine degli anni Settanta in poi.

 

TATUARE LA STORIA significa tracciare un segno sull’identità condivisa di Cuba, metafora dell’incontro di culture confluite in un orizzonte creolo e tropicale, miraggio di un mondo utopico, ma intrinsecamente contraddittorio. Ogni singolo artista al PAC racconterà la tappa di un viaggio verso l’isola, con i suoi splendori e le sue difficoltà, i suoi rumori e furori, le sue istanze culturali, linguistiche e mitiche, le sue diverse manifestazioni ideologiche.

 

Partendo dalla storica radice performativa dell’arte contemporanea cubana, la mostra presenterà una vasta selezione di opere e installazioni – alcune realizzate per il PAC –dei più rappresentativi artisti cubani e dei più promettenti artisti della nuova generazione, una sezione dedicata a Lázaro Saavedra (Premio Nazionale delle Arti Plastiche 2014) e un tributo ai due artisti cubani più influenti, Ana Mendieta e Félix González-Torres. La mostra si estenderà al MUDEC Museo delle Culture di Milano con un’installazione site specific dell’artista Eduardo Ponjuán (Premio Nazionale delle Arti Plastiche 2013).

 

Conclusa l’esposizione a Milano, la mostra sarà allestita dal 7 ottobre al 18 dicembre 2016  presso i Cantieri della Zisa di Palermo (ZAC), confermando la collaborazione – avviata nel 2014 con la mostra di Regina José Galindo – tra le due città e i due spazi espositivi pubblici dedicati al contemporaneo.

 

La mostra è realizzata con il sostegno di TOD’S, sponsor dell’attività espositiva del PAC, con il contributo di Alcantara e con il supporto di Vulcano, media partner Radio Popolare.

 

Il catalogo, pubblicato da Silvana Editoriale, conterrà testi inediti dei curatori e dell’artista e critico d’arte Tonel, oltre a un ricco apparato iconografico.

 

GLI ARTISTI Juan Carlos Alom, Tania Bruguera, Maria Magdalena Campos-Pons, Javier Castro, Celia-Yunior, Colectivo Enema, Susana Pilar Delahante Matienzo, Ángel Delgado, Humberto DÍaz, Carlos Garaicoa, Luis Gárciga, Luis Gómez Armenteros, Antonio Gómez Margolles, Félix González-Torres, Grupo Arte Calle, Ricardo Miguel Hernández, Tony Labat, Reynier Leyva Novo, Ernesto Leal, Los Carpinteros, Meira Marrero & José Toirac, Carlos Martiel, Ana Mendieta, Reinier Nande, Glexis Novoa, Marta MarÍa Pérez Bravo, Eduardo Ponjuán,  Wilfredo Prieto, Grethell Rasúa, René Francisco Rodriguez, Lázaro Saavedra, Tonel.

PUBLIC PROGRAM
proiezioni, incontri con gli artisti, visite guidate e workshop per scoprire Cuba attraverso arte, architettura, cinema, musica e poesia

 

JING SHEN

Nella cultura cinese la pittura ha un ruolo eccezionale. Basti pensare che in Cina scrivere è dipingere. E viceversa. Per artisti, critici, curatori, collezionisti e pubblico, la pittura è ed è sempre stata un dispositivo privilegiato per riflettere e comprendere il mondo e l’arte. È un mezzo che produce ancora riflessioni e risultati di largo e profondo significato. Ha un’influenza tanto pervasiva da affiorare e informare di sé non solo tele o carta, ma anche installazioni, performances, scultura, video e opere digitali.

 

Jing Shen. L’atto della pittura nella Cina contemporanea analizza – attraverso un punto di vista completamente inedito – l’emergere di temi e modi tipici dell’arte classica cinese nel lavoro di venti artisti di tre diverse generazioni. Non una mostra di quadri – o non solo – ma una mostra sul rapporto che la pittura intrattiene con altri linguaggi; sulla sua essenzialità all’interno di un universo culturale.

 

Con una prospettiva curatoriale del tutto originale, la mostra va oltre l’interpretazione che vorrebbe l’arte contemporanea cinese come riflesso della sua controparte – e origine – occidentale. Jing Shen argomenta che l’arte classica cinese contiene già gli ingredienti e i nutrienti di pensieri, attitudini e forme che costituiscono la ricchezza dell’arte cinese contemporanea. Il dialogo con l’occidente e con altri mondi (non dobbiamo dimenticare la nostra marginalità all’interno della geografia culturale cinese), arricchisce questa osmosi tra passato e presente, questa continuità – a volte problematica – ma non la sostituisce.

 

”Jing Shen” vuol dire ”consapevolezza del gesto”, ma anche ”forza interiore”. Si riferisce al momento che nella pittura classica – anche di matrice buddista e taoista – precede l’atto pittorico. È l’apice del lavoro preparatorio che viene prima di affrontare la produzione di un’immagine. Un’idea e una pratica che mettono l’accento sulla ricerca meditata della consapevolezza e sul suo risultato attivo: il gesto, l’atto della pittura.

 

Una pittura ”attiva”, che ha il suo mezzo originale nella liquidità dell’inchiostro e nella calligrafia, le cui tracce affiorano nei modi più diversi nella selezione delle opere e degli artisti in mostra al PAC. Jing Shen vuole anche suggerire quanto l’arte e le avanguardie occidentali del secondo dopoguerra siano state influenzate da questa cultura artistica, dalla pittura a inchiostro e dalla calligrafia, e dalle filosofie a queste sottese. E vuole pensare all’arte nel suo insieme come al risultato di uno scambio e di influenze continue attraverso il tempo e lo spazio, dove i canoni interpretativi non possono che essere erranti, adattabili e temporanei.

 

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gli artisti in mostra: Birdhead, Chen Shaoxiong, Ding Yi, Guo Hongwei, He Xiangyu, Kan Xuan,  Lee Kit, Li Huasheng, Li Shurui, Liao Guohe, Lin Ke, Qiu Zhijie, Su Xiaobai,  Tang Dixin, Wang Gongxin, Wu Chi-Tsung, Xu Zhen, Yan Pei-Ming, Zhang Enli, Zhao Zhao

 

PASSPORTS. IN VIAGGIO CON L’ARTE

In esclusiva per l’Italia al PAC c’è stata un’occasione per celebrare il 75° anniversario di attività del British Council, l’ente britannico per la promozione delle relazioni culturali. In mostra un’accurata selezione di opere d’arte britannica del XX e XXI secolo, a cura di Michael Craig-Martin, dalla collezione d’arte del British Council, acquistate dall’ente nei suoi 75 anni di attività, spesso agli esordi della carriera degli artisti.
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La collezione del British Council è una delle più importanti collezioni d’arte al mondo, che vanta oltre 8.000 opere, un insieme di lavori preziosi, selezionati con cura e lungimiranza dai curatori dell’ente culturale britannico.
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Il titolo PASSPORTS fa riferimento al viaggio compiuto dalle opere a partire dal loro acquisto. Un vero e proprio itinerario nell’arte attraverso i confini internazionali che ha fatto conoscere al pubblico il “passaporto” di ogni opera, costituito dall’insieme dei musei e delle gallerie che l’hanno ospitata nei decenni, nonché il prezzo pagato per ogni lavoro all’inizio del viaggio. La mostra ha costituito dunque un’opportunità unica per ammirare le prime opere dei grandi nomi dell’arte contemporanea inglese.
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La selezione di opere esposte al PAC includeva il capolavoro di Lucian Freud Girl with Roses, 1947-48, un ritratto di Kitty, la prima moglie dell’artista, dal forte portato psicologico. L’opera ha raggiunto più di venticinque paesi in oltre ottanta mostre dopo l’acquisto nel ’48, da parte del British Council, per una somma di 158 sterline.
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Immancabile Anish Kapoor, sicuramente uno degli artisti più significativi nel panorama dell’arte contemporanea internazionale. Nato a Bombay nel 1954, ma vive e lavora a Londra sin dagli anni Settanta. I suoi lavori, in continuo dialogo tra bidimensionalità e tridimensionalità, gli consentono di ottenere ben presto un ruolo di spicco nella New British Sculpture, nome con cui la critica designò la nuova scena della scultura inglese e di cui facevano parte artisti come Tony Cragg, Richard Deacon, Bill Woodrow e Antony Gormley, tutti ovviamente presenti in mostra.
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Non mancava anche il provocatorio, irriverente, e trasgressivo ragazzaccio dell’arte contemporanea Damien Hirst. L’artista inglese che può vantare già una ricchezza da capogiro, ottenuta immergendo la Young British Art in formalina azzurra, ha mostrato attraverso l’opera Apotryptophanae, 1994, un lato della sua arte meno noto ma altrettanto interessante, perché nonostante le tematiche scabrose e ripugnanti delle sue più discusse e celebri opere, Hirst è un artista straordinariamente filosofico e abile, e le sue composizioni sono estremamente eleganti, con una grande attenzione ai materiali e ai valori formali e cromatici. Ci troviamo in presenza di un artista totalmente devoto alla ricerca della verità.
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Tra le altre opere, Girl with Clasped Hands, 1930, di Henry Moore; Cataract 3, 1967, di Bridget Riley e Hill Houses, 1990-1991, di Peter Doig, acquisito dal British Council nel 1991, all’inizio della carriera di Doig, subito dopo il conferimento all’artista del Whitechapel Artists’ Award, nel ’91. La collezione include anche lavori di David Hockney, Gilbert & George, Douglas Gordon, Richard Long, Mona Hatoum, Sarah Lucas, Steve McQueen,Sean Scully.
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“Siamo molto contenti di poter portare in Italia, grazie alla collaborazione con il PAC, alcune perle nascoste della collezione del British Council”, commentò Paul Docherty, Direttore del British Council per l’Italia, che aggiunse: “Sono particolarmente contento, inoltre, del fatto che sia la città di Milano ad ospitare la mostra Passports per la prima volta nella sua interezza, dopo la tappa londinese alla Whitechapel”.
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L’esposizione è stata anche l’occasione per rilanciare anche in Italia il concorso internazionale per aspiranti curatori, “The Fifth Curator” (“Il Quinto Curatore”), promosso dal British Council. Il vincitore del concorso ha avuto l’opportunità di accedere senza limiti alla collezione del British Council e di essere curatore di una nuova mostra tratta dalla Collezione stessa, per aprile del 2010 alla prestigiosa Whitechapel di Londra.
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La mostra è stata realizzata con il sostegno di TOD’S ed accompagnata da un catalogo edito da Silvana Editoriale con testi di Michael Craig-Martin e Andrea Rose, oltre a un ricco apparato di immagini di tutte le opere esposte.
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Come di consueto si è svolto un programma di attività didattiche per i visitatori organizzate da MARTE, con il contributo di Gruppo COOP Lombardia.

Nouveau Réalisme

Milano doveva un omaggio a Pierre Restany (1930-2003), in quanto il grande critico francese aveva trovato nel capoluogo lombardo una sua seconda patria, forse più ospitale della stessa Parigi. Infatti, grazie all’amicizia con Guido Le Noci e alla galleria Apollinaire da lui gestita, tutte le proposte critiche di Restany erano approdate tempestivamente a Milano, inoltre egli aveva ottenuto l’incarico della rubrica dell’arte sulla prestigiosa rivista “Domus”, passando in seguito a dirigere anche un’altra rivista milanese, “D’Ars”. E famosi sono pure i suoi soggiorni con ritmo quindicinale presso l’Hotel Manzoni.

Il modo migliore di onorare Restany è sembrato quello di ricordare la sua maggiore impresa critica, il Nouveau Réalisme appunto, di cui Milano, confermando ancora una volta quasi un diritto di prelazione su quel movimento, aveva festeggiato nel 1970 il primo decennale dalla nascita, con eventi spettacolari di cui ancora si conserva grande memoria. È vero che proprio in quell’occasione i membri del gruppo ne avevano decretato la morte, ma in seguito quasi tutti hanno continuato a lavorare nel medesimo solco, producendo in genere opere più impressionanti per mole e qualità. E dunque si è ritenuto di celebrare il critico e il movimento in una specie di proiezione sul presente, con ottime possibilità competitive anche rispetto a quanto avviene oggi sulla scena mondiale, in un proseguimento della sfida tra Europa e USA di cui appunto il comparire del Nouveau Réalisme era stato la prima avvisaglia.

Dei tredici artisti che avevano composto il gruppo nella sua formazione più completa, qui ne sono stati presentati undici, escludendo Yves Klein, in quanto morto ante 1970, e Martial Raysse perché forse l’unico che ha preso altre vie. Erano presenti invece le magnifiche compressioni di César nate proprio come Suite milanese, assieme a una superba Espansione di proprietà delle collezioni comunali. Di Arman è comparso un completo repertorio, tra accumulazioni, collere, tagli. Daniel Spoerri ha innalzato una selva barbarica di Idoli di Prillwitz, di Jean Tinguely il Museo che Basilea gli ha dedicato ha offerto un’opera colossale e riassuntiva, affiancata da un significativo repertorio delle immagini volutamente kitsch apprestate da Niki de Saint Phalle. I décollagisti, François Dufrêne, Raymond Hains,Mimmo Rotella, Jacques Villeglé, erano presenti al gran completo, ma anche con opzioni che proprio dopo il ’70 sono andate progressivamente diversificandosi e prendendo strade autonome. Di Christo e Jeanne-Claude vi era un’antologia adeguata di quelle loro mappe in cui sono riportate in pianta le maxi-installazioni ambientali. Infine Gérard Deschamps ha dato prova di come si è allargata la sua indagine sugli elementi soffici e di “cattivo gusto” in cui si avvolge la nostra esistenza quotidiana. Molta attenzione è stata data alla rievocazione delle giornate del ‘70, sia mostrando a circuito chiuso l’eccellente documentario girato allora da Mario Carbone, sia allestendo una vasta parete con le mirabili testimonianze fotografiche registrate da Ugo Mulas, mentre un filmato dell’operatore canadese Marc Israël-Le Pelletier ha mostrato Restany all’opera nelle varie sedi della sua industriosa presenza milanese.

Nel catalogo edito da Silvana Editoriale, oltre a un saggio introduttivo del curatore Renato Barilli e due contributi di Marina Pugliese e Diego Sileo, erano presenti anche dieci testimonianze di persone che furono vicine al grande critico in vita, nonché un’antologia di suoi scritti, e immagini a colori delle opere esposte, oltre ai consueti apparati biobibliografici.

La mostra è stata realizzata con il sostegno di TOD’S, e come di consueto si è svolto un programma di attività didattiche per i visitatori organizzate da MARTE snc con il contributo di Gruppo COOP Lombardia.

GLITCH. Interferenze tra arte e cinema

La mostra, a cura di Davide Giannella, è un’ampia panoramica dedicata ad uno dei temi più dibattuti dell’arte contemporena: arte o cinema? Per rispondere abbiamo radunato 50 artisti italiani delle ultime generazioni, con l’obiettivo di esplorare le relazioni di linguaggio e contesto tra due questi due diversi mondi.

 

Il passaggio al digitale, la condivisione su vasta scala di immagini drammatiche come quelle dell’ 11 Settembre e la nascita di youtube.com hanno contribuito negli ultimi quindici anni ad allargare quell’area di confine in continua evoluzione chiamata Art Cinema. Per esplorare questo universo la mostra parte dall’idea di storytelling, di rifrazione tra narrativa lineare e non lineare, tra verità e finzione, ma anche l’idea di ricerca attorno all’atto di guardare e di montare storie: elementi fondanti del cinema e trame dell’arte recente, ma soprattutto strumenti nella creazione di miti e immaginari attraverso differenti linguaggi.

 

Il titolo prende a prestito un termine del linguaggio dell’elettronica: il glitch è una distorsione, un’interferenza non prevista all’interno di una riproduzione audio o video, un’onda breve e improvvisa che dura un istante e poi si stabilizza. Un momento inatteso che può diventare rivelatore, come le opere di questa mostra, tracce in un territorio i cui confini sono in costante definizione, sfumati tra diversi sistemi critici di produzione, distribuzione e fruizione.

 

GLITCH si sviluppa su tre livelli principali che si muovono intorno all’idea di opera filmica.

 

Il primo livello, quello cinematografico, trasforma il PAC in un multisala: 64 film d’artista sono stati suddivisi in due programmi, che verranno proiettati a giorni alterni all’interno di tre mini-cinema realizzati ad hoc per la mostra. Le opere, raccolte in serie e per temi, avranno soprattutto carattere narrativo: produzioni di artisti che lavorano nella cornice dell’arte contemporanea o meta-film, appartenenti all’ampia categoria del cinema sperimentale.

 

Il secondo, quello delle installazioni, contiene opere che instaurano relazioni con il linguaggio e l’immaginario cinematografico e funzionano come declinazioni, traduzioni o presupposti dei lavori filmici.

 

Il terzo,  di approfondimento, proporrà performance come dispositivi dal vivo di immagini in movimento che creano relazioni con elementi specifici del cinema, insieme a proiezioni monografiche dedicate a singoli autori.

 

Per garantire al pubblico la visione di tutte le opere video sarà possibile acquistare, in alternativa ai ticket di ingresso giornalieri, un abbonamento alla mostra che consente un accesso illimitato alle proiezioni e agli eventi collaterali.

 

GLI ARTISTI

 

Alterazioni Video, Yuri Ancarani, Meris Angioletti, Rosa Barba, Barbara & Ale, Marco Belfiore, Elisabetta Benassi, Riccardo Benassi, Francesco Bertocco, Rossella Biscotti, Federico Chiari, Danilo Correale, Giorgio Cugno, Alberto De Michele, Gianluca e Massimiliano De Serio, Rä Di Martino, Patrizio Di Massimo, Irene Dionisio, Alessandro Di Pietro, Ettore Favini e Antonio Rovaldi, Francesco Fei, Anna Franceschini, Stefania Galegati, Paolo Gioli, Piero Golia, Alice Guareschi, Adelita Husni-Bey, Invernomuto, Armin Linke, Beatrice Marchi, Diego Marcon, Eva Marisaldi, Amedeo Martegani, Margherita Morgantin, Valerio Rocco Orlando, Adrian Paci, Roberto Paci Dalò, Diego Perrone, Marinella Senatore, Gabriele Silli, Carola Spadoni, Giacomo Sponzilli, Giulio Squillacciotti, Gianluigi Toccafondo, Luca Trevisani, Carlo Gabriele Tribbioli, Francesco Vezzoli, Virgilio Villoresi, Zapruder, Zimmerfrei.

 

Leggi il PROGRAMMA DELLE PROIEZIONI

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Promossa e prodotta dal Comune di Milano – Cultura, PAC e Civita, GLITCH inaugura in occasione della 10a Giornata del Contemporaneo indetta per sabato 11 ottobre 2014 da AMACI Associazione dei Musei d’Arte Contemporanea Italiani, di cui il Padiglione milanese è socio fondatore. Come da tradizione il PAC aprirà gratuitamente al pubblico dalle 18.00 alle 24.00.

 

La mostra è realizzata con il sostegno di TOD’S, sponsor dell’attività espositiva annuale del PAC, e con il supporto di Vulcano.

 

L’allestimento dei mini cinema è realizzato con materiale Alcantara prodotto in due speciali versioni.
 

IL DELITTO QUASI PERFETTO

Come ogni giallo che si rispetti, la storia dell’arte è costellata da enigmi, miti e indovinelli in attesa di essere svelati. Risolvere questi puzzles intellettuali è un piacere comune e una tentazione culturale al cui fascino pochi possono dire di essere davvero immuni.

 

Crimine come arte o arte come crimine?

 

Il primo a porsi la questione fu Thomas De Quincey nel suo saggio “On Murder Considered As One Of The Fine Arts” (1827). Nel Novecento la fotografia, la criminologia e il sensazionalismo dei tabloid confermarono le sue teorie e resero popolare il genere del giallo. Ma è con l’avvento del cinema che nacque il mezzo perfetto per catturare il fascino discutibile della violenza e trasformarlo in immagini piacevoli. Così, seguendo l’ironico invito di De Quincy ad analizzare il delitto da un punto di vista estetico, la mostra invoca gli spiriti dell’arte visiva, dell’architettura, del cinema, della criminologia e del moderno genere giallo, trasformando il PAC in una scena del crimine “quasi” perfetta.

 

Hackers, manager-zombie, giochi di ombre, macchine della tortura e del desiderio, ghigliottine, libri da rubare, macchine della verità,  impronte digitali da seguire nelle sale con l’ossessiva curiosità del detective: attraverso video, installazioni, dipinti, disegni e oggetti sorprendenti la mostra contagia ogni spazio del PAC e rivela i suoi indizi attraverso opere provocatorie o dissacranti, riflessive o ironiche, come un viaggio per capitoli all’interno di un labirintico giallo.

 

Promossa dal Comune di Milano – Cultura e prodotta a Milano dal PAC e da CIVITA, la mostra è curata da Cristina Ricupero e arriva in una nuova versione dopo la prima tappa al Witte de With Center for Contemporary Art di Rotterdam, arricchita di nuove opere di artisti italiani tra cui anche Maurizio Cattelan.

 

La mostra è realizzata con il sostegno di TOD’S, sponsor dell’attività espositiva annuale del PAC, e con il supporto di Vulcano.

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GLI ARTISTI: Saâdane Afif, Kader Attia, Dan Attoe, Dirk Bell, Bik Van der Pol, Jean-Luc Blanc, Tommaso Bonaventura, Monica Bonvicini, Ulla von Brandenburg, Aslı Çavuşoğlu, Maurizio Cattelan, François Curlet, Brice Dellsperger, Jason Dodge, Claire Fontaine, Gardar Eide Einarsson, Matias Faldbakken, Keith Farquhar, Dora Garcia, Douglas Gordon, Eva Grubinger, Richard Hawkins, Karl Holmqvist, Pierre Huyghe, Alessandro Imbriaco, Onkar Kular, Gabriel Lester, Erik van Lieshout, Jonas Lund, Jill Magid, Teresa Margolles, Fabian Marti, Dawn Mellor, Mario Milizia, Raymond Pettibon, Emilie Pitoiset, Julien Prévieux, Lili Reynaud-Dewar, Aïda Ruilova, Allen Ruppersberg, Markus Schinwald, Fabio Severo, Jim Shaw, Noam Toran, Luca Vitone e Herwig Weiser.
 

RISE AND FALL OF APARTHEID

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Curata da Okwui Enwezor, in passato adjunct curator all’ICP e oggi direttore della Haus der Kunst di Monaco dove la mostra è approdata nella primavera 2013 dopo il grande successo americano, l’esposizione è poi arrivata in Italia nell’estate 2013.
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Pietra miliare nel suo genere e frutto di oltre sei anni di ricerche, il progetto ha raccolto il lavoro di quasi 70 fotografi, artisti e registi, dimostrando il potere dell’immagine – dal saggio fotografico al reportage, dall’analisi sociale al fotogiornalismo e all’arte – di registrare e analizzare l’eredità dell’apartheid e i suoi effetti sulla vita quotidiana in Sud Africa.
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Complessa, intensa, evocativa e drammatica, la mostra ha analizzato oltre 60 anni di produzione illustrata e fotografica ormai parte della memoria storica e della moderna identità sudafricana. Fotografie, opere d’arte, film, video, documenti, poster e periodici: un ricco mosaico di materiali, molti dei quali raramente esposti insieme, documenta uno dei periodi storici più importanti del ventesimo secolo, le sue conseguenze tuttora durature sulla società sudafricana e l’importanza del ruolo di Nelson Mandela.
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L’Apartheid, parola olandese composta da “separato” (apart) e “quartiere” (heid), è stata la piattaforma politica del nazionalismo afrikaner prima e dopo la seconda guerra mondiale. Un sistema creato appositamente per promuovere la segregazione razziale e mantenere il potere nelle mani dei bianchi. Nel 1948, dopo la vittoria a sorpresa dell’Afrikaner National Party, l’apartheid è stata introdotta come politica ufficiale dello stato e si è imposta attraverso un’ampia serie di programmi legislativi. Col tempo il sistema dell’apartheid è diventato sempre più spietato e violento nei confronti degli africani e delle altre comunità non bianche. Non ha solo trasformato il moderno significato politico di cittadinanza, ma ha anche inventato una società completamente nuova sia a livello pratico che a livello giuridico: una riorganizzazione delle strutture civili, economiche e politiche che ha coinvolto anche gli aspetti più mondani dell’esistenza, dalla casa al tempo libero, dai trasporti all’istruzione, dal turismo alla religione e ai commerci. L’apartheid ha trasformato le istituzioni mantenendole in vita con l’unico scopo di negare e privare dei propri diritti civili di base africani, meticci e asiatici.
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È in questo contesto che nasce la fotografia del Sud Africa così come la conosciamo oggi. La mostra è partita dall’idea che la salita al potere del Partito Nazionale Afrikaner e la conseguente introduzione dell’apartheid come suo fondamento legale abbiano modificato la percezione del paese da una realtà puramente coloniale, basata sulla segregazione razziale, a una realtà vivacemente dibattuta, basata su ideali di uguaglianza, democrazia e diritti civili. La fotografia ha colto quasi immediatamente questo cambiamento e ha trasformato il proprio linguaggio da mezzo puramente antropologico a strumento sociale. Questa è la ragione per cui nessuno ha saputo cogliere la situazione del Sud Africa e della lotta all’apartheid meglio, in modo più critico e incisivo, con una profonda complessità illustrativa e una penetrante introspezione psicologica, di quanto abbiano fatto i fotografi sudafricani. Lo scopo della mostra è stato quello di far conoscere i protagonisti di questo straordinario cambiamento.
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Oltre al lavoro dei membri del Drum Magazine negli anni ’50, dell’Afrapix Collective degli anni ’80 e ai reportage del cosiddetto Bang Bang Club, sono state esposte anche eccezionali opere di fotografi sudafricani all’avanguardia quali Leon Levson, Eli Weinberg, David Goldblatt, Peter Magubane, Alf Khumalo, Jurgen Schadeberg, Sam Nzima, Ernest Cole, George Hallet, Omar Badsha, Gideon Mendel, Paul Weinberg, Kevin Carter, Joao Silva e Greg Marinovich. In mostra anche le opere di una nuova generazione di fotografi sudafricani, tra cui Sabelo Mlangeni e Thabiso Sekgale, che esplorano le conseguenze che ancora oggi l’apartheid produce nel paese.
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Insieme a loro anche artisti contemporanei quali Adrian Piper, Sue Williamson, Jo Ractliffe, Jane Alexander, Santu Mofokeng, Guy Tillim, Hans Haacke e un video che raccoglie 10 animazioni di William Kentridge per un totale di quasi un’ora di proiezione.
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La mostra è stata accompagnata dalla versione originale del catalogo in inglese, curato da Okwui Enwezor e Rory Bester (co-curatore dell’edizione newyorchese dell’esposizione) con saggi degli stessi Enwezor e Bester nonché di altri illustri studiosi della materia, tra cui Darren Newbury, Achille Mbembe, Patricia Hayes, Collin Richards, Khwezi Gule e Michael Godby.
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La mostra al PAC, promossa e prodotta da Comune di Milano – Cultura , PAC e CIVITA, è stata realizzata con il sostegno di TOD’S sponsor dell’attività espositiva annuale del Padiglione milanese.
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RISE AND FALL OF APARTHEID: Photography and the Bureaucracy of Everyday Life è stata realizzata grazie al contributo di Mark McCain e Caro Macdonald/Eye and I, della Andy Warhol Foundation for the Visual Arts, del National Endowment for the Arts, della Joseph and Joan Cullman Foundation for the Arts, di Deborah Jerome e Peter Guggenheimer, del New York City Department Cultural insieme con il City Council e della Robert Mapplethorpe Foundation in onore di 30 anni di servizio dedicato al ICP da Willis E. Hartshorn.
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OKWUI ENWEZOR | Direttore della Haus der Kunst di Monaco. In precedenza è stato Curatore aggiunto all’ICP e Dean of Academic Affairs (Decano degli Affari Accademici) e Senior Vice Presidente all’Art Institute di San Francisco. Più recentemente è stato il direttore artistico de La triennale 2012 al Palais de Tokio di Parigi ed è stato, solo per citare alcune delle tante altre mostre interazionali, Direttore Artistico della Seconda Biennale di Johannesburg (1997), di Documenta 11 (2002), della Settima Biennale di Gwangju (2008). Enwezor è stato altresì Visiting Professor presso il Kirk Varnedoe Institute of Fine Arts, della New York University. E’ anche l’editore e il fondatore di Nka: Journal of Contemporary African Art (Giornale dell’Arte Africana Contemporanea).

OFF BROADWAY

L’estate 2006 del Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano propone Off Broadway, una collettiva di fotografia che si inserisce nel progetto Estate Fotografia, presente con due mostre anche a Palazzo Reale.
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Off Broadway è una parte di New York, tradizionalmente quella dove è nato e si è imposto il teatro alternativo. Nelle sue cantine, nei decenni passati, è nato un nuovo modo, diverso e più anticonvenzionale, di descrivere la realtà.
Off Broadway è anche il posto dove si sono ritrovano sei giovani fotografi di Magnum – Christopher Anderson, Antoine D’Agata, Thomas Dworzak, Alex Majoli, Paolo Pellegrin, Ilkka Uimonen – impegnati ognuno a raccontare in un modo diverso la loro realtà.
Off Broadway è un punto di osservazione privilegiato, ma non scontato; un modo laterale di guardare con un approccio diverso i conflitti, il paesaggio urbano, le calamità naturali.
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Off Broadway, infine, è stato il primo spazio dove i sei fotografi hanno deciso di raccogliere le loro forze, di mischiare insieme i loro sguardi e di organizzare per la prima volta una mostra che rispecchiasse questa nuova visione fotografica. Una mostra diversa nell’impostazione e nel contenuto, per vedere insieme sequenze di foto, reportage di guerra (Iraq, Palestina, Afghanistan, Cecenia, Etiopia e Kosovo) accanto ad altri brandelli e frammenti d’immagini raccolti in giro per il mondo.
Circa 300 foto e 6 grandi videoproiezioni, accompagnate da un commento musicale realizzato per l’occasione dal musicista Fabio Barovero, si sono rincorsi, si sono parlati da uno schermo all’altro e raccontati, se non proprio un “mondo nuovo”, un nuovo modo di guardare questo mondo e di esserci dentro.
Il mondo di Off Broadway.
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La mostra, concepita dai sei autori, è stata presentata per la prima volta a New York, nella 60 Mercer Gallery, durante la scorsa edizione dei Rencontres Internationales de la Photographie di Arles, e a Berlino, alla Leica and Rheinland-pfalz. Non è mai stata presentata in Italia. Qui hanno presentato delle immagini inedite, grazie al supporto della stampa digitale HP e al sostegno di Alcatel, con cui Contrasto ha collaborato in altre occasioni, nell’ambito del progetto Alcatel per la cultura.
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Le iniziative come le visite guidate sono state realizzate con il sostegno del Gruppo COOP Lombardia. Si è tenuta inoltre la decima rassegna di PAC in Concerto, con un programma di concerti di musica contemporanea legati ai contenuti della mostra, e alcune conferenze sul tema.
La mostra è stata realizzata con il sostegno di Alcatel e Hewlett Packard.
Catalogo a cura di Contrasto.
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LESS. STRATEGIE ALTERNATIVE DELL’ABITARE

La mostra LESS – Strategie alternative dell’abitare, curata da Gabi Scardi, ha documentato il grande spazio che la questione dell’abitare ha avuto nell’ambito della ricerca degli ultimi decenni degli anni ‘90 e gli approcci diversi adottati da alcuni artisti internazionalmente noti. Da tempo, muovendosi tra micro-architettura e macro-design, essi indagano questo tema cercando di prefigurare, attraverso la progettazione di nuove modalità del vivere, un diverso, più sostenibile assetto del mondo.
Trasformandosi in costruttore e prefigurando simbolicamente il mondo (che è oggi), l’artista esprime infatti anzitutto la necessità di strategie e di scommesse progettuali per uno sviluppo collettivo.
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Lo spazio abitativo è da un lato esigenza elementare, dall’altro catalizzatore di bisogni e di desideri. Per questo i temi della casa e dell’abitare attraversano ampiamente la ricerca artistica contemporanea e costituiscono campi di riflessione privilegiati per molti artisti che ambiscono ad affrontare criticamente la complessità della nostra società sin nelle sue istanze più cruciali ed urgenti.
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Questi temi consentono loro di esprimere le profonde contraddizioni e le aspirazioni fondamentali del presente, l’attuale tensione tra senso di appartenenza e senso di estraneità, tra necessità di riappropriazione e necessità di salvaguardare le differenze.
Numerosi artisti hanno dato così forma a modelli abitativi in cui senso e funzione non risultano separati. Si tratta di situazioni di carattere provvisorio o permanente, privato o pubblico. In molti casi si tratta di spazi flessibili, polifunzionali, ad assetto variabile, adatti a situazioni di mobilità, eventualmente di crisi o di emergenza.
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Sono state esposte installazioni di Vito Acconci, Keren Amiran, Siah Armajani, Atelier Van Lieshout, Mircea Cantor, Jimmie Durham, Carlos Garaicoa, N55, Lucy Orta, Maria Papadimitriou, MarjeticaPotrè, Michael Rakowitz, Luca Vitone, Dré Wapenaar, Krzysztof Wodiczko, Silvio Wolf, Wurmkos, Andrea Zittel.
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Le attività didattiche e le visite guidate sono state realizzate con il sostegno del Gruppo COOP Lombardia, seguite da concerti di musica contemporanea a tema, conferenze, performance e film. In occasione del Salone del Mobile di Milano (5-10 aprile 2006), l’iniziativa ha fatto parte degli eventi Fuori Salone della guida pubblicata da INTERNI.
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Il catalogo è stato pubblicato dalla casa editrice 5 Continents Editions.
La mostra è stata realizzata con il sostegno di TOD’S.

ARTE RELIGIONE POLITICA. INCONTRI RAVVICINATI DAI CINQUE CONTINENTI

Estate 2005: il Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano ha proposto una mostra dedicata ad Arte religione politica, curata da Jean-Hubert Martin.
Le tre principali espressioni delle culture e delle civiltà umane sono state rappresentate in un’unica esposizione, che ha visto la partecipazione di numerosi artisti provenienti da tutti e cinque i continenti. Un’introduzione sulle radici storicamente cristiane dell’arte occidentale, concentrata nella prima sala, è stata affidata alle opere di sei grandi protagonisti della scena contemporanea: Joseph Beuys, Dan Flavin, Lucio Fontana, Yves Klein, Hermann Nitsch e Antoni Tàpies.
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Nelle sale successive sono stati esposti i lavori di interessanti e soprattutto eterogenei artisti di culture lontane dalla nostra, non solo geograficamente, ma anche ideologicamente. Ogni cultura contiene un miscuglio di intuizioni profonde, di sapere accumulato da millenni, di saggezza popolare, di valori etici e di credenze spirituali. Il duo francese Art Orienté objet (Benoît Mangin e Marion Laval-Jeantet) votato alla denuncia del cinismo umano; il cubano José Bedia, creatore di un antropomorfismo afro-cubano; l’ivoriano Frederic Bruly Bouabré impegnato a svelare l’Africa oltre ogni confine; il brasiliano Mestre Didi, leader spirituale della comunità Nagô; la dominicana Charo Oquet, studiosa di cosmogonie animiste; il giapponese Kazuo Shiraga, monaco buddista del gruppo Gutai; il beninese Cyprien Tokoudagba coinvolto nell’adattamento su tela di primitivi murales; quattro esponenti dell’ancestrale arte aborigena australiana – Anatjari Tjakamarra, Old Walter Tjampitjinpa, Ronnie Tjampitjinpa, Mick Namarari Tjapaltjarri – e, sempre dal deserto australiano, i Warlukurlangu, associazione di artisti dello Yuendumu. L’arte si arricchisce per integrazioni e contatti tra realtà diverse, a testimonianza dell’ormai superata convinzione di un orientamento “occidentale-centrista” della cultura umana.
Tutti gli artisti hanno portato al PAC una selezione di loro lavori, alcuni dei quali molto spettacolari, che rimandano al problematico rapporto tra arte, religione e politica, vissuto da questi nuovi protagonisti dell’arte contemporanea in modi diversi. José Bedia e Charo Oquet hanno allestito per l’occasione anche due installazioni site specific.
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Un’esposizione impegnativa e ambiziosa, che si propose due obiettivi principali. Da un lato si è consolidata la tendenza del PAC a proporre al grande pubblico nuovi artisti, alcuni dei quali mai visti prima in Italia; dall’altro si è cercato di capire meglio come la Religione, plurisecolare e incontrastato spirito guida degli esseri umani, e la Politica, attuale dominatrice di popoli, si stanno contendendo, in questi ultimi anni, il fertile terreno dell’Arte.
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Il catalogo è stato realizzato dalla casa editrice 5 Continents Editions.
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La mostra è stata realizzata con il sostegno di TOD’S. La mostra è stata accompagnata da iniziative realizzate con il sostegno del Gruppo COOP Lombardia. Si sono tenute inoltre conferenze sul tema, e la settima rassegna di PACinConcerto, con un programma di cinque concerti di musica contemporanea legati ai contenuti della mostra.
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APERTO PER LAVORI IN CORSO

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Il PAC ha offerto i propri spazi a un gruppo di artisti italiani delle ultime generazioni perché in essi vi sperimentino la realizzazione di un’opera e agisce da committente per lavori che entreranno nelle collezioni pubbliche della città.
Come disse Francesca Pasini, curatrice del progetto insieme a Lucia Matino, “è una rara occasione per trasferire, quasi in tempo reale, la suggestione visiva che avviene quando si discute di un lavoro che c’è o di uno che si vorrebbe fare. Invece di aspettare l’opportunità di un tema in cui inserire queste proposte, ho scelto, al contrario, di farmi guidare dagli artisti. Aperto per lavori in corso vuole rappresentare la velocità mentale dell’arte e il sogno, non sempre esaudibile, di realizzare subito un’idea, prima che sfiorisca o venga superata da un’altra. Per fare questo era necessaria un’urgenza reale e un’esposizione breve, altrimenti si sarebbe rientrati nella “normale” progettazione di una mostra. Ma questo è anche un modo efficace per dare visibilità agli artisti italiani delle ultime generazioni, sperando che ciò possa contribuire alla loro conoscenza in Italia e all’estero”.
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Alcuni artisti hanno usato il PAC come oggetto o luogo del loro lavoro: Elisabetta Di Maggio ha intagliato l’intonaco del muro dell’arco di ingresso creando un grande merletto “a parete” che è diventato un’opera permanente, mentre Marcella Vanzo lo ha usato come set per il casting e la realizzazione di un video. Marcello Maloberti ha messo a punto un’installazione specifica nel cortile del PAC; Dacia Manto ha disegnato sul pavimento con perle opalescenti una speciale mappa della volta celeste. Sarah Ciracì ha creato un apparato di speciali sedute per assistere alla sua video proiezione, “2012”, presentata in Giappone lo scorso anno. Maurizio Vetrugno ha rielaborato per lo spazio del PAC un’opera di tappezzeria ricamata e quadri. Cesare Viel ha presentato una nuova versione della sua performance su Virginia Woolf. Ottonella Mocellin e Nicola Pellegrini hanno proposto la loro performance “Il gioco della verità” in una nuova veste. Chiara Camoni ha presentato per la prima volta il video “Mefite”, in una versione specifica, dalla quale potrebbero nascere altre modalità di proiezione. Marzia Migliora e Elisa Sighicelli hanno adattato la loro video animazione in 3D, “Pitfall”, realizzata lo scorso anno a Parigi, e ancora, la stessa Migliora ha presentato degli appunti personali in formato video. Marta Dell’Angelo ha portato al PAC un suo recente lavoro. Alice Guareschi ha proiettato il suo “Racconto d’inverno # 3”, inedito in Italia. Margherita Morgantin ha usato una parete del PAC per mostrare una fase del suo lavoro composto da disegni, immagini, foto e video. Virginie Barré, nel rapporto di scambio tra il PAC e la Biennale d’Art Contemporain di Lione, ha portato a Milano una sua installazione. Nell’arco della giornata del 15 ottobre alcuni degli artisti hanno eseguito delle performance: Marcella Vanzo, Cesare Viel, Ottonella Mocellin e Nicola Pellegrini.
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Hanno collaborato alla realizzazione della mostra: Biennale di Lione, MiArt 2006 – Fiera Internazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Sotheby’s e RaiSat Ragazzi, Edizioni Olivares Art shorts & Video, Centro di Documentazione Careof & Viafarini. Con il sostegno di TOD’S.
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SPAZI ATTI / FITTING SPACES

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Il programma espositivo del Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano nell’autunno 2004 ha proseguito con una mostra collettiva dal titolo SPAZI ATTI / FITTING SPACES: 7 artisti italiani alle prese con la trasformazione dei luoghi.
La mostra è stata curata da Jean-Hubert Martin e Roberto Pinto e proponeva opere di Mario Airò – Massimo Bartolini – Loris Cecchini – Alberto Garutti – Marzia Migliora (con la collaborazione di Riccardo Mazza) – Luca Pancrazzi – Patrick Tuttofuoco, sette artisti che, in questi ultimi anni, hanno lavorato intorno al concetto di spazio sensibile, da fruire mediante i sensi, da vivere e abitare. Nell’esposizione si tiene conto di differenti approcci a questo aspetto della ricerca e vengono realizzate installazioni ad hoc che riflettono il modo di costruire la percezione dello spazio e dei luoghi ed interagiscono con la struttura espositiva. Il PAC ha visto pertanto alternarsi spazi reali, risultato di vere e proprie costruzioni ideate dagli artisti trasformando gli ambienti preesistenti, a spazi virtuali creati con luci suoni e odori.
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Esiste ormai una lunga tradizione artistica che, mettendo da parte la rappresentazione della realtà, impegna direttamente l’artista nella trasformazione della spazio che lo circonda. Tutte le esperienze di contaminazione tra arte e architettura, presenti quasi in ogni epoca storica, hanno concorso a formare questa tradizione. Ma se ci si sofferma soltanto in ambito contemporaneo si possono trovare radici molto precise nel lavoro di Lucio Fontana che con forme e luci trasforma gli spazi di gallerie e musei dando vita ai suoi ambienti spaziali.
Se poi si ragiona su Milano, non si può non rilevare come questa città abbia costruito gran parte della sua riconoscibilità internazionale su un’idea precisa di ‘immagine’ dovuta alla combinazione di sapienza artigianale/industriale e di raffinata capacità estetica. Questa combinazione si declina in diversi ambiti, dalla moda al design (e per certi aspetti anche nella pubblicità e nell’editoria) partendo dalla relazione che l’uomo ha con il proprio ambiente spaziale, per riprendere le parole di Lucio Fontana, relazione che si esplicita costruendo quella pellicola che ci protegge e ci rappresenta e che consiste negli abiti che indossiamo, in tutti quegli oggetti e forme con cui riempiamo i luoghi dove viviamo e che ci rendono più confortevole, piacevole e culturalmente ricca la vita.
Anche dal punto di vista architettonico questa città ha un’apparenza di grande uniformità: pur esistendo architetture di differenti tipologie o stili ed epoche storiche distanti tra loro, c’è un certo senso dell’ordine e una tonalità di fondo che amalgamano il paesaggio intorno a noi. Si può inoltre notare la tendenza a rendere più accogliente l’interno, la corte, piuttosto che l’esterno.
Alcuni tra i più interessanti artisti italiani, soprattutto quelli che gravitano intorno alla città lombarda, hanno approfondito e sviluppato la ricerca su questi concetti di spazio sensibile e la mostra allestita al PAC intendeva testimoniarne il lavoro.
C’è stata, inoltre, una sezione dedicata ad alcuni progetti degli stessi artisti presenti in mostra, sempre sul tema della trasformazione dello spazio. Un video a cura di Mario Gorni ha documentato il backstage della mostra con interviste agli artisti.
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L’esposizione è stata accompagnata da un catalogo con testi in italiano e inglese, contenente un’introduzione del curatore, un testo di Jean-Hubert Martin e i saggi di sette diversi autori: Lorenzo Bruni (per Mario Airò); William S. Wilson (per Massimo Bartolini); Gianfranco Maraniello (per Loris Cecchini); Carlos Basualdo (per Alberto Garutti); Emanuela De Cecco (per Marzia Migliora); Elio Grazioli (per Luca Pancrazzi ); Gyonata Bonvicini (per Patrick Tuttofuoco).
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In occasione della mostra la Sezione Didattica del PAC ha organizzato OcchiOrecchiOlfatto, iniziative realizzate con il sostegno del Gruppo COOP Lombardia. In aggiunta la rassegna PACinConcerto con 4 appuntamenti fra arte e musica contemporanea, e l’iniziativa Domenica out, 7.
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La mostra è realizzata con il sostegno di TOD’S e Motorola. Media sponsor: Metro Pubblicità.
Comunicato dell’Assessore alla Cultura e Musei, Salvatore Carrubba.
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Richard Long – Jivya S. Mashe

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Dopo la multimedialità di Laurie Anderson, l’attività espositiva del 2004 del PAC di Milano proseguì con la mostra Richard Long – Jivya Soma Mashe. Un incontro in India, quarto appuntamento della programmazione artistica curata per il PAC da Jean-Hubert Martin. Il progetto, nato da un incontro in India fra il celebre esponente della land art Richard Long e il maestro dell’arte tradizionale della tribù warli, Jivya Soma Mashe, è stato curato dallo scrittore e critico d’arte Hervé Perdriolle, vissuto in India per molti anni, e ha ribadito l’interesse di Jean-Hubert Martin per l’arte non occidentale e per il dialogo interculturale.
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Richard Long, nel febbraio del 2003, ha soggiornato nello stato di Maharashtra, ha visitato diversi villaggi e conosciuto Jivya Soma Mashe e la gente della tribù warli. Durante questo soggiorno, ha realizzato sul territorio indiano diversi interventi documentati in una serie di fotografie esposte nella mostra. I due artisti, altamente apprezzati nelle rispettive culture, non hanno però potuto comunicare con le parole, in quanto Mashe parla solo la lingua warli, e lo hanno fatto soprattutto attraverso la loro arte.
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Il dialogo artistico instauratosi fra le opere create in India da Richard Long – che ha utilizzato materiali naturali quali riso, cenere, acqua, spezie o disegnato con la terra forme archetipiche – e i dipinti narrativi di Mashe eseguiti con sterco di mucca e acrilici, continua nella mostra allestita nelle sale del PAC. Nonostante le loro differenze, le opere dei due artisti rivelano al visitatore un linguaggio formale affine. Per esempio, cerchi e spirali ricorrono costantemente sia nei dipinti di Mashe che nelle installazioni di Long.
Mashe e Long sono inoltre accomunati da un senso di rispetto e da una sensibilità estremi nei confronti della Terra, del paesaggio e della natura. E c’è un altro elemento che questi due artisti appartenenti a culture così diverse condividono: usando i mezzi dell’arte, essi gettano un ponte fra il tempo e lo spazio, fra il passato e il presente.
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A partire dai primi anni settanta, quando il governo indiano ha iniziato a interessarsi maggiormente all’arte tradizionale delle varie comunità tribali, l’arte warli e con essa lo straordinario talento di Jivya Soma Mashe sono andati acquistando una crescente visibilità, per quanto Mashe sia ancora poco conosciuto in Occidente.
La tribù warli vive a circa 150 chilometri da Mumbai (ex Bombay) e ancora oggi parla una lingua di cui non esiste forma scritta. È famosa per le sue pitture murali, raffiguranti sia spiriti soprannaturali che scene di vita quotidiana. Sono dipinti eseguiti interamente in bianco, applicando una miscela di pasta di riso, acqua e gommoresina, che funge da legante, sulle pareti color terracotta delle capanne, anch’esse costruite con i materiali più semplici: rami, argilla e sterco di mucca. Un bastoncino di bambù viene usato come “pennello” per tracciare i motivi, basati soprattutto sulle figure del cerchio, del triangolo o del quadrato. Di regola questi dipinti vengono eseguiti esclusivamente in occasioni cerimoniali: la celebrazione di un matrimonio, la festa del raccolto… Jivya Soma Mashe è stato il primo a uscire dai confini di questa pratica rituale, non solo dipingendo ogni giorno, ma tracciando i suoi motivi anche su tela.
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La mostra ha presentato, di Jivya Soma Mashe, una serie di opere su carta e dipinti su tela, datati fra il 1997 e il 2003, realizzati con pittura acrilica bianca e sterco. Di Richard Long sono esposti lavori di ampie dimensioni, realizzati con fango e pittura acrilica su pannelli di legno, datati 2003, e una serie di opere fotografiche legate al lavoro realizzato dall’artista durante il soggiorno in India. Long, inoltre, esegue per lo spazio milanese alcune opere ad hoc. Accanto alle opere citate viene proiettato il film/documentario “Stones and Flies. Richard Long in the Sahara” girato nel 1988 dal regista Philippe Haas.
L’esposizione è stata accompagnata da un catalogo riccamente illustrato, con testi in italiano e francese, edito da Edizioni Gabriele Mazzotta.
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In occasione della mostra la Sezione Didattica del PAC ha organizzato iniziative realizzate con il sostegno del Gruppo COOP Lombardia. Si è tenuta inoltre la terza edizione della rassegna PACinConcerto, imperniata sulla musica indiana e sul suo rapporto con la musica occidentale, e Appuntamenti contemporanei, un ciclo di conferenze sull’arte contemporanea con particolare riferimento alla land art.
La mostra è stata prodotta in collaborazione con il Museum Kunst Palast di Düsseldorf e realizzata con il sostegno di TOD’S e la collaborazione di British Council.
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UTOPIE QUOTIDIANE

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Utopie Quotidiane. L’uomo e i suoi sogni nell’arte dal 1960 ad oggi, a cura di Vittorio Fagone e Angela Madesani.
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Le opere esposte, circa 100, realizzate da 52 artisti italiani e stranieri, sono testimonianza ed espressione della vita dell’uomo, della sua storia individuale e sociale. La mostra si snoda attraverso un percorso che vede accostati lavori realizzati con le tecniche più svariate, dalla pittura alla scultura, dal video al film d’artista, dalla fotografia all’arazzo. Il fil-rouge che lega gli autori non è una corrente di appartenenza, né una scelta stilistica o una particolare epoca. I lavori, realizzati tra gli anni Sessanta al 2000, testimoniano piuttosto, attraverso percorsi diversi ma talvolta affini, l’aspirazione umana al mito e all’utopia. A partire dalla propria esperienza quotidiana, dalle contraddizioni e dai problemi del proprio universo personale, gli artisti elaborano modelli ideali, appunto utopie quotidiane, che travalicano la quotidianità della loro esperienza e si riflettono sul più ampio mondo esterno. Un’inversione di tendenza si nota, tuttavia, negli anni Novanta e particolarmente in Europa: pur muovendo dalle stesse motivazioni di riflessione e talvolta di disagio, il lavoro degli artisti ritorna il più delle volte ad una dimensione intima. Al centro rimane, comunque, un tema di grande interesse: l’uomo e la sua visione del mondo.
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Molti sono gli esponenti di spicco della scena internazionale: l’iraniana Shirin Neshat, segnata dalla sua esperienza di donna esiliata da un paese dominato da una dittatura teocratica, apre uno squarcio sulla condizione femminile; Sophie Calle, Thomas Demand, Beat Streuli riflettono sulle tematiche legate agli spazi di vita e di lavoro, al sonno e alla morte; il coreano Do-Ho Suh ripropone la realtà attraverso oggetti di plastica gonfiabili oppure inventari dell’umanità costituiti da migliaia di statuette e di fotografie di piccolissime dimensioni.
Altri artisti rivolgono la loro attenzione al sociale, mentre Fabio Mauri ricostruisce appositamente per la mostra una stanza della sua casa all’interno di una riflessione sulla manipolazione culturale.
Dalle mitizzazioni antropologiche di Claudio Costa e Michele Zaza al riavvicinamento alla natura di Hamish Fulton, la mostra prosegue con le analisi delle utopie di Cioni Carpi, i video, i film e gli oggetti in un’ottica dalla matrice dichiaratamente politica di Gianfranco Baruchello e l’indagine sul vissuto di una famiglia iraniana a Berlino di Emilio Fantin.
Sono presenti anche artisti come: Michael Badura, che ricostruisce storie di cronaca alla maniera di Rashomon, gli inglesi Gilbert & George che si ritraggono nei grandi lavori fotografici; il concettuale Vincenzo Agnetti, le cui vetrate simboleggiano la natura, il tempo, l’utopia cosmica e spirituale.
E ancora, il russo Alexander Brodsky, vincitore del Premio Milano Europa nel 2001, sulla scia delle grandi ricostruzioni mito-archeologiche dei due decenni precedenti, come quelle dei francesi Anne e Patrick Poirier.
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Gli artisti in mostra: Vincenzo Agnetti, Michael Badura, Marina Ballo Charmet, Matthew Barney, Gianfranco Baruchello, Bernd e Hilla Becher, Christian Boltanski, Anna Valeria Borsari, Alexander Brodsky, Sophie Calle, Cioni Carpi, Claudio Costa, Thomas Demand, Bruno Di Bello, Erik Dietman, Do Ho Suh, Öyvind Fahlström, Emilio Fantin, Eugenio Ferretti, Hamish Fulton, Maria Cristina Galli, Mauro Ghiglione, Gilbert & George, Roni Horn, Tetsumi Kudo, Ugo La Pietra, Jean Le Gac, Claudia Losi, Fabio Mauri, Giuliano Mauri, Gérald Minkoff, Shirin Neshat, Muriel Olesen, Antonio Paradiso, Luca Maria Patella, Tom Phillips, Anne e Patrick Poirier, Thomas Ruff, Daniel Spoerri, Beat Streuli, Aldo Tagliaferro, Enzo Umbaca, Franco Vaccari, Franco Vimercati, Richard Wentworth, Rainer Wittenborn, Silvio Wolf, Alberto Zanazzo, Michele Zaza.
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IL FUTURISMO A MILANO

a cura di Emmanuele Auxilia e Fabio Fornasari
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La mostra presenta 75 opere di diversi futuristi fra i quali spiccano Boccioni, Carrà, Russolo, Balla, Severini, per citare solo alcuni dei firmatari del Manifesto dei pittori futuristi dell’11 febbraio 1910, circa 40 disegni di Boccioni e Balla, il tutto di proprietà delle collezioni civiche milanesi.
E’ dalla nascita del Movimento Futurista ad oggi che nelle collezioni civiche milanesi sono entrate, attraverso donazioni, lasciti e acquisti, le opere che costituiscono l’esposizione al PAC.
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La donazione portante del nucleo futurista è quella di Ausonio Canavese che nel 1934 cedette al Comune di Milano un gruppo eccezionale di opere di Boccioni, composto da 14 dipinti, 47 disegni e dal modello in gesso della scultura Linea e forza di una bottiglia, oltre a opere di Balla, Dal Monte, Depero, Dottori, Funi, Oriani e Notte. Ultimi acquisti delle Civiche Raccolte d’Arte, in ordine di tempo (1999), sono l’acquaforte Lago con cigni e il pastello Ritratto di Innocenzo Massimino, entrambi di Boccioni.
Con queste opere, conservate in questi cento anni di vita delle collezioni civiche, la Direzione Raccolte d’Arte presenta i suoi capolavori futuristi alla città dove il movimento è nato, la grande Milano tradizionale e futurista, per dirla con Marinetti, che si è sentita interprete e interpretata dal movimento rivoluzionario che alle soglie del secolo scorso ha cambiato il pensiero artistico italiano.
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Il nucleo futurista è composto da capolavori che costituiscono l’aggancio ideale per una lettura del novecento che parta dalle opere della sua prima Avanguardia all’Arengario di Piazza Duomo, nel centro di Milano. Nel percorso della mostra, infatti, il Comune di Milano presenta i risultati dell’ideazione del nuovo museo (l’attuale Museo del ‘900), esponendo i disegni e i plastici del progetto di Italo Rota.
Il percorso del nuovo museo accoglierà il visitatore con il grande quadro di Pellizza da Volpedo Il Quarto Stato, dipinto nel 1901, testimonianza indiscussa del divisionismo italiano da cui i futuristi appresero il primo vocabolario per l’elaborazione della loro rivoluzione.
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La mostra inizia dalla visita al Quarto Stato, esposto nelle sale al 1° piano della Galleria d’Arte Moderna, proseguendo dentro il PAC con le opere futuriste allestite a cura di Emmanuele Auxilia e Fabio Fornasari.
I dipinti e le sculture provengono dalle collezioni Jucker, Grassi, Boschi e dal CIMAC – Civico Museo d’Arte Contemporanea di Palazzo Reale, attualmente chiuso per restauri, le cui raccolte vengono esposte a rotazione al Palazzo della Permanente; i disegni di Boccioni e di Balla dal Gabinetto dei Disegni del Castello Sforzesco.
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Alcune opere in mostra: di Boccioni, il trittico Stati d’animo, 1911 (donazione Canavese, CIMAC), Elasticità, 1912 (Collezione Jucker) e Forme uniche di continuità nello spazio, 1913 (acquistata nel 1934 presso F.T. Marinetti) , la cui immagine è stata adottata recentemente dalla Zecca di Stato per la moneta da 20 centesimi di EURO; di Balla Bambina che corre sul balcone, 1912 (Collezione Grassi); l’Autoritratto del ’13 di Mario Sironi (CIMAC); Achille Funi, Uomo che scende dal tram, 1914 (donazione Canavese).

SUI GENERIS. DAL RISCATTO ALLA FANTASCIENZA

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a cura di Alessandro Riva
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Il PAC, nella tradizione che gli è propria di museo aperto alle diverse proposte e interpretazioni dell’arte contemporanea italiana e internazionale, presenta la mostra Sui generis.
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Il progetto espositivo, a cura di Alessandro Riva, propone 75 artisti, italiani di nascita o di adozione, per lo più compresi tra i 25 e i 45 anni, ma senza rigide distinzioni generazionali, che operano tra pittura, scultura, fotografia e video, in un incessante rimescolamento di stili e tecniche differenti. Un percorso o, più precisamente, un viaggio simbolico tra quei “generi”, oggi non più riconosciuti come tali.
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La mostra Sui generis parte da qui e dal concetto che negli ultimi anni si è assistito a una vera e propria rivoluzione nell’arte italiana ed europea; una rivoluzione silenziosa, che ha avuto come concetto-cardine l’idea del ritorno, e nello stesso tempo della completa ridefinizione, di alcuni generi tradizionali della storia dell’arte (come il ritratto, il paesaggio e la natura morta), oltre che dell’appropriazione di temi e di generi provenienti da altri ambiti linguistici, come la fantascienza e il noir.
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La mostra si divide nelle seguenti sezioni: Luoghi, Scenari futuri, Science-painting, Still life & feticci (alla moda), Ellroy & Co, Contaminazioni, Il nuovo ritratto e Peep show.
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Gli artisti sono: Marco Petrus, Giovanni Frang, Andrea Chiesi, Aldo Damioli, Monica Carocci, Marco Neri, Luca Piovaccari, Luca Pignatelli, Ennio Bertrand, Andrea Zucchi, Giacomo Costa, Dany Vescovi, Enrico Lombardi, Andrea Di Marco, Francesco De Grandi, Velasco, Francesco Scialò, Fulvio Di Piazza, Karin Andersen, Cristiano Pintaldi, Matia, Fabrice De Nola, Ultrapop, Corrado Bonomi, Adrian Tranquilli, Antonella Mazzoni, Santolo De Luca, Nathalie Du Pasquier, Gianluca Corona, Marco Samoré, Chiara, Annalisa Cattani, Marco Cornini, Antonio Riello, Silvia Levenson, Silvano D’Ambrosio, Omar Galliani, Max Rohr, Alessandro Bazan, Marco Cingolani, Paul Beel, Marzia Migliora, Sergio Ceccotti, Paolo Schmidlin, Simone Racheli, Enrico T. De Paris, Luca Matti, Alex Pinna, Michelangelo Galliani, Luisa Rabbia, Dario Ghibaudo, Vittorio Valente, Paolo Leonardo, Alessandro Papetti, Alberto Castelli, Alfredo Cannata, Leonida De Filippi, Federico Guida, Federico Lombardo, Valentina D’Amaro, Livio Scarpella, Klaus Mehrkens, Stefano Di Stasio, Florencia Martinez, Bernardo Siciliano, Bianca Sforni, Daniele Galliano, Barbara Nahmad, Giulio Durini, Massimo Giacon, Paola Gandolfi, Nicola Verlato, Paolo Cassarà, Antonella Bersani, Matteo Basile.

LA FORMA DEL MONDO/LA FINE DEL MONDO

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La mostra curata da Marco Meneguzzo, costituisce uno degli eventi più importanti e “pensati” dedicati all’arte contemporanea da un’istituzione pubblica.
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Circa trenta artisti della scena internazionale occupano tutto il PAC con una sessantina di lavori anche diversissimi tra loro: dalle grandi installazioni progettate espressamente per lo spazio milanese, a piccoli ma significativi segnali di aderenza al tema proposto, come il rarissimo libro di Alighiero Boetti sulla classificazione dei mille fiumi più lunghi.
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Il concetto della rassegna parte da una polarità ben presente nel mondo dell’arte d’oggi, sulla figura dell’artista e sulla funzione dell’arte. Il mondo è sempre più complesso, e di conseguenza è sempre più difficile prevedere una “forma” del suo sviluppo, ipotizzare un “progetto” del mondo, come gli artisti erano soliti fare; d’altra parte, se la realtà è tanto complessa da risultare incomprensibile, l’artista può concentrarsi solo sul racconto di sé stesso, sulla narrazione e sulla testimonianza della propria soggettività, delle proprie funzioni vitali?
Su questa contrapposizione si basa la mostra: gli artisti producono opere, interpretando la realtà secondo modi che vedono questa opposizione alla base di ogni creazione. Così, la mostra sarebbe un continuo rapporto dialettico tra le due concezioni: il progetto del mondo e la profezia del futuro da un lato, l’eterno presente dell’individuo dall’altro.
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Gli artisti: Marina Abramovic, Alighiero e Boetti, Ashley Bickerton, John Bock, Lygia Clark, Thomas Demand, Mark Dion, Chiara Dynys, Fischli & Weiss, Günther Förg, Nan Goldin, Mona Hatoum, Thomas Hirshörn, William Kentridge, Yayoi Kusama, Philip Lorca di Corcia, Eva Marisaldi, Matt Mullican, Bruce Nauman, Gabriel Orozco, Thomas Ruff, Atelier Van Lieshout, Luca Vitone, Jeff Wall, Franz West, Rachel Whiteread, Kenji Yanobe.
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VITTORIO MATINO E ANTONIO TROTTA

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a cura di Elena Pontiggia
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Il PAC ospita una bipersonale di due artisti italiani: Vittorio Matino e Antonio Trotta, che pur appartenendo alla stessa generazione, provengono da esperienze e contesti culturali diversi.
Matino nato a Tirana (Albania) nel 1943 da genitori italiani, vive e lavora tra Milano e Parigi. Trotta è nato a Paestum (Salerno) nel 1937, ha vissuto a lungo in Argentina – nel 1968 è invitato alla biennale di Venezia a rappresentarne il Padiglione – si è stabilito in Italia alla fine degli anni Sessanta dividendosi tra Milano e Pietrasanta.
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Anche le loro direzioni di ricerca sono diverse.
Vittorio Matino ha impostato il suo linguaggio pittorico su una geometria essenziale e rigorosa, animata da un colore sfuggente e intenso. Antonio Trotta pratica invece un concettualismo che si ispira ai repertori della classicità, indagando la finzione e l’ambiguità dell’immagine come nelle opere Autunno corinzio o Il patio.
L’opera di Matino si dichiara fedele alle possibilità dell’astrazione – di cui egli è uno degli interpreti più rigorosi – mentre quella di Trotta esplora territori figurativi.
Queste diversità nascondono però molti punti di contatto che la mostra si propone di individuare e far emergere.
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La mostra è accompagnata da due esaurienti cataloghi che ricostruiscono organicamente l’attività dei due artisti e comprendono saggi di Vittorio Fagone (per l’opera di Matino) e di Elena Pontiggia (per l’opera di Trotta).
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PER GLI ANNI NOVANTA. NOVE ARTISTI A BERLINO

a cura di Christos Joachimides
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Nove sono i protagonisti che occupano gli spazi del PAC con sequenze individuali: Ina Barluss, Peter Chevalier, Ulrich Görlich, Raimund Kummer, Rainer Mang, Olaf Metzel, Hermann Pitz, Berthold Schepers, Thomas Wachweger, tutti operanti a Berlino, e tutti nati tra il 1943 (Nang e Wachweger) e il 1956 (Pitz).
Cinquanta opere in mostra, tra dipinti, sculture e installazioni, di notevole impatto visivo, documentano diverse direzioni di ricerca: permane a volte una tensione espressionista (in particolare in Wachweger), a cui si affiancano ricerche più fredde che si affidano alla scultura (Mang), all’uso della fotografia (Kummer), ad un neo-classicismo singolarmente riecheggiante il Novecento italiano (Chevalier).
Al secondo piano del PAC, un centinaio di lavori preparatori presentati collettivamente, documentano la fase progettuale della diversa creatività di ognuno: disegni, collages, polaroid , secondo la tecnica più affine all’opera finita. La mostra costituisce uno spaccato della situazione berlinese tra gli anni Settanta e Ottanta (allora contemporanea), segnalando le voci emergenti e maggiormente proiettate verso gli anni novanta.
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Curata da Christos Joachimides, realizzate in collaborazione con il Senator für Kulturelle Angelegenheiten di Berlino e il Goethe Institut di Milano, l’iniziativa di questa mostra si riallaccia a quella della rassegna “Italialnische Kunst 1900-1980 – Hauptwerke aus dem Museo d’Arte Contemporanea, Mailand” (Francoforte, Kunstverein 1985) e a quella della collezione Stroher, “Dalla Pop Art americana alla Nuova Figurazione. Opere dal Museo d’Arte Moderna di Francoforte” (Milano, PAC 1987), consolidando i rapporti tra Milano e le principali istituzioni museali tedesche.
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VERSO L’ARTE POVERA

a cura di Marco Meneguzzo, Paolo Thea
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Ogni avanguardia, ogni gruppo artistico compatto, ogni ristretta tendenza di successo, prima di diventare tale, ha vissuto un grande momento di fervore ideativo: per distillare opere, concetti, idee, materiale da setacciare, da filtrare, deve essere necessariamente più vasto e, talora, appare agli occhi della storia anche più ricco e complesso del suo distillato. Proprio per verificare questa possibilità, una mostra come Verso l’Arte povera indaga quegli anni, quelle atmosfere che hanno preceduto e accompagnato la progressiva coagulazione del gruppo attorno a certe mostre e a certi personaggi. Quell’avventura era cominciata nei primi anni Sessanta, e aveva coinvolto molti più artisti di quanti non siano poi stati riconosciuti come poveristi (questi ultimi sono Pistoletto, Mario e Marisa Merz, Fabro, Kounellis, Prini, Anselmo, Penone, Zorio, Paolini, Boetti, Calzolari), in città molto diverse tra loro.
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Il trionfo e la crisi della Pop Art, l’emergere della Minimal Art, la coscienza di un’identità europea, il rapporto tra tecnologia, scienza e socialità, il concetto di alienazione e di smaterializzazione dell’opera: questi sono tutti elementi di dibattito, di conflitto, di stimolo entro cui nasce e cresce una nuova coscienza del ruolo dell’artista, più allargata del ristretto gruppo “storico”, e che coinvolge quasi un’intera generazione. Per questo, accanto ai nomi già citati, e in posizione assolutamente paritaria, vengono presentati in questa mostra anche i lavori di Piacentino, Mardi, Pascali, Mattiacci, Agnetti, Ceroli, Fogliati, Chiari, Patella, Icaro, Parmiggiani, Simonetti, Nespolo, Mondino, Baruchello e dello ‘Zoo’ (gruppo teatrale). Il dibattito divenuto memoria storica è dunque allargato, e addirittura stimolato e proposto da nomi non compresi poi sotto la fortunata etichetta del poverismo.
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EX ORIENTE

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a cura di Elena Pontiggia
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Due grandi prime mostre antologiche dedicate Hidetoshi Nagasawa e Lee Ufan.
Il titolo Ex Oriente ha un duplice significato: il primo, più classico e comprensibile, vuole alludere alla provenienza dei due artisti; il secondo a metà tra lo scherzo e il gioco di parole potrebbe voler dire o richiamare l’idea di una definizione non più calzante o valida.
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Hidetoshi Nagasawa, uno tra i più interessanti artisti giapponesi. Nato nel 1940, Nagasawa si è stabilito definitivamente a Milano alla fine del 1967, dopo un avventuroso viaggio in bicicletta e a piedi lungo l’Asia e l’Europa. Nelle sue opere il linguaggio e lo stile sono di matrice occidentale, mentre orientali restano le problematiche (il compenetrarsi di essere e non-essere, il valore del vuoto, gli equivoci dell’apparenza e della visione) e la filosofia che le ispira. Una scultura ricca di immagini straordinariamente evocative, tra memoria, sogno e mito.
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Lee Ufan, considerato uno dei maggiori artisti coreani contemporanei, ha perseguito nelle sue ricerche una felice contaminazione tra avanguardia occidentale e tradizione orientale, portando il suo linguaggio ad una assoluta rarefazione. Pochi segni, di straordinaria intensità, costituiscono la sua pittura. Pochi segni (spesso lastre di pietra o di vetro, in singolare equilibrio tra Minimal Art e arte zen) costituiscono la sua scultura. Lee, come egli stesso ha dichiarato, non si propone di creare immagini, cioè di interpretare soggettivamente le cose, ma lascia che le cose stesse rivelino, indipendentemente dal soggetto, la loro verità.
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IL CANGIANTE

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a cura di Corrado Levi
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Il Cangiante, cioè la mutazione fluida della sensibilità, l’arguzia intellettuale, l’energia mentale, l’ironia, la dissoluzione dell’ideologia dell’arte e insieme il rigore, la serietà massima del gioco. Il Cangiante è il titolo della mostra che Corrado Levi cura per il PAC, offrendo uno sguardo che non sia celebrazione, entusiasmo acritico, ma ragionamento lucido sui modi della trasformazione della pratica d’arte da ieri all’oggi. Così, a fianco di molti tra i maggiori protagonisti dei decenni ‘70 e ‘80, si incrociano le immagini dei “santoni” dell’avanguardia storica, da Otto Dix a Picabia, e di alcune riconosciute figure chiave della trasformazione degli anni sessanta e settanta. Una mostra che non si propone come ulteriore panoramica ecumenica, con impossibili presunzioni di completezza, ma come momento selettivo di riflessione complessa scenari dell’arte di quel periodo, in cui la contaminazione tra gusto mondano, di cultura bassa, e tensione intellettuale, di cultura alta, è un dato problematico e non una condizione accolta come ovvia.
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Artisti in mostra: Carla Accardi, Giovanni Anselmo, Stefano Arienti, Guglielmo Aschieri, Marco Bagnoli, Mike Bidlo, Alighiero e Boetti, Keiko Bonk, Edward Brezinski, Augusto Brunetti, Riccardo Camoni, Jean Carrau, Antonio Catelani, Sandro Chia, Vittoria Chierici, Francesco Clemente, Tony Cragg, Walter Dahn, Mario Della Vedova, Filippo de Pisis, Otto Dix, Jiri Georg Dokoupil, Tano Festa, Manuela Filiaci, Luis Frangella, Alberto Garutti, Gilbert&George, Carlo Guaita, Peter Halley, Paolo Icaro, Klaus Jung, Harald Klingelhöller, Jeff Koons, Milan Kunc, Edgar Lehmkühler, Corrado Levi, Simon Linke,Tim Linn, Anne Loch, Wolfgang Luy, Amedeo Martegani, Luigi Mastrangelo, Marco Mazzucconi, Allan Mc Collum, Alessandro Mendini, Mario Merz, Vittorio Messina, Aldo Mondino, Peter Nagy, Joseph Nechvatal, Luigi Ontani, Julian Opie, Giulio Paollini, Giuseppe Penone, Alfredo Pesce, Francis Picabia, Pierluigi Pusole, Carol Rama, Martial Raysse, Walter Robinson, James Romberger, Cinzia Ruggeri, Robert Ryman, Remo Salvadori, Salvo, Denys Santachiara, Mario Schifano, Rob Scholte, Andreas Schulze, Thomas Schütte, Aldo Spoldi, Luigi Stoisa, Rosemarie Trockel, Maurizio Turchet, Marguerite Van Cook, Antonio Violetta, David Wojnarowicz, Bill Woodrow, Bruno Zanichelli, Gilberto Zorio.
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DAL PROFONDO. BRUS, NITSCH, RAINER CONTEMPLAZIONE, ENERGISMO, MITO

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a cura di Eva Badura Triska, Ubert Kloker
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Contemplazione, energismo, mito.
Queste le parole scelte da Eva Badura Triska e Hubert Klocker – curatori della mostra – per definire le opere di Günter Brus, Hermann Nitsch e Arnulf Rainer, tre artisti che per le loro creazioni attingono alle profondità della psiche umana. Per contemplazione si intende lo sforzo dell’osservazione e della meditazione. Energismo significa attivazione e ribaltamento di energie psicofisiche. Mito come impegno costante sui problemi elementari dell’essere, del mondo e dei contenuti mitico-religiosi. Opposti ma al contempo simbiotici sono i poli che danno forma alle loro opere: l’introversione, la calma e la meditazione da un lato e l’esplosione, l’impulsività e l’eccesso dall’altro.
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La mostra comprende lavori su carta e olii su tela dei tre artisti a partire dagli anni Cinquanta e Sessanta. Di Günter Brus sono in mostra i primi dipinti informali, alcuni lavori caratteristici del periodo delle “azioni” e un’ampia selezione di disegni dagli anni Settanta in avanti. Di Hermann Nitsch, il suo Orgien-Mysterien-Theater, foto e testimonianze del suo lavoro teatrale. Un’ampia rassegna di grandi opere di Arnulf Rainer testimonia diversi gruppi di lavori: Centralisations, Ubermalungen (Sovrapitture), Croci, PhotoUberarbeitungen (Interventi su foto), Fingerpaintings.
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CERAMICHE DELLA REPUBBLICA DI WEIMAR (1919-33)

a cura di Tilmann Buddensieg
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Vasi, brocche, tazze, tortiere, vassoi e altri oggetti d’uso in ceramica, per un totale di 400 pezzi, costituiscono un esempio di quella ricerca estetica e di quella rivoluzione produttiva che, durante la Repubblica di Weimar, segnarono le arti figurative e l’architettura.
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La creazione di ceramiche per stoviglie si rivolge per la prima volta al vasto mercato popolare e si confronta con i problemi della produzione di massa. Come l’architettura popolare ha trovato in questi anni ii suo momento organizzativo e produttivo nelle cooperative edilizie, cosi la produzione di massa di oggetti d’uso in ceramica regola il rapporto tra produzione e mercato attraverso le cooperative di acquisto e vendita. I1 “Consorzio di Norimberga” del 1901 segna un importante momento di incontro fra gli imprenditori, l’organizzazione delle vendite e le idee di riforma degli artisti impegnati in una ricerca formale originale e rigorosa.
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Gli esperimenti della Bauhaus, del movimento der Stijl e del Costruttivismo vengono adattati con naturalezza alla produzione di oggetti d’uso: forme panciute e, allo stesso tempo, gli stereometrici elementi di base della sfera, dei bricchi a cilindro. I recipienti non sono pia concepiti come unione di for ma organica, ma costituiti da singoli elementi, facilmente variabili con un molteplice, infinito sistema di decorazione che rifiuta la forma e la decorazione tradizionali.
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Dalla ditta Villeroy & Boch, famosa per la sua produzione a tinta unita e particolarmente in azzurro, alla C. und E. Carstens che emerge per il caratteristico decoro in marrone a moduli geometrici, alla C. A. Lehmann und Sohn, che produce audaci combinazioni di colori, alla Bunzlau e altre aziende minori, la produzione tedesca della ceramica presentata al Padiglione d’Arte Contemporanea testimonia un momento produttivo di grande interesse storico ed una qualità di altissimo livello.

È DESIGN

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L’esposizione intende mettere in luce attraverso i lavori di otto studi professionali, uno dei possibili significati della parola «design» ed individuare uno dei possibili ruoli dei designers in Italia, nella prospettiva degli anni Ottanta. Questi operatori hanno ormai raggiunto un tale livello di competenza che il loro compito non può più essere legato solo all’immagine, ma tende ad intrecciarsi a quell’intero processo di cui il prodotto è il punto d’arrivo. La categoria su cui si intende incentrare la lettura dell’itinerario che si propone è la «strategicità», il particolare ruolo cioè di sintesi e controllo esplicato dal designer nei diversi contesti.
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Il percorso muove dall’ambiente (il rapporto design-architettura) – gli spazi aereoportuali di Malpensa e Linate – per indagarne lo scenario – le segnaletiche – e gli oggetti che lo popolano per arrivare all’interior – con la proposta di mobili connotati tecnologicamente e per immagine (la Dorsal e il Kit) e al design per la moda. I «grandi oggetti» del design per muoversi (l’auto, la barca, l’aereo) con le diverse connotazioni di alta-medio-bassa tecnologia, sono testimoniati dalla Panda, dall’Azzurra e dal Caproni CJ22.
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Ad introduzione della manifestazione l’analisi del CSIL (Centro Studi Industria Leggera), una proiezione per iniziare a cogliere il meccanismo di domanda, offerta e impatto del design.

CARLA ACCARDI-ALIGHIERO E BOETTI

Per il ciclo Installazioni, le presenze di Carla Accardi e Alighiero e Boetti costituiscono un momento di importante concomitanza tra due tra le personalità più vive dell’arte del dopoguerra.
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Carla Accardi ha esordito giovanissima tra i fondatori, nel 1947, del gruppo Forma (con Turcato, Dorazio, Consagra, Sanfilippo, Perilli e altri), che rappresentò il primo concreto momento di riproposta, in Italia, della questione dell’astrazione. Negli anni Cinquanta il suo lavoro è maturato fino alla formulazione dei famosi ‘grovigli’ bianco su nero, che le hanno dato fama internazionale. Dagli anni sessanta la sua ricerca si è concentrata sul problema del rapporto tra segni e superfici, con particolare attenzione alla natura del supporto (tela, plastica trasparente, ecc.) e ai rapporti coloristici, sempre squillanti, determinanti.
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Alighiero e Boetti, formatosi in seno alla ‘scuola torinese’ da cui è nata, alla fine degli anni sessanta, la vicenda dell’Arte. Povera, di cui è stato uno dei più cospicui rappresentanti, si segnala come uno dei più sottili e poetici indagatori della possibilità di riscattare immagini e materiali apparentemente banali a una dimensione di nuova, e suggestiva, intensità. In questo senso, particolarmente importanti sono le sue opere recenti, arazzi di dimensione smisurata dedicati a “I mille fiumi più lunghi del mondo”, che lo confermano come uno degli artisti europei di maggiore qualità e interesse.
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VALENTINO VAGO — LUIGI VERONESI

Il nuovo appuntamento del ciclo delle “Installazioni” è dedicato a due artisti milanesi, di generazioni diverse ma entrambi considerabili figure centrali nelle vicende dell’arte italiana recente Valentino Vago (Barlassina, 1931) si è affacciato alla scena artistica alla fine degli anni cinquanta, in seno al gruppo di pittori che, convinti del trascolorare dell’informale, optarono non per una reazione polemica e invece per una distillazione dei suoi valori migliori, mediati con una riflessione attenta e non ideologica su certi portati della tradizione meno scontata, da certa metafisica a Licini.
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La sua pittura, fatta di un tonalismo attento, rigoroso ma poetico, si modula su stesure trepide e intense di colore e su sottili e lirici andamenti grafici, precursori per molti versi di certi atteggiamenti delle esperienze artistiche d’oggi.
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Di Luigi Veronesi (Milano, 1908), pioniere dell’astrattismo storico italiano, che ha legato il suo nome alla stagione straordinaria del gruppo del Milione, viene presentato un esauriente excursus su uno degli aspetti più tipici della sua produzione, la ricerca fotografica. Attraverso oltre un centinaio di immagini, realizzate secondo le tecniche sperimentali più sofisticate e suggestive, questa esperienza è ripercorsa dai suoi inizi, all’inizio degli anni Trenta (con una succinta documentazione anche dei dipinti realizzati su base fotografica), fino alle precoci ricerche sulla fotografia a colori e alle assai fresche e intense sperimentazioni recenti.
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JIŘÍ KOLÁŘ E CLAUDIO PARMIGGIANI

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Per il ciclo Installazioni, Jiří Kolář e Claudio Parmiggiani espongono al PAC le loro opere dialogando sia tra di loro che con lo spazio.
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Cecoslovacco (Protovin, 1914) e parigino d’adozione, Kolář è uno dei santoni indiscussi dell’arte europea del dopoguerra, in particolare di un filone di ispirazione dada-surrealista continuamente nutrito d0umori ironici e provocatori – ma anche di sottile poesia – che si è concretato nella realizzazione di collages, assemblaggi, effetti basati sullo straniamento dei caratteri convenzionali dell’immagine.
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Parmiggiani (Reggio Emilia, 1943) fin dalla metà degli anni Sessanta ha legato la propria ricerca a un concettualismo di grande rarefazione mentale, nutrito di implicazioni colte – numerosi sono i suoi interventi e prelievi su materiali desunti dalla storia dell’arte – e addirittura ermetiche, che lo colloca sicuramente tra gli esponenti più continui e consapevoli dell’arte italiana oggi.

WOMEN IN THE MAGIC MIRROR 1842-1981

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a cura di Giuliana Scimé, con la collaborazione di Lucilla Clerici

Women in the magic mirror è un ritratto della donna e del rapporto donna-società costruito con le immagini di 127 fotografi, dalle origini della fotografia ai giorni nostri. Ogni fotografia selezionata dalla ricchissima collezione privata di Bert Hartkamp ha il valore di una testimonianza dai molteplici significati:
– L’indagine psicologica, emotiva, estetica, narrativa, documentaria sulla complessità dell’essere femminile.
– La storia della fotografia attraverso le opere dei grandi maestri: Hill & Adamson, Le Grey, Rejlander, Cameron, Muybridge, Käsebir, Atget, Damachy, Kühn, Stiglitz, Steichen, Wetson, Lartigue, Man Ray, Kertész, Brassaï, Drtikol, Moholy-Nagy, Blumenfeld, Cunnigham, Brandt, Alvarez, Bravo, Cartier-Bresson…
– I contemporanei: Gibson, Klein, Avedon, Hosoe, Fujii, De Noijer, Vogt, Mapplethorpe, Saudek, Fontana, Izis, Boubat, Friedlander, Heinecken, Uelsmann, Gioli…
– L’evoluzione delle tecniche: dagherrotipia, ambrotipia, ferrotipia, stama all’albumina, al platino, al carbone, fotogramma… fino al processo istantaneo, alle manipolazioni ed agli interventi manuali.
– I generi fotografici: ritratto, moda, pubblicità, erotismo, fotogiornalismo…
– La cultura visiva e le scelte grafico concettuali nei diversi paesi: Francia, Italia, Inghilterra, Germania, Giappone, Ungheria, Olanda, Stati Uniti, Messico, Australia…

Una speciale sezione è stata dedicata agli oggetti: esemplari unici di oreficeria con incastonati dagherrotipi, ambrotipi e perle, brillanti e albums dipinti e ricamati a mano, cornici art nouveau e bottigliette di profumo.
Women in the magic mirror con il tema della donna è un’inesauribile fonte di sorprese e di scoperte: fotografie inedite di autori notissimi, fotografi del passati rimasti fino ad oggi ignorati, giovani speranze, processi fotografici che hanno goduto di un effimero favore ed altri del tutto personali ed originali.
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Paolo Icaro e Claudio Olivieri

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Il ciclo delle Installazioni, che costituisce una delle iniziative portanti dell’attività del PAC, prosegue con le mostre di Paolo Icaro e Claudio Olivieri.
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Torinese, da molti anni residente negli Stati Uniti, Paolo Icaro è una delle personalità di punta della scultura. I suoi lavori, basati sull’uso prevalente del gesso, hanno per definizione comune quella di unfinishing (non finito): di opere, cioè, che rinunciano deliberatamente ad assumere una forma riconoscibile per mantenere un grado di complessità ben più radiante, che coinvolge lo spazio in una dimensione sospesa, di forte atmosfera meditativa.
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Claudio Olivieri appartiene a quell’area di ricerca che si è concentrata completamente sui puri valori della pittura, cioè sulla ricerca di eventi espressivi ricchi di un’autonoma capacità di senso e di fascinazione. Le sue grandi tele, sulle quali affiora una pittura intesa, disposta a stesure svarianti tra turgori densi e improvvise accensioni, ripercorrono in mostra uno degli itinerari artistici più serrati e coerenti dell’arte contemporanea.
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LA SOVRANA INATTUALITÀ

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a cura di Flaminio Gualdoni
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La mostra, che si propone un taglio problematico e non documentario, si articola sull’esposizione di opere di sei artisti considerati per molti versi esemplari delle diverse e complesse riflessioni sulla scultura svoltesi in Italia negli anni Settanta: Paolo Icaro, Luigi Mainolfi, Hidetoshi Nagasawa, Giuseppe Spagnulo, Antonio Trotta e Gilberto Zorio.
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Attraverso le loro ricerche emerge l’immagine di un contesto di dibattito estremamente vivo e intenso, ricco di forti polarità, alla cui base è però possibile identificare una precisa condizione comune: la scelta della “sovrana inattualità” come rivendicazione, di una necessaria totale asincronia e indipendenza rispetto ai miti delle poetiche così come agli schemi critici generalizzanti, in nome di un’assoluta individualità espressiva e della riconosciuta centralità dell’opera nel processo artistico.
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GIULIO PAOLINI E GERHARD RICHTER

a cura di Zeno Birolli
Ciclo: Installazioni
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Il programma di installazioni, organizzato da Zeno Birolli, presenta un artista italiano accanto ad uno straniero: Paolini e Richter, due artisti della stessa generazione ma tra loro profondamente diversi.
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Giulio Paolini, torinese, ben noto in campo internazionale e in Italia, espone nello spazio del PAC un nuovo lavoro La caduta di Icaro, accompagnato da una serie di dieci studi. L’antico tema rinasce sorprendentemente da una combinazione di materiali poveri, che rispettosi del soggetto danno a Icaro un disincanto formale proprio della sentimentalità fredda dell’artista.
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Alla singola opera, sulla quale Paolini vuole richiamare l’attenzione, si contrappongono i lavori di Gerhard Richter, uno dei maggiori artisti tedeschi contemporanei, alla sua prima ampia esposizione in Italia. Richter presenta 14 dipinti dei quali Grau, Farben, Konstruktion degli anni 1973-1976. Tuttavia l’attenzione è richiamata dal gruppo di lavori successivi ai quadri grigi, ai colori, alle Foreste. In queste ultime opere compaiono paesaggi scarni, un picco di montagna, soggetti della pittura romantica, che Richter sembra aver scelto come nuova occasione del suo lavoro: Garmish, Eis, Davos sono state attentamente considerate scelte dall’artista in relazione allo spazio espositivo a disposizione.
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VINCENZO AGNETTI E FRANCESCO CLEMENTE

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Vincenzo Agnetti e Francesco Clemente: due artisti al PAC per la prima di una serie di iniziative che fanno vivere nello stesso spazio del Padiglione il lavoro e il linguaggio di artisti diversi.
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Dopo una serie di mostre a carattere monografico e retrospettivo, il PAC ospita Vincenzo Agnetti e Francesco Clemente nell’ambito di un programma che prevede il confronto diretto di opere, per la maggior parte nuove, di artisti scelti in ambiti diversi e tali da opporsi o interagire fra loro, con lo spazio del museo e rispetto al pubblico.
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Agnetti, già amico di Manzoni nell’ambito concettuale, e Clemente, che qui rappresenta la nuova figurazione, sono tanto diversi per lavoro, linguaggio, età e formazione culturale da determinare una opposizione visiva molto chiara, ma contemporaneamente le loro opere si giustificano e si riassorbono in un comune orizzonte culturale e ideologico che caratterizza la produzione artistica.
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L’opera più importante che Agnetti presenta è una composizione di 4 vetrate sui temi delle stagioni, realizzata con un originale processo di graffito su carta fotografica. Di Clemente sorprendono i suoi affreschi, con i quali misura questa tecnica su una immagine nuova.

DAMMI IL TEMPO DI GUARDARE. PITTURE D’OGGI A NEW YORK

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Pittori e fotografi americani, la generazione dei sotterranei di New York, in una mostra al PAC a cura di Zeno Birolli e Carol Squiers.
La mostra è selettiva e tagliata verticalmente. Alla base c’è un’opposizione arbitraria e ragionata, tra due gruppi di artisti; non scuole, ma differenze di atteggiamento nei confronti dell’opera.
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A New York c’è tanta Decorative Painting nei migliori interessi dei connesseurs, così il Whitney of Americans non trovò di meglio che rimescolare le carte con una selezione newyorkese dedicata alla New Image painting. In alternativa a questo mescolamento di tendenze, ci sono state almeno due proposte più radicali, Pictures, all’Artist Space e ultima Masters of Love. Per un museo europeo non c’è da fare che una proposta ancora più discutibile per la sua determinazione.
Vengono qui presentati due disitinti gruppi di opere. Quelle di cinque pittori, già riconosciuti dalla critica statunitense, e quelle di sette, più giovani artisti. La loro evidente alterità indica due orientamenti dell’arte americana degli anni Settanta.


dal catalogo Dammi il tempo di guardare, PAC 1980
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Artisti in mostra: Ericka Beckman, Jon Borofsky, Jack Goldstein, Michael Hurson, Sherrie Levine, Paul McMahon, Robert Moskowitz, Matt Mullican, Susan Rothenberg, David Salle, James Welling.
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