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AUTORITRATTO

 

a cura di Diego Sileo e Douglas Fogle

 

Il PAC presenta la prima ampia mostra personale di Luisa Lambri in Italia, un progetto espositivo pensato e sviluppato appositamente per il padiglione milanese.

 

Concentrandosi principalmente sulla fotografia, il lavoro di Lambri è caratterizzato da un impegno con un esteso spettro di soggetti che ruotano attorno alla condizione umana e al suo rapporto con lo spazio, come la politica della rappresentazione, l’architettura, la storia della fotografia astratta, il modernismo, il femminismo, l’identità e la memoria.

L’installazione delle sue fotografie e lo spazio espositivo costituiscono una parte integrante del suo lavoro. Ogni nuovo luogo che accoglie una sua installazione presenta qualità uniche con le quali l’artista interagisce, rendendo ogni progetto un’opera site-specific. Le opere di Lambri non sono mai installate indipendentemente dalla struttura che le ospita.

 

Il titolo della mostra al PAC è un omaggio alla critica d’arte Carla Lonzi che nel 1969, prima di lasciare la professione per dedicarsi alla militanza femminista, pubblica sotto il titolo di “Autoritratto” una raccolta di interviste con quattordici artisti scelti da lei nell’esperienza dell’avanguardia anni ‘60. Il dialogo che ne deriva dà una dimensione degli artisti privata e che privilegia il loro ruolo attivo nel parlare in prima persona di sé e del proprio stare nell’arte e nel mondo. Allo stesso modo Lambri costruisce letture personali e intime dei soggetti da lei scelti per i suoi lavori e incoraggia un dialogo tra l’osservatore, l’opera d’arte e lo spazio in cui si trova nel loro complesso.

 

Il progetto al PAC si concentra sui rapporti tra le opere di Lambri e l’architettura di Ignazio Gardella. Le fotografie diventano una vera estensione dello spazio e, di conseguenza, l’architettura di Gardella e l’esperienza soggettiva dei visitatori una parte integrante del lavoro.

Una vasta selezione di opere, alcune mai presentate prima in Italia e realizzate tra il 1999 e 2017, sottolineano la sua tendenza a lavorare in serie. Lambri si pone in dialogo con il lavoro di artisti come Donald Judd, Robert Irwin, Lygia Clark e Lucio Fontana oltre che il lavoro di architetti come Álvaro Siza, Walter Gropius, Marcel Breuer, Mies van der Rohe, Luis Barragán, Rudolph Schindler, Paulo Mendes da Rocha e Giuseppe Terragni, tra gli altri.

 

L’allestimento della serie Untitled (Sheats-Goldstein House), 2007, nel parterre del PAC, coinvolge anche un altro importante architetto: l’italiana Lina Bo Bardi, che nel 1957 ricevette l’incarico per la progettazione del nuovo Museo di Arte Moderna di San Paolo del Brasile (MASP). Le dieci fotografie selezionate sono esposte sui cavalletti realizzati da Bardi per il museo brasiliano, qui riprodotti in collaborazione con l’Instituto Bardi di San Paolo.

 

Nata a Como nel 1969, Luisa Lambri attualmente vive a Milano. Il suo lavoro è stato esposto alla Quadriennale di Roma (2020 e 2005), alla Triennale di Cleveland (2018), alla Biennale di Architettura di Chicago (2017), alla Biennale di Liverpool (2010) e alla Biennale di Venezia (Architettura 2010 e 2004; Arte 2003 e 1999). Le hanno dedicato mostre personali il Met Breuer di New York (2017) e l’Isabella Stewart Gardner Museum di Boston (2012), l’Hammer Museum di Los Angeles (2010), il Baltimore Museum of Art (2007), la Menil Collection di Houston (2004) e Kettle’s Yard di Cambridge (2000), e le sue opere sono state esposte in numerose collettive, tra le tante al Carnegie Museum of Art di Pittsburgh (2019 e 2006), alla Tate Modern di Londra (2018), al Museum of Contemporary Art di Chicago (2009). Il lavoro di Lambri è incluso inoltre in diverse collezioni, tra le quali il Museum of Modern Art di San Francisco, il J. Paul Getty Museum di Los Angeles e il Solomon Guggenheim Museum di New York.

 

La mostra è co-curata da Diego Sileo e Douglas Fogle, e sarà accompagnata da un catalogo bilingue che comprende le immagini delle opere esposte, le vedute di installazione e nuovi saggi critici.

YURI ANCARANI

 

a cura di Diego Sileo e Iolanda Ratti

 

Come ogni anno il PAC si pone in prima linea a sostegno dell’arte contemporanea italiana.

Il 2023 vedrà protagonista l’artista Yuri Ancarani, figura ibrida e poliedrica nella scena artistica e cinematografica internazionale. Un ampio e ambizioso progetto espositivo che si propone di raccontare – attraverso una selezione di lavori del passato e un nuovo progetto pensato appositamente per il PAC – la ricerca visionaria e poetica di Ancarani.

 

Un viaggio nei territori delle immagini in movimento: quelle che parlano, quelle sublimi, contraddittorie, opposte, spesso difficili da raggiungere e da decifrare, dove il rapporto con lo spettatore sarà – come sempre nell’opera di Ancarani – fondamentale. Con lo stesso sguardo lucido e imparziale che contraddistingue il punto di vista dell’artista, la mostra cercherà di far emergere gli aspetti più autentici della produzione di Ancarani, addentrandosi in essa con un percorso inedito e rivelandone le diverse sfumature e i suoi codici linguistici.

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Yuri Ancarani è nato nel 1972 a Ravenna ma vive e lavora a Milano. Le sue opere nascono da un’originale e accurata commistione fra cinema documentario e arte contemporanea. Con i suoi lavori Ancarani ha partecipato a numerosi festival, tra cui New Director/New Films MoMA NY, TIFF Toronto, Venice Film Festival e, tra i riconoscimenti ricevuti, anche il Premio speciale della giuria Cineasti del presente al 69° Locarno Film Festival.

 

Photo: Yuri Ancarani, Atlantide, 2021, film still. Courtesy the artist;  ZERO…Milan;  Isabella Bortolozzi Galerie, Berlin; Dugong Films, Rome.

CESARE VIEL

a cura di Diego Sileo

Il PAC Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano presenta PIÙ NESSUNO DA NESSUNA PARTE, la più ampia mostra personale di Cesare Viel in uno spazio pubblico, che ripercorre la pratica performativa dell’artista centrata sul connubio tra rappresentazione visiva e verbale.
Promossa da Comune di Milano – Cultura e prodotta dal PAC con Silvana Editoriale, la mostra è curata da Diego Sileo e inaugura in occasione della Quindicesima Giornata del Contemporaneo indetta da AMACI e dedicata all’arte italiana.

Attraverso azioni performative e installazioni ambientali Viel esplora sin dai primi anni Novanta i processi attraverso i quali l’identità si costruisce e si decostruisce, rivelandosi un luogo di attraversamento che conserva le tracce di ogni passaggio.
La mostra presenta lavori inediti e nuove versioni di installazioni e performance storiche, realizzate dall’artista in dialogo con l’architettura del PAC.
I luoghi dell’assenza evocati dal titolo rivelano discrete, silenziose e spesso fantasmatiche presenze che affiorano dal vissuto dell’artista in un racconto costantemente ridefinito dalla relazione con i fatti della storia recente, le convenzioni sociali, i pensieri e le parole degli autori o degli artisti prediletti, la vicinanza o la lontananza delle persone amate.
Performance, travestimento, trasformazioni, trucco, recite o canzoni: addentrandosi in altri corpi e altre storie, Viel immagina forme di soggettività altre che interpretano l’arte come momento di scambio emozionale e di relazione con la collettività.

In catalogo, pubblicato da Silvana Editoriale, nuovi testi del curatore, di Francesco Bernardelli, Emanuela De Cecco, Francesca Guerisoli, Laura Guglielmi, Antonio Leone e dello stesso Cesare Viel.

Ad accompagnare il pubblico tra le opere una guida gratuita alla mostra a cura di Paola Valenti, docente di Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Università degli Studi di Genova.

RIATTIVAZIONE PERFORMANCE
Ogni giovedì h 18:30—20:30 e domenica h 17:30—19:30 vengono riattivate due performance di Cesare Viel
→ LOST IN MEDITATION
→ ALADINO È STATO CATTURATO

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Una mostra Comune di Milano – Cultura; PAC Padiglione d’Arte Contemporanea; Silvana Editoriale
In occasione della 15ª Giornata del Contemporaneo promossa da AMACI
Sponsor PAC TOD’S Group
Con il contributo di Alcantara; Cairo Editore; Kartell
Con il supporto di Vulcano

UFFICIO STAMPA PAC
PCM Studio di Paola C. Manfredi T 02 36769480 press@paolamanfredi.com

UFFICIO STAMPA SILVANA EDITORIALE
Lidia Masolini T 02 45395111 press@silvanaeditoriale.it

UFFICIO STAMPA COMUNE DI MILANO
Elena Conenna elenamaria.conenna@comune.milano.it

Eva Marisaldi

a cura di Diego Sileo

 

Il 18 dicembre il PAC Padiglione d’Arte Contemporanea riapre al pubblico con la personale di Eva Marisaldi, tra le artiste più rilevanti della generazione nata negli anni Sessanta verso la quale il PAC ha scelto di indirizzare una delle linee di ricerca della sua programmazione annuale: la promozione e la valorizzazione dell’arte contemporanea italiana.

 

Promossa da Comune di Milano – Cultura e prodotta dal PAC con Silvana Editoriale, la mostra è curata da Diego Sileo e aggiunge un’ulteriore tappa alla ricerca dell’artista con una nuova riflessione che parte dai suoi primi anni di produzione e arriva fino ai giorni nostri, attraverso un’ampia selezione di lavori passati e la creazione di nuove opere pensate appositamente per gli spazi del PAC.

 

Caratterizzate da una lirica vena narrativa, le opere di Marisaldi prendono spunto dalla realtà per concentrarsi sugli aspetti nascosti della nostra quotidianità. Fotografie, azioni, performance, video, animazioni, installazioni alternate a tecniche più tradizionali e artigianali come il disegno e il ricamo, ci trasportano in dimensioni altre, dove tutto può succedere e dove tutto rimane sospeso.

 

Quello evocato dal titolo è un trasporto ipotetico, metaforico, eccezionale nei mondi creati da Eva Marisaldi, popolati da suoni, narrazioni, emozioni, gioco e poesia, riferimenti al teatro, al cinema e alla letteratura, ma anche da viaggi che esplorano con la stessa curiosità territori lontani e complessità dell’essere umano.

 

In catalogo, pubblicato da Silvana Editoriale, testi inediti del curatore, di Emanuela De Cecco, Arabella Natalini ed Elena Volpato.

 

IO, LUCA VITONE

a cura di Luca Lo Pinto e Diego Sileo

 

In occasione della Tredicesima Giornata del Contemporaneo dedicata all’arte italiana, il PAC Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano presenta Io, Luca Vitone, la prima ampia antologica dedicata all’intensa e varia produzione dell’artista italiano nato a Genova nel 1964 e oggi di stanza a Berlino.

 

Partendo dall’architettura, fisica e storica, dei luoghi, Vitone analizza una dimensione personale costruita attraverso la stratificazione di diversi linguaggi legati all’identità e alle radici del luogo stesso. Come un viaggiatore curioso e instancabile, con uno spirito a metà tra l’anarchico e il nomade, il suo lavoro esplora i modi in cui i luoghi costruiscono la loro identità attraverso la cultura: arte, musica, architettura, politica e minoranze etniche.

 

Promossa da Comune di Milano – Cultura e prodotta dal PAC di Milano con Silvana Editoriale in collaborazione con il Museo del Novecento e i Chiostri di Sant’Eustorgio, la mostra è curata da Luca Lo Pinto e Diego Sileo e apre in occasione della Tredicesima Giornata del Contemporaneo, indetta per sabato 14 ottobre 2017 da AMACI Associazione dei Musei d’Arte Contemporanea Italiani di cui il PAC è socio fondatore dal 2003.

 

La mostra resterà aperta nelle tre sedi ad ingresso gratuito per tutta la giornata con appuntamento speciale nel giardino tra il PAC e la GAM alle ore 17:00 insieme al gruppo di cantori del tradizionale Trallallero genovese La Squadra.

 

La Giornata del Contemporaneo vede impegnato il Padiglione milanese da oltre 10 anni nella promozione dell’arte contemporanea italiana con la progettazione di monografiche dedicate ad artisti italiani d’origine, o che hanno scelto il nostro Paese come luogo di formazione e lavoro, affermati ormai nel panorama internazionale, tra i quali Alberto Garutti, Silvio Wolf, Franko B, Adrian Paci, Armin Linke: una linea di programmazione che prosegue oggi con la mostra di Luca Vitone.

 

La mostra al PAC attraversa trent’anni di carriera artistica di Luca Vitone, riunendo per la prima volta i suoi progetti più significativi. Modulandosi sull’architettura dello spazio, l’allestimento si articola nelle diverse sale, ciascuna dedicata ad uno specifico corpo di opere installate nella loro versione originale. Pensando l’intera mostra come un medium, Vitone trasforma infatti lo spazio fisico dell’istituzione in un opera che funziona come un palinsesto attraverso il quale mostrare i suoi lavori, riproponendo per l’occasione un’opera degli esordi ricontestualizzata nello spazio espositivo e una nuova versione dei suoi lavori realizzati con la polvere. Allo stesso modo utilizza il catalogo come ulteriore espansione della mostra.

 

Il progetto si estende inoltre alla città di Milano in due sedi.

 

Il Complesso museale dei Chiostri di Sant’Eustorgio – che comprende una delle basiliche più antiche di Milano fondata nel IV secolo – ospita infatti una sezione, curata da Giovanni Iovane, con opere realizzate tra la fine degli anni ‘80 a oggi, in armonia con uno dei luoghi dell’arte e dello spirito più importanti della città.

 

Il Museo del Novecento invece allestisce per la prima volta l’opera Wide City (1998), acquisita dal Comune di Milano nel 2004. Centro dell’installazione è un modellino della Torre Velasca, architettura simbolo della città, intorno a cui sono disposte 180 fotografie, scattate dall’artista, che ritraggono luoghi particolarmente significativi per alcune delle più numerose comunità di stranieri presenti a Milano.

 

La mostra è realizzata con il sostegno di TOD’S, sponsor dell’attività espositiva del PAC, con il contributo di Alcantara e  Cairo Editore e con il supporto di Vulcano.

 

Il catalogo, pubblicato da Silvana Editoriale, include una lunga conversazione tra Luca Lo Pinto e l’artista e i saggi di Barbara Casavecchia, Jörg Heiser, Giovanni Iovane e Diego Sileo. Concepito come un’ulteriore estensione della mostra, il volume racchiude le riproduzioni di tutte le opere realizzate dall’artista in dialogo con le recensioni delle mostre in cui le opere erano state originariamente esposte, introdotte dai contributi di: Martina Angelotti, Carlo Antonelli, Marco Belpoliti, Ilaria Bonacossa, Michela Casavola / Giacomo Zaza, Roberto Castello, Luca Cerizza, Stefano Chiodi, Giulio Ciavoliello, Simone Ciglia, Andrea Cortellessa, Roberto Costantino, Anna Daneri, Vincenzo De Bellis, Emanuela De Cecco, Elena Del Drago, Rebecca De Marchi, Arianna Di Genova, Giacinto Di Pietrantonio, Eva Fabbris, Paolo Falcone, Silvia Fanti, Giorgio Fasol, Paolo Finzi, Emi Fontana, Raffaella Frascarelli, Giorgio Galli, Gianni Garrera, Giuseppe Garrera, Daniele Gasparinetti, Michele Gialdroni, Elio Grazioli, Barbara Hess, Franco La Cecla, Andrea Lissoni, Enrico Lunghi, Teresa Macrì, Angela Madesani, Guido Mazzoni, Viktor Misiano, Christian Nagel, Alessandro Nieri, Francesca Pasini, Cesare Pietroiusti, Bartolomeo Pietromarchi, Roberto Pinto, Massimo Quaini, Alessandro Rabottini, Letizia Ragaglia, Federico Rahola, Iolanda Ratti, Sandro Ricaldone, Carlo Romano, Alberto Ronchi, Raphael Rubinstein, Claudio Ruggieri Pintapiuma, Gabriele Sassone, Gabi Scardi, Eva Scharrer, Roswitha Schieb, Marco Scotini, Marco Scotti, Diana Segantini, Giuliana Setari, Daniel Soutif, Martin Sturm/Maria Venzl, Francesco Tedeschi, Riccardo Venturi, Giorgio Verzotti, Cesare Viel, Mirko Zardini, Adachiara Zevi.

 

Un ricco public program ispirato alle opere in mostra coinvolgerà come sempre il pubblico di grandi e piccoli nell’universo dell’artista: laboratori olfattivi, workshop di canto polifonico, lezioni di arte contemporanea, visite guidate con i curatori, incursioni di teatro, letteratura, musica e botanica urbana.

 

 

una mostra Comune di Milano – Cultura, PAC Padiglione d’Arte Contemporanea, Silvana Editoriale

in collaborazione con Museo del Novecento e Chiostri di Sant’Eustorgio

in occasione della Tredicesima Giornata del Contemporaneo promossa da AMACI

sponsor PAC TOD’S

con il contributo di Alcantara e Cairo Editore

con il supporto di Vulcano

 

L’APPARENZA DI CIÒ CHE NON SI VEDE

a cura di Ilaria Bonacossa e Philipp Ziegler

 

In occasione della 12a Giornata del Contemporaneo dedicata all’arte italiana, il PAC presenta L’apparenza di ciò che non si vede, una mostra concepita come processo di attivazione attraverso il dialogo dell’archivio fotografico di Armin Linke  (Milano, 1966). L’artista ne ha impostato la struttura, invitando vari teorici provenienti da diversi ambiti di ricerca a vagliare un ampio campione della sua opera fotografica. Leggendo le immagini alla luce del proprio quadro teorico, ciascuna/o di loro ha prodotto una selezione, che illustra la sua specifica visione della società contemporanea.

 

Queste selezioni entrano nella mostra organizzate come una mutevole topologia di dialoghi, trasformandosi in relazione all’architettura modernista del PAC.

 

La mostra propone più di centosettanta immagini fotografiche accompagnate da testi e audio, selezionate tra le oltre ventimila fotografie che compongono l’archivio di Armin Linke. Da più di vent’anni l’artista viaggia per il mondo con l’intento di fotografare gli effetti della trasformazione globale delle infrastrutture e l’interconnessione della società postindustriale attraverso l’informazione digitale e le tecnologie della comunicazione. La sua opera può essere considerata un giornale di bordo dei profondi cambiamenti economici, ambientali e tecnologici che modellano il nostro mondo basato sui dispositivi.

 

Per le cinque installazioni del progetto presentate nel 2015/16 allo ZKM (Centro per l’arte e la tecnologia dei media) di Karlsruhe sono stati invitati a dialogare con l’archivio fotografico di Armin Linke gli studiosi: Ariella Azoulay (Tel Aviv, 1962), Bruno Latour (Beaune, 1947), Peter Weibel (Odessa, 1944), Mark Wigley (Palmerston North, 1956), Jan Zalasiewicz (Manchester 1954). Alla mostra del PAC di Milano si aggiungono i contributi di Franco Farinelli (Ortona, 1948), Lorraine Daston (East Lansing, Michigan, 1951) e Irene Giardina (Catania, 1971) e una nuova installazione dei precedenti interventi.

 

Il progetto e la sua struttura mettono a tema la leggibilità dell’immagine fotografica e l’approccio soggettivo a questioni globali, tenendo conto della natura individuale di metodologie e interessi di ricerca.

 

ARTE E ARCHITETTURA RADICALE

Il PAC presenta l’opera di Superstudio (1966-1978),  il collettivo fiorentino di architettura radicale e radical design che non solo ha influenzato il modo di pensare e progettare di grandi architetti come Zaha Hadid, Rem Koolhaas e Bernard Tschumi, ma ha definitivamente messo in discussione il confine tra arte e architettura, affermandosi come l’ultima grande avanguardia italiana.

 

L’allestimento ricostruirà i progetti più importanti di Superstudio,  riunendo i pezzi di design più iconici, le installazioni e i film e costruendo un dialogo con 19 opere realizzate da altrettanti artisti contemporanei che dalla ricerca del collettivo fiorentino hanno tratto materia per il proprio lavoro.

 

Curata da Andreas Angelidakis, Vittorio Pizzigoni e Valter Scelsi, la mostra ricostruirà i progetti più importanti di Superstudio,  riunendo i pezzi di design più iconici, le installazioni e i film e costruendo, come parte del modello di urbanizzazione totale proposto da Superstudio, un dialogo con le opere di 21 artisti contemporanei che dalla ricerca del collettivo fiorentino hanno tratto materia per il proprio lavoro: Danai Anesiadou, Alexandra Bachzetsis, Ila Beka and Louise Lemoine , Pablo Bronstein, Stefano Graziani, Petrit Halilaj and Alvaro Urbano, Jim Isermann, Daniel Keller and Ella Plevin, Andrew Kovacs, Rallou Panagiotou, Paola Pivi, Angelo Plessas, Riccardo Previdi, RO/LU, Priscilla Tea, Patrick Tuttofuoco, Kostis Velonis, Pae White.

 

SULLA SOGLIA

La prima mostra personale in uno spazio pubblico italiano di Silvio Wolf, realizzata in esclusiva per il Padiglione d’Arte Contemporanea è stata curata da Giorgio Verzotti e ha fatto parte delle iniziative organizzate in occasione della 7° Giornata del Contemporaneo dell’8 ottobre 2011.
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Sette distinte sezioni espositive hanno presentato la sintesi di trent’anni di attività artistica. Silvio Wolf ha progettato un percorso che pone il visitatore al centro di un’esperienza visiva e sensoriale: installazioni ambientali, opere fotografiche e videoproiezioni sono state pensate come stazioni di un viaggio che sin dall’ingresso hanno coinvolto il pubblico attraverso immagini senza tempo, nelle quali la luce è stata l’elemento primario, espressione di un’arte che amplifica la percezione e gli stimoli sensoriali, ponendo il pubblico in una condizione che l’artista definisce “di ascolto”.
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La prima sezione presentava Light Wave, l’opera realizzata per la 53a Biennale di Venezia: la grandiosa scrittura di luce posta sulla soglia del percorso espositivo siglava la dimensione sensoriale della mostra e introduceva alle successive stazioni di questo viaggio. Nelle tre sale seguenti si sono susseguiti i cicli di opere fotografiche: Soglie (immagini simboliche di architetture), Orizzonti (astrazioni del linguaggio fotografico) e Icone di Luce (apparizione e scomparsa dell’oggetto- immagine), che affrontano le principali tematiche dell’artista nel medium fotografico.
Attraverso questi cicli di opere Silvio Wolf ha esaminato con modalità differenti il rapporto di soglia fra reale visibile, superficie e soggetto. L’immagine fissa di queste quattro sezioni ha interagito con quella fluida delle video-proiezioni, che nella quinta sala hanno esplorato in soggettiva spazi pubblici dalla forte connotazione simbolica, e con le suggestioni delle due grandi installazioni site-specific per il parterre al piano terra e la galleria al primo piano.
Le opere ambientali, attraverso l’uso d’irradiazione luminosa, suono, fotografia e superfici specchianti, hanno coinvolto attivamente lo spettatore all’interno dello spazio architettonico. La loro natura e il loro particolare allestimento hanno richiesto al visitatore ora una posizione immobile e contemplativa, ora d’essere consapevolmente presente in spazi pensati come luoghi attivi di esperienza.
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A compimento dell’intero percorso espositivo l’artista ha progettato, in collaborazione con Cinzia Bauci, contralto, e Pier Gallesi, musicista, la performance La Via del Cuore, che è stata presentata dal vivo la sera dell’inaugurazione e la sera dell’8 ottobre per la Giornata del Contemporaneo. La performance è stata successivamente riproposta in forma di registrazione sonora nel corso della mostra. Nata come vera e propria opera nell’opera, essa interpreta acusticamente e performativamente la grande opera-vetrata del parterre, le cui dieci sezioni retro-illuminate hanno accolto simbolicamente lungo altrettante stazioni l’azione dei corpi, la voce umana e il mistico suono dello Shofar, l’antico strumento musicale della tradizione ebraica.
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La mostra è stata accompagnata da un libro-catalogo edito da Silvana Editoriale, con testi di Giorgio Verzotti, Silvio Wolf e un’antologia critica di altri autori.
La mostra è stata promossa dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano e prodotta dal PAC, mentre la Giornata del Contemporaneo da AMACI Associazione dei Musei d’Arte Contemporanea Italiana, di cui il PAC è socio fondatore.
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L’attività annuale del PAC è stata realizzata grazie al sostegno di TOD’S.
Le attività didattiche per il pubblico, ideate e organizzate da MARTE, sono state realizzate con il contributo del Gruppo COOP Lombardia.
La mostra è stata realizzata grazie al contributo di VHERNIER, da sempre in prima linea per promuovere e sostenere l’arte contemporanea, che è fonte di continua ispirazione per le sue opere d’alta gioielleria.
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L’evento è stato reso possibile anche grazie all’apporto di DVR CAPITAL e del light-designer Marco Pollice e con il sostegno delle riviste Arte e Zoom come media partner.
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BIOGRAFIA ARTISTA | Silvio Wolf (Milano, 1952), Visiting Professor alla School of Visual Arts di New York e docente all’Istituto Europeo di Design di Milano, realizza opere fotografiche, installazioni e interventi ambientali utilizzando il video, la luce, la proiezione e il suono.
Ha esposto in musei, spazi pubblici e gallerie in diversi paesi oltre all’Italia, tra i quali Belgio, Canada, Germania, Inghilterra, Lussemburgo, Spagna e Stati Uniti. Ha partecipato a Documenta VIII a Kassel e alla 53a Biennale di Venezia.
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I STILL LOVE

In occasione della 6° Giornata del Contemporaneo indetta da AMACI Associazione dei Musei d’Arte Contemporanea Italiana di sabato 9 ottobre 2010, il PAC ha ospitato, per la prima volta in uno spazio espositivo pubblico italiano, una mostra dedicata a Franko B, artista coraggioso ed eclettico, da anni protagonista della scena live internazionale, che ha espresso nell’arte il tormento dell’esistenza con intensità e genialità inventiva senza eguali, rendendo nelle sue performance sopportabile l’insopportabile.

 

Le azioni spettacolari con cui Franko B incontra il pubblico londinese negli anni ‘90 usando il proprio corpo come strumento, supporto e ipertesto, realizzate alla Tate Modern, all’ICA e alla South London Gallery, diventano immediatamente famosissime. Oggetto del desiderio, usato come una tela, malato o senza difese, tagliato, bucato, steso o ripiegato dalla sofferenza, violato, umiliato o a sua volta minaccioso, denudato o coperto, il corpo dell’artista diventa corpo sociale che azzera ogni separazione tra opera e artista, soggetto e oggetto, arte e vita.

 

“Ciò che mi tocca profondamente delle performance di Franko B – ha dichiarato Marina Abramović nel 2006 – è la sua totale apertura, vulnerabilità e, allo stesso tempo, l’incondizionato amore dato al suo pubblico”.

 

Al PAC Franko B ha presentato l’inedita performance Love in times of pain, strettamente legata all’omonima installazione Love in times of pain del 2009. In mostra per la prima volta in Italia, l’opera, ha rievocato alcuni dei temi centrali del lavoro di Franko B quali la morte, l’erotismo, il dolore e la compassione, proposti in una chiave inedita attraverso l’utilizzo esclusivo del colore nero: una dimensione monocromatica a tratti impenetrabile, elegante oblio che ricopre animali imbalsamati e tele di un denso strato di colore.

 

L’uso del colore nero ha creato una tensione dialettica con la produzione in cui l’artista utilizzava il bianco per coprire i tatuaggi che campeggiano su tutto il suo corpo e farne una sorta di tela, una pagina incontaminata sulla quale inscrivere i segni del proprio linguaggio. Con l’uso dell’acrilico nero l’artista ha ricreato invece la tensione tra la vita e la morte, tra luce e ombra, tra presenza e assenza che ritorna anche nella serie di dipinti in mostra dal titolo Black Painting (2007).

 

Dall’uso dell’acrilico nero alla nuova serie di “cuciti”, ricami inediti che raffigurano animali, corpi, volti e ragazzi che si amano, la cui fragile bellezza è delineata sulla tela bianca da un tratteggio di cotone rosso, dove il filo colorato rimanda formalmente al sangue sul corpo imbiancato dell’artista delle performance degli anni novanta.

 

Hanno completato l’esposizione i video e le fotografie delle performance più famose, e l’installazione Golden Age (2009), una serie di inginocchiatoi totalmente ricoperti d’oro.

 

Il progetto di allestimento, che ha stravolto la consueta percezione visiva all’interno del padiglione milanese restituendo ai visitatori un PAC inedito, è stato affidato a Fabio Novembre, architetto e designer di fama internazionale che ha curato, con il suo studio, per la prima volta l’allestimento di una mostra d’arte.

 

BIOGRAFIA | Nato a Milano nel 1960 e trasferitosi a Londra giovanissimo, Franko B si diploma al Chelsea College of Art and Design e inizia a produrre le proprie opere fin dai primi anni Novanta, spaziando dal video alla fotografia, dalle performance alla pittura fino alla scultura. Protagonista indiscusso dell’ICA, epicentro londinese dei progetti artistici più radicali e d’avanguardia, il suo background è il romantic punk della capitale inglese degli anni ’90. Docente di scultura all’Accademia di Belle Arti di Macerata dal 2009, ha tenuto corsi e lezioni in alcune delle più importanti scuole d’arte internazionali. Ha eseguito le sue performance in prestigiose sedi internazionali per l’arte contemporanea: Tate Modern, Londra, 2003; ICA, Londra, 2008; South London Gallery, Londra, 2004; Palais des Beaux- Arts /Palais voor Schone Kunsten, Bruxelles, 2005; Beaconsfield, Londra 2001; e ancora a Città Del Messico, Berlino, Copenhagen, Madrid e Vienna. La sua performance più recente si è tenuta al Royal College of Art di Londra nel 2010. Ha esposto inoltre a: RuArts Foundation, Mosca, 2007; Victoria And Albert Museum, Londra, 2006; Tate Liverpool, 2003; Contemporary Art Center, Copenhagen, 2002. Le sue opere sono presenti nelle collezioni della Tate, del Victoria and Albert Museum, della South London Gallery e del Modern Art Museum di Tel Aviv.

DIDASCALIA

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La prima retrospettiva dell’artista italiano tra i più rilevanti della scena artistica contemporanea curata da Paola Nicolin e Hans Ulrich Obrist.
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Un arcipelago di oltre 30 opere di differente natura, tra cui una nuova produzione concepita appositamente per il PAC, una serie di lavori storici, alcune riattivazioni di opere recenti e i modelli di progetti mai realizzati, hanno ricostruito al PAC il lavoro di Garutti attraverso le sue opere più significative. Fotografia, scultura, scrittura, installazione, disegno, suono, video, pittura, conversazione e insegnamento: una molteplicità di linguaggi per capire l’evoluzione spesso sorprendente della ricerca dell’artista dagli anni Settanta ad oggi.
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Le opere di Garutti innescano meccanismi di partecipazione e dialogano a più livelli con differenti tipologie di pubblico insieme con le istituzioni politiche ed economiche della città. Questo aspetto è ritornato nella mostra-paesaggio del PAC, nella quale lo spettatore è stato invitato a costruire nuove relazioni e percorsi tra opere, oggetti, immagini e frammenti in esposizione.
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L’artista ha presentato il progetto alla Serpentine Gallery di Londra il 14 ottobre 2012, partecipando alla Memory Marathon: una sequenza di conferenze, performance e testimonianze curate da Hans Ulrich Obrist. L’incontro ha anticipato, in forma poetica e allusiva, alcuni temi e progetti della mostra, introdotti dal curatore all’interno del padiglione disegnato da Herzog & de Meuron e Ai Weiwei.
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Autore di alcuni tra i più efficaci progetti di arte pubblica in Italia e in Europa, dalla seconda metà degli anni Settanta e in più di trent’anni di carriera Alberto Garutti (Galbiate, Como, 1948) ha esplorato la dimensione narrativa e immateriale dell’opera d’arte, la relazione tra la produzione di oggetti e il loro rapporto con lo spazio sociale e i temi strutturanti la pratica stessa dell’arte.
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L’intreccio di mercato e committenza è al centro di lavori come Campionario: stampe digitali su fondo monocromo ( 2007 – 2012) sulle quali una sottile linea nera ricama distanze e relazioni tra luoghi della città cari al potenziale collezionista. Nella serie Orizzonti – dipinti a partire dal 1987 su vetro in bianco e nero, in diverse dimensioni, ognuno dei quali porta il nome del suo committente – Garutti testimonia l’interesse per la sfera di relazioni sentimentali e professionali che formano “l’orizzonte vero della mia vita”.
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A partire dalla metà degli anni ’90 riflette sul ruolo dell’artista nella città come nodo cruciale della sua pratica e lavora come un antropologo, capace di restituire il manufatto architettonico alla comunità, di interrogare se stesso attraverso lo studio degli altri, riattivando la memoria storica ed emotiva del luogo e costringendo lo spettatore a ragionare sulla relazione tra arte, politica e società civile. Nascono così lavori-manifesto come quello a Peccioli tra il 1994 e il 1997, dove restaura la facciata del teatro del borgo vicino a Pistoia e installa la didascalia in pietra “Dedicato ai ragazzi e alle ragazze che in questo piccolo teatro si innamorarono” ; o come “Ai Nati Oggi” ( realizzato in varie città dal 1998 al 2005) dove l’artista collega alcuni lampioni presenti in aree pubbliche ai reparti di maternità cittadini in modo che la nascita di un bambino coincida con l’intensificarsi della luce, che aumenta per poi decrescere lentamente.
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Tutta la mostra è stata attraversata da uno degli elementi caratterizzanti il lavoro dell’artista, l’uso multiforme della didascalia come modalità di diffusione delle opere al pubblico e come meccanismo attivatore di relazioni tra lo spettatore e i contenuti dell’opera.
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L’evento è entrato in stretta relazione con Fuoriclasse. 20 anni di arte italiana nei corsi di Alberto Garutti, la collettiva a cura di Luca Cerizza che è stata allestita nel 2012 alla GAM di Milano. L’unicità dell’approccio didattico sviluppato da Garutti in decenni di insegnamento è parte integrante del suo lavoro e viene raccontata attraverso le opere di 60 artisti che hanno frequentato i suoi corsi.
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Con il contributo della banca BSI è stato realizzato un libro edito da Mousse Publishing e Walther Koenig Verlag, ideato in stretta collaborazione con l’artista, che raccoglie un’ antologia di saggi, le interviste e le conversazioni tra l’artista e Hans Ulrich Obrist e un primo regesto delle opere dal 1974 a oggi.
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La mostra è stata realizzata con il sostegno di TOD’S, sponsor dell’ attività espositiva annuale del PAC.
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Il PAC ha avuto inoltre in programma attività didattiche gratuite per avvicinare il suo pubblico alle opere dell’artista: visite guidate per adulti e laboratori per bambini e ragazzi, ideati e organizzati da MARTE e realizzate con il contributo del Gruppo COOP Lombardia.
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IL DESIGN DELLE IDEE

Inaugurata nel 2010 al PAC Padiglione d’Arte Contemporanea la grande retrospettiva di Armando Testa, che riportava alla ribalta il lavoro di questo poliedrico artista. La mostra presentava un aspetto meno noto della sua opera, quello della sua attività di designer, in concomitanza con gli eventi targati Salone del Mobile che hanno animato Milano nella settimana dell’inaugurazione.
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L’iniziativa ha arricchito una serie di importanti antologiche del maestro: le retrospettive presentate al Museo del Castello di Rivoli e a Castel Sant’Elmo a Napoli nel 2001; la mostra presso l’Istituto Italiano di Cultura di Londra nel 2004. Armando Testa è stato nuovamente protagonista al PAC, dopo la personale che gli era stata dedicata nel 1984, ormai già universalmente riconosciuto come grande creativo e padre della pubblicità italiana.
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Curata da Gemma De Angelis Testa e da Giorgio Verzotti, la mostra non è stata una mera celebrazione dell’estro del grande pubblicitario, autore di personaggi e situazioni da tempo entrate nell’immaginario collettivo di gran parte degli italiani; ha voluto, piuttosto, lasciar emergere alcuni aspetti meno considerati della creatività del grande maestro, dando spazio alle sue realizzazioni come progettista di oggetti, connotati dall’ironia e dalla fantasia che caratterizzano ugualmente la sua attività nell’ambito pubblicitario.
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Armando Testa è stato infatti anche un designer, come dimostrano gli elementi di arredo presenti in mostra, e molte sue idee grafiche dovevano – come testimoniano i progetti – arrivare a uno sviluppo plastico. Questa tensione ha accompagnato tutto il lavoro di Testa, sia quello più specificamente dedicato alla pubblicità sia quello più libero e praticato parallelamente, nella sua attività di pittore e scultore.
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L’interesse di Testa per l’arte visiva, l’architettura e il design condiziona sin dalle origini la sua attività: il primo manifesto importante ICI, datato 1937, si rifà esplicitamente all’astrazione geometrica. Esso era presente in mostra insieme a una campionatura delle maggiori invenzioni effettuate nel corso di almeno cinquant’anni di attività, prima da solo e poi a capo di un’agenzia che ha fatto storia nel linguaggio pubblicitario italiano e non solo, anticipando innovazioni formali e concettuali di importanti artisti contemporanei. La scelta delle opere ha permesso ai visitatori di verificare la “persistenza” della tensione verso la resa plastica del segno, cogliendo insieme l’evoluzione del linguaggio dell’artista: le sfere di Punt e Mes realizzate come bassorilievo, i personaggi conici di Carmencita e Caballero che hanno iniziato il cinquantennale connubio fra Armando Testa e Lavazza e che qui son diventate sculture accanto a diversi altri oggetti inediti, fino a giungere alle croci del 1990, vera reinvenzione del simbolo religioso.
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Un altro aspetto poco noto è quello del disegno: Testa è stato un assiduo disegnatore, questa pratica accompagnava quasi interamente il suo tempo di lavoro, fino a consentirgli di realizzare una mole amplissima di piccole carte, che potremmo definire “appunti” in vista di realizzazioni maggiori. Una selezione molto stringata di disegni inediti a pastello o di acquerelli era parte integrante del percorso espositivo al PAC.
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In mostra anche il cortometraggio che Pappi Corsicato ha dedicato ad Armando Testa dal titolo Povero ma moderno, presentato con successo e premiato alla Mostra Cinematografica di Venezia 2009. Il documentario, diretto da uno dei più inventivi registi italiani, vale come documentazione creativa dell’opera del maestro, introducendoci al lato umano di questo autorevole sognatore, alla sua ironia, alla sua fantasia, al suo anticonformismo.
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Il catalogo, pubblicato da Silvana Editoriale, contiene i testi dei due curatori e i preziosi contributi di Germano Celant e del semiologo Ugo Volli.
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Come di consueto si e svolto un programma di attività didattiche per il pubblico ideato e realizzato da MARTE.
L’attività espositiva annuale del PAC è stata realizzata grazie al sostegno di TOD’S.
La mostra è stata realizzata anche grazie al contributo di Lavazza e dell’agenzia Armando Testa, che collaborano insieme, forse unico caso in Italia, da più di 50 anni.

VB65

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Quella di Vanessa Beecroft al PAC è stata la prima mostra in uno spazio pubblico milanese della grande artista italiana di fama internazionale formata presso l’Accademia di Belle Arti di Brera agli inizi degli anni Novanta.
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In mostra una nuova performance dal titolo VB65 appositamente ideata per il PAC, e 16 video di precedenti performances dell’artista ( Genova 1969; vive a Los Angeles), tra cui le più recenti VB61 e VB62, ma anche alcune dei suoi esordi come VB16 e VB35, rieditate su dvd e proposte al pubblico in anteprima mondiale. Un’occasione davvero unica e inedita per vedere insieme un così nutrito gruppo di lavori della star italiana dell’arte contemporanea, molti dei quali mai mostrati prima.
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La performance VB65
I drammi dell’immigrazione sono al centro di VB65, la prima performance in cui l’artista ha utilizzato solo uomini. Venti immigranti africani stavano seduti a una tavola trasparente di dodici metri come a un’ultima cena, con abiti da sera, smoking, vestiti formali neri eleganti, ma a volte fuori misura, strappati, impolverati o vecchi. Di fronte a un pubblico di invitati mangiavano carne e pane nero senza piatti, senza posate, e bevevano acqua e vino. I commensali sedevano silenziosamente durante la performance. Il pubblico appariva come ospite non invitato alla loro cena. Mangiavano cibo intero, non tagliato. L’immagine ha una sacralità ben evidente e chiari riferimenti pittorici, ma rimanda anche alla cruda realtà che questi uomini vivono ogni giorno nel nostro Paese. Il PAC appariva come la loro casa in cui noi siamo stati gli ospiti che non si siedono con loro. Questi uomini erano veri immigrati che arrivarono dall’Africa a bordo di una barca. È stato chiesto loro di lavorare due giorni interi, preparati anche a comprendere il concetto e il fatto che quest’immagine fosse una finzione, una metafora e che doveva comunicare un certo messaggio al pubblico. Era importante che i performer non rompessero il silenzio e la tensione tra loro e il pubblico, affinché l’immagine rimanesse intatta. Il video dell’opera è stato donato dall’artista alle Civiche Raccolte d’Arte del Comune di Milano.
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“Vanessa Beecroft ha proposto al mondo dell’arte una serie di performance che affondano le radici nella pittura e nella scultura antica, scegliendo e prendendo per questo all’inizio, ma non solo, performer dalla strada, non alla stregua del neorealismo del cinema italiano, ma piuttosto ispirandosi alla fase successiva, a quel realismo pittorico che fu di Pier Paolo Pasolini. Difatti, le modelle, quasi sempre tutte donne, venivano impiegate anche per fare un commento sul consumo del corpo femminile nella società dello spettacolo contemporaneo che del corpo e della sua estetica ha fatto il centro della riflessione sociale” disse G. Di Pietrantonio, curatore della mostra.
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Che si trattasse di un’azione con cui l’arte entrava nel sociale era reso evidente anche dalle performance degli ultimi anni in cui l’artista ha impiegato sempre più donne di colore in riferimento alle prostitute nigeriane che costellano il centro storico di Genova. VB48, nel 2001, nella stessa sala di Palazzo Ducale dove si sarebbe tenuto il G8, vide trenta modelle di colore disposte come in una composizione pittorica antica; commento dell’artista in occasione del ritorno alla città natale e frutto del suo interesse per la luce di Caravaggio e per le composizioni monocromatiche, in questo caso nero su nero.
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VB54 è la performance del 2004 tenutasi nel Terminal 5 del Kennedy Airport di New York: una cinquantina di modelle sempre di colore stavano nella lounge incatenate ai piedi con manette uguali a quelle usate dagli uffici dell’immigrazione a memoria della deportazione degli schiavi e difatti l’autorità aeroportuale non tardò ad interrompere l’azione. Performance che, partita da una composizione geometrica, via via perse la sua forma originaria.
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Con questo l’artista passa ad inserire nel suo lavoro anche i riferimenti all’espressionismo astratto che si rese più evidente nella performance VB61 presso la Pescheria di Rialto a Venezia, nel 2007, durante la Biennale. Qui corpi di donne di colore giacciono distesi a terra schizzati dall’artista stessa con colore rosso per mettere in atto un’opera che sta tra mattanza e action painting, un modo per riflettere sui drammi di sempre della libertà dell’esistenza a seguito di soggiorni che Vanessa ha intrapreso in Sudan, terra di costanti guerre etniche.
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La donna è ancora al centro della performance VB62 realizzata da Vanessa Beecroft a Lo Spasimo di Palermo. Ventisette donne dipinte di bianco si sono confuse a tredici statue in gesso con un richiamo alla scultura siciliana barocca ed in particolare a quella dell’artista Giacomo Serpotta (1656 – 1732, Palermo). Una ricerca voluta dalla Beecroft ed enfatizzata dallo spazio di accoglienza, la Chiesa di Santa Maria dello Spasimo, che ha rappresentato una nuova occasione per indagare la condizione femminile nell’arte e nella vita attraverso il corpo.
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La performance VB65 è stata realizzata con il sostegno di TOD’S ed accompagnata da un catalogo edito da Electa con un testo critico di Giacinto Di Pietrantonio e un ricco apparato di immagini.
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La performance è stata prodotta dal Comune di Milano-Cultura e da MiArt, in esclusiva assoluta per il PAC Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano.

LA SCENA DELL’ARTE

La mostra Ugo Mulas. la scena dell’arte tenutasi al PAC Padiglione d’Arte Contemporanea illustrava l’evoluzione della ricerca fotografica di Ugo Mulas (1928 – 1973), una delle figure più importanti nel panorama della fotografia contemporanea.

L’esposizione era strutturata in due mostre parallele, rispettivamente al PAC di Milano e al MAXXI di Roma, per poi confluire, a giugno, negli spazi della GAM di Torino.

La mostra al PAC ha ricostruito l’evoluzione del percorso artistico di Mulas tra gli anni Sessanta e Settanta e il passaggio dal reportage sociale alla fotografia analitica, attraverso 250 opere disposte in un itinerario espositivo articolato in sezioni parallele: una struttura aperta che segue il doppio filo della documentazione dell’arte e dell’evoluzione linguistica dell’opera di Mulas.

Il percorso della mostra si apriva con le immagini di New York, arte e persone (1964 – 1967), uno dei lavori più celebri del fotografo milanese. Nella grande metropoli americana Mulas ebbe due guide d’eccezione: il gallerista Leo Castelli e Alan Solomon, entrambi conosciuti alla Biennale del ’64 , che lo introdussero nella scena dell’arte tra critici, studi di artisti e galleristi, happening e serate negli atelier. Mulas incontra e ritrae Duchamp, Warhol, Lichtenstein, Johns, Christo, Segal, Rosenquist, Dine, Oldenburg, Rauschenberg, Cage, superando definitivamente la tradizione del reportage classico. Nei suoi ritratti non c’è interesse alla mera documentazione, alla narrazione dei fatti. “..quello che mi interessa é dare un’idea del personaggio in rapporto al risultato del suo lavoro, cioé di capire quale dei suoi modi e atteggiamenti é decisivo rispetto al risultato finale.”(Ugo Mulas). Il tentativo è quello di rendere la disposizione mentale dell’artista e non la mera registrazione dell’evento, del gesto, dell’istante.

La sezione dedicata alle Nuove Ricerche (1967 – 1969) testimoniava lo straordinario lavoro di riflessione critica che Mulas dedica alla fotografia. La crisi del reportage e del linguaggio fotografico, che in quegli anni viene travolto dall’avvento delle immagini televisive, spingono il fotografo milanese alla sperimentazione e ad esplorare le diverse possibilità comunicative del mezzo fotografico. Gli scatti non sono più solo destinate alle riviste illustrate, ma diventano opere create per essere pubblicate su libri e cataloghi (Vitalità del Negativo,Calder, Melotti); esposte come grandi provini (Johns, Newman, Noland); raccolte in cartelle fotografiche (Fontana, Duchamp e Montale) oppure utilizzate per scenografie teatrali (Wozzeck, Giro di Vite). I grandi formati, le proiezioni, le solarizzazioni, l’uso dell’iconografia del provino, sono tutti elementi che Mulas recupera dalla pratica quotidiana del suo fare, dalle sperimentazioni pop e new dada e da un’attenta rilettura della storia della fotografia: una risposta creativa e innovativa di fronte ai cambiamenti radicali apparsi alla fine del decennio. In questa sezione è stato esposto Campo Urbano (Como, 1967) restaurato grazie al contributo del Comune di Milano e restituito al pubblico dopo oltre vent’anni di oblio.

Al PAC il pubblico ha potuto ammirare infine le Le Verifiche, una delle opere fondamentali nella storia della fotografia contemporanea italiana.
“…Ho chiamato questa serie di foto Verifiche, perché il loro scopo era quello di farmi toccare con mano il senso delle operazioni che per anni ho ripetuto cento volte al giorno, senza mai fermarmi una volta a considerarle in se stesse, sganciate dal loro aspetto utilitaristico.” (Ugo Mulas)
Con la consapevolezza di vent’anni di esperienza pratica Mulas affronta i temi tecnici e i dettagli pragmatici del fare fotografia. L’uso dell’obiettivo, gli effetti del grandangolo, la pellicola e le proprietà della sua superficie sensibile diventano soggetti e allo stesso tempo spunti di riflessione critica sulla propria arte, sul ruolo del fotografo e sul suo rapporto con la macchina.

Completava la mostra una selezione di immagini sulla Milano degli anni Cinquanta – le Periferie. Sono i primi lavori di un Mulas autodidatta, che si fa interprete di una città complessa e piena di contraddizioni: dai dormitori ricovero dei senza casa ai quartieri borghesi, dalle case degli operai ai volti dei lavoratori. Immagini di una Milano ormai dimenticata, oggi stravolta dalla modernità e dai paradossi della tecnologia. Una serie di foto che permetterà al pubblico di tornare alle origini del lavoro di Mulas, contestualizzando l’evoluzione di vent’anni di ricerca.

Le tre mostre sono state accompagnate da un unico catalogo che ha riprodotto il corpus complessivo dell’opera di Mulas.

Grazia Toderi

Il PAC ha voluto proseguire la programmazione 2006 con la mostra di Grazia Toderi che presentava nuove opere create per l’occasione e un’ampia raccolta dei suoi video.

Nella ricerca di Grazia Toderi (Padova, 1963), una delle più interessanti personalità emerse nella generazione artistica italiana del primo decennio del 2000, il teatro lirico italiano è un elemento fondamentale, presente al PAC con un lavoro (nel 2006 inedito) realizzato con la collaborazione del Teatro alla Scala di Milano nell’estate 2006.
Grazia Toderi ha dedicato alcuni video di grande bellezza al Teatro La Fenice di Venezia, al Teatro Rossini di Pesaro, al Teatro Massimo di Palermo, al Teatro Comunale di Ferrara e a quello di Modena e ad altri più periferici, piccolissimi e preziosi. Attraverso la rilettura di questi luoghi decisivi nella cultura musicale, artistica e architettonica italiana Grazia Toderi ha proposto un’interazione tra il patrimonio storico e il linguaggio contemporaneo dell’arte visiva. Ha inoltre, spesso, preso a tema le architetture a pianta centrale, arene e stadi italiani, europei e americani. Le sue immagini di queste architetture, rielaborate e arricchite da luci e movimenti, si trasfigurano in corpi siderali che si fanno tramite e luogo di sintesi tra lo spazio cosmico e quello umano. Al PAC un flusso continuo coinvolge tutto lo spazio ed evoca appunto il rapporto tra terra e cielo.
Nelle due proiezioni del video Scala nera, 2006, l’immagine del Teatro alla Scala è virata in una tonalità che allude al buio nel momento in cui sta per iniziare lo spettacolo. In una proiezione l’immagine è frontale; nell’altra il teatro, raddoppiato in modo da costituire una ellissi circondata dai palchi, ruota attorno al proprio asse. L’ovale nero, nucleo germinale e segreto, crea un’attrazione ipnotica. Da un lato la sua forma ellittica ci riporta al lavoro sugli stadi; dall’altro evoca una grande bocca che ricorda i ritratti dei personaggi delle commedie di Plauto, o del Giardino di Bomarzo. Questa ellissi nera diventa simbolo di una sedimentazione così profonda da diventare imperscrutabile.
L’altro lavoro si intitola Rosso Babele, 2006, due proiezioni video. Attraverso la sovrapposizione di riprese di città appare una materia rossastra, brulicante di luci, dalla quale si innalza, si sgretola, sprofonda una torre, formata dalla stratificazione di centinaia di livelli di trasparenza. Una moderna Torre di Babele che si intreccia alla moltitudine di città indistinte dove, sempre più spesso, il significato profondo del linguaggio fluttua tra crescita, moltiplicazione e distruzione, tra eccesso di informazione e impoverimento del messaggio. Il titolo si collega a quella tonalità notturna delle lampade ai vapori di sodio dell’illuminazione stradale. Un colore rossastro che non esiste nella tavolozza e che Toderi chiama “Rosso Babele”, proprio per la sua mobilità e indefinitezza per lo sguardo, ma anche per l’ossessivo sovrapporsi di livelli che attornia la Babele che stiamo attraversando.

La mostra si articolava in un’ampia sequenza di proiezioni tra le quali: Zuppa dell’eternità e luce improvvisa, 1994, dove l’artista tenta di camminare e aprire un ombrello completamente immersa in una piscina, sperimentando l’assenza di gravità, tema che ritroveremo poi nel video dedicato alle riprese televisive dello sbarco sulla Luna, Nata nel ’63, 1996, e in Ragazzi caduti dal cielo, 1998, che collega lo spazio dell’immaginazione filmica – il video è dedicato al film “Il Mago di Oz” – a quello cosmico.
Il legame con la televisione e i media riappare nei video dedicati alle riprese televisive degli stadi, Il decollo, 1998, San Siro, 2000, Diamante, 2001, e in Q, 2003, ispirato invece al famoso quiz televisivo italiano “Rischiatutto”. Il rapporto reale e simbolico con lo spazio siderale trova un’ulteriore lettura nelle immagini prese dall’alto di Milano, 2005, dove le luci intermittenti che brillano tra il tessuto urbano creano un collegamento con le costellazioni e in Empire, 2002, dove nell’immagine satellitare notturna degli Usa, anch’essa brulicante di luci, sembra quasi che quei punti luminosi provengano dalla terra stessa e si immergano nel firmamento. L’attenzione ai monumenti architettonici storici ritorna in Rendez-vous, 2005, che riprende, in una doppia proiezione, la cupola della chiesa – progettata da Juvarra – di Sant’Uberto nella Reggia della Venaria Reale, vicino a Torino. Catalogo a cura di Skira con testi di Joao Fernandes e di Francesca Pasini.

Come di consueto, la mostra è stata accompagnata da un programma di attività didattiche per ragazzi, visite guidate per singoli visitatori e gruppi. Iniziative realizzate con il sostegno del Gruppo COOP Lombardia. Si è tenuta inoltre l’undicesima rassegna di PAC in Concerto – concerti di musica contemporanea legati ai contenuti della mostra.
La mostra è stata realizzata con il sostegno di TOD’S ed Epson Italia.

APERTO PER LAVORI IN CORSO

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Il PAC ha offerto i propri spazi a un gruppo di artisti italiani delle ultime generazioni perché in essi vi sperimentino la realizzazione di un’opera e agisce da committente per lavori che entreranno nelle collezioni pubbliche della città.
Come disse Francesca Pasini, curatrice del progetto insieme a Lucia Matino, “è una rara occasione per trasferire, quasi in tempo reale, la suggestione visiva che avviene quando si discute di un lavoro che c’è o di uno che si vorrebbe fare. Invece di aspettare l’opportunità di un tema in cui inserire queste proposte, ho scelto, al contrario, di farmi guidare dagli artisti. Aperto per lavori in corso vuole rappresentare la velocità mentale dell’arte e il sogno, non sempre esaudibile, di realizzare subito un’idea, prima che sfiorisca o venga superata da un’altra. Per fare questo era necessaria un’urgenza reale e un’esposizione breve, altrimenti si sarebbe rientrati nella “normale” progettazione di una mostra. Ma questo è anche un modo efficace per dare visibilità agli artisti italiani delle ultime generazioni, sperando che ciò possa contribuire alla loro conoscenza in Italia e all’estero”.
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Alcuni artisti hanno usato il PAC come oggetto o luogo del loro lavoro: Elisabetta Di Maggio ha intagliato l’intonaco del muro dell’arco di ingresso creando un grande merletto “a parete” che è diventato un’opera permanente, mentre Marcella Vanzo lo ha usato come set per il casting e la realizzazione di un video. Marcello Maloberti ha messo a punto un’installazione specifica nel cortile del PAC; Dacia Manto ha disegnato sul pavimento con perle opalescenti una speciale mappa della volta celeste. Sarah Ciracì ha creato un apparato di speciali sedute per assistere alla sua video proiezione, “2012”, presentata in Giappone lo scorso anno. Maurizio Vetrugno ha rielaborato per lo spazio del PAC un’opera di tappezzeria ricamata e quadri. Cesare Viel ha presentato una nuova versione della sua performance su Virginia Woolf. Ottonella Mocellin e Nicola Pellegrini hanno proposto la loro performance “Il gioco della verità” in una nuova veste. Chiara Camoni ha presentato per la prima volta il video “Mefite”, in una versione specifica, dalla quale potrebbero nascere altre modalità di proiezione. Marzia Migliora e Elisa Sighicelli hanno adattato la loro video animazione in 3D, “Pitfall”, realizzata lo scorso anno a Parigi, e ancora, la stessa Migliora ha presentato degli appunti personali in formato video. Marta Dell’Angelo ha portato al PAC un suo recente lavoro. Alice Guareschi ha proiettato il suo “Racconto d’inverno # 3”, inedito in Italia. Margherita Morgantin ha usato una parete del PAC per mostrare una fase del suo lavoro composto da disegni, immagini, foto e video. Virginie Barré, nel rapporto di scambio tra il PAC e la Biennale d’Art Contemporain di Lione, ha portato a Milano una sua installazione. Nell’arco della giornata del 15 ottobre alcuni degli artisti hanno eseguito delle performance: Marcella Vanzo, Cesare Viel, Ottonella Mocellin e Nicola Pellegrini.
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Hanno collaborato alla realizzazione della mostra: Biennale di Lione, MiArt 2006 – Fiera Internazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Sotheby’s e RaiSat Ragazzi, Edizioni Olivares Art shorts & Video, Centro di Documentazione Careof & Viafarini. Con il sostegno di TOD’S.
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SPAZI ATTI / FITTING SPACES

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Il programma espositivo del Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano nell’autunno 2004 ha proseguito con una mostra collettiva dal titolo SPAZI ATTI / FITTING SPACES: 7 artisti italiani alle prese con la trasformazione dei luoghi.
La mostra è stata curata da Jean-Hubert Martin e Roberto Pinto e proponeva opere di Mario Airò – Massimo Bartolini – Loris Cecchini – Alberto Garutti – Marzia Migliora (con la collaborazione di Riccardo Mazza) – Luca Pancrazzi – Patrick Tuttofuoco, sette artisti che, in questi ultimi anni, hanno lavorato intorno al concetto di spazio sensibile, da fruire mediante i sensi, da vivere e abitare. Nell’esposizione si tiene conto di differenti approcci a questo aspetto della ricerca e vengono realizzate installazioni ad hoc che riflettono il modo di costruire la percezione dello spazio e dei luoghi ed interagiscono con la struttura espositiva. Il PAC ha visto pertanto alternarsi spazi reali, risultato di vere e proprie costruzioni ideate dagli artisti trasformando gli ambienti preesistenti, a spazi virtuali creati con luci suoni e odori.
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Esiste ormai una lunga tradizione artistica che, mettendo da parte la rappresentazione della realtà, impegna direttamente l’artista nella trasformazione della spazio che lo circonda. Tutte le esperienze di contaminazione tra arte e architettura, presenti quasi in ogni epoca storica, hanno concorso a formare questa tradizione. Ma se ci si sofferma soltanto in ambito contemporaneo si possono trovare radici molto precise nel lavoro di Lucio Fontana che con forme e luci trasforma gli spazi di gallerie e musei dando vita ai suoi ambienti spaziali.
Se poi si ragiona su Milano, non si può non rilevare come questa città abbia costruito gran parte della sua riconoscibilità internazionale su un’idea precisa di ‘immagine’ dovuta alla combinazione di sapienza artigianale/industriale e di raffinata capacità estetica. Questa combinazione si declina in diversi ambiti, dalla moda al design (e per certi aspetti anche nella pubblicità e nell’editoria) partendo dalla relazione che l’uomo ha con il proprio ambiente spaziale, per riprendere le parole di Lucio Fontana, relazione che si esplicita costruendo quella pellicola che ci protegge e ci rappresenta e che consiste negli abiti che indossiamo, in tutti quegli oggetti e forme con cui riempiamo i luoghi dove viviamo e che ci rendono più confortevole, piacevole e culturalmente ricca la vita.
Anche dal punto di vista architettonico questa città ha un’apparenza di grande uniformità: pur esistendo architetture di differenti tipologie o stili ed epoche storiche distanti tra loro, c’è un certo senso dell’ordine e una tonalità di fondo che amalgamano il paesaggio intorno a noi. Si può inoltre notare la tendenza a rendere più accogliente l’interno, la corte, piuttosto che l’esterno.
Alcuni tra i più interessanti artisti italiani, soprattutto quelli che gravitano intorno alla città lombarda, hanno approfondito e sviluppato la ricerca su questi concetti di spazio sensibile e la mostra allestita al PAC intendeva testimoniarne il lavoro.
C’è stata, inoltre, una sezione dedicata ad alcuni progetti degli stessi artisti presenti in mostra, sempre sul tema della trasformazione dello spazio. Un video a cura di Mario Gorni ha documentato il backstage della mostra con interviste agli artisti.
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L’esposizione è stata accompagnata da un catalogo con testi in italiano e inglese, contenente un’introduzione del curatore, un testo di Jean-Hubert Martin e i saggi di sette diversi autori: Lorenzo Bruni (per Mario Airò); William S. Wilson (per Massimo Bartolini); Gianfranco Maraniello (per Loris Cecchini); Carlos Basualdo (per Alberto Garutti); Emanuela De Cecco (per Marzia Migliora); Elio Grazioli (per Luca Pancrazzi ); Gyonata Bonvicini (per Patrick Tuttofuoco).
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In occasione della mostra la Sezione Didattica del PAC ha organizzato OcchiOrecchiOlfatto, iniziative realizzate con il sostegno del Gruppo COOP Lombardia. In aggiunta la rassegna PACinConcerto con 4 appuntamenti fra arte e musica contemporanea, e l’iniziativa Domenica out, 7.
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La mostra è realizzata con il sostegno di TOD’S e Motorola. Media sponsor: Metro Pubblicità.
Comunicato dell’Assessore alla Cultura e Musei, Salvatore Carrubba.
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IL FUTURISMO A MILANO

a cura di Emmanuele Auxilia e Fabio Fornasari
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La mostra presenta 75 opere di diversi futuristi fra i quali spiccano Boccioni, Carrà, Russolo, Balla, Severini, per citare solo alcuni dei firmatari del Manifesto dei pittori futuristi dell’11 febbraio 1910, circa 40 disegni di Boccioni e Balla, il tutto di proprietà delle collezioni civiche milanesi.
E’ dalla nascita del Movimento Futurista ad oggi che nelle collezioni civiche milanesi sono entrate, attraverso donazioni, lasciti e acquisti, le opere che costituiscono l’esposizione al PAC.
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La donazione portante del nucleo futurista è quella di Ausonio Canavese che nel 1934 cedette al Comune di Milano un gruppo eccezionale di opere di Boccioni, composto da 14 dipinti, 47 disegni e dal modello in gesso della scultura Linea e forza di una bottiglia, oltre a opere di Balla, Dal Monte, Depero, Dottori, Funi, Oriani e Notte. Ultimi acquisti delle Civiche Raccolte d’Arte, in ordine di tempo (1999), sono l’acquaforte Lago con cigni e il pastello Ritratto di Innocenzo Massimino, entrambi di Boccioni.
Con queste opere, conservate in questi cento anni di vita delle collezioni civiche, la Direzione Raccolte d’Arte presenta i suoi capolavori futuristi alla città dove il movimento è nato, la grande Milano tradizionale e futurista, per dirla con Marinetti, che si è sentita interprete e interpretata dal movimento rivoluzionario che alle soglie del secolo scorso ha cambiato il pensiero artistico italiano.
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Il nucleo futurista è composto da capolavori che costituiscono l’aggancio ideale per una lettura del novecento che parta dalle opere della sua prima Avanguardia all’Arengario di Piazza Duomo, nel centro di Milano. Nel percorso della mostra, infatti, il Comune di Milano presenta i risultati dell’ideazione del nuovo museo (l’attuale Museo del ‘900), esponendo i disegni e i plastici del progetto di Italo Rota.
Il percorso del nuovo museo accoglierà il visitatore con il grande quadro di Pellizza da Volpedo Il Quarto Stato, dipinto nel 1901, testimonianza indiscussa del divisionismo italiano da cui i futuristi appresero il primo vocabolario per l’elaborazione della loro rivoluzione.
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La mostra inizia dalla visita al Quarto Stato, esposto nelle sale al 1° piano della Galleria d’Arte Moderna, proseguendo dentro il PAC con le opere futuriste allestite a cura di Emmanuele Auxilia e Fabio Fornasari.
I dipinti e le sculture provengono dalle collezioni Jucker, Grassi, Boschi e dal CIMAC – Civico Museo d’Arte Contemporanea di Palazzo Reale, attualmente chiuso per restauri, le cui raccolte vengono esposte a rotazione al Palazzo della Permanente; i disegni di Boccioni e di Balla dal Gabinetto dei Disegni del Castello Sforzesco.
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Alcune opere in mostra: di Boccioni, il trittico Stati d’animo, 1911 (donazione Canavese, CIMAC), Elasticità, 1912 (Collezione Jucker) e Forme uniche di continuità nello spazio, 1913 (acquistata nel 1934 presso F.T. Marinetti) , la cui immagine è stata adottata recentemente dalla Zecca di Stato per la moneta da 20 centesimi di EURO; di Balla Bambina che corre sul balcone, 1912 (Collezione Grassi); l’Autoritratto del ’13 di Mario Sironi (CIMAC); Achille Funi, Uomo che scende dal tram, 1914 (donazione Canavese).

OMAGGIO A GILLO DORFLES

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a cura di Martina Corgnati
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Il PAC presenta al pubblico la mostra antologica Omaggio a Gillo Dorfles con l’esposizione di un centinaio di opere dell’artista e critico triestino – eseguite dal 1935 al 2000 – e di diverse opere di alcune grandi figure di riferimento.
La rassegna, a cura di Martina Corgnati, vuole restituire la ricchezza e l’unicità della figura artistica ed intellettuale di Gillo Dorfles, ripercorrendo tutte le tappe del suo percorso.
Una sezione a parte è riservata all’attività del MAC (Movimento Arte Concreta) e alla partecipazione di Dorfles al movimento: in mostra le preziose cartelle di grafica edite dalla Galleria Salto nel 1948 e 1949 (cartella di 12 stampe a mano, e 24 litografie originali), la cartella di linoleum di Dorfles, Monnet, Veronesi (Salto, 1956), la serie completa dei Bollettini del MAC e dei successivi Documenti d’Arte d’Oggi, oltre ad alcune opere originali del membri fondatori, Soldati, Munari e Monnet.
Un’altra sezione della mostra è invece riservata agli artisti con cui Dorfles si confronta, direttamente o no, e da cui prende spunto, specie negli anni Trenta e Quaranta, per l’elaborazione del proprio linguaggio pittorico. Un confronto fino ad oggi mai tentato e che conferma l’anomalia della figura di Dorfles nel contesto dell’arte italiana nell’epoca che precede la Seconda Guerra Mondiale e per tutto il decennio successivo; e per contro i suoi legami con i protagonisti del Surrealismo e del Blaue Reiter. In questa sezione trovano posto fra l’altro opere di Klee, Kandinsky, Arp, Sophie Täuber, Matisse, Mirò, Tanguy. La rassegna è completata dalle edizioni originali di tutti i testi critici e teorici pubblicati da Dorfles, oltre che da una selezione di fotografie e da alcuni video.
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Gillo Dorfles è uno dei personaggi più interessanti nella cultura critica ed artistica del secolo scorso in Italia. Nato a Trieste nel 1910, Dorfles si laurea in medicina (specializzazione in psichiatria), ma sin dai primi anni Trenta associa alla formazione scientifica un profondo interesse e una speciale apertura verso la pittura, l’estetica e, in generale, le arti. Nel 1934 si reca a Dornach per seguire una serie di conferenze di ambito steineriano al Goetheanum; contemporaneamente incomincia a dipingere, realizzando numerose tele influenzate in parte dall’ambiente antroposofico. Complessa e multidisciplinare, dunque, l’indagine sulle strutture e sulle espressioni umane ed artistiche impostata da Dorfles già nella fase iniziale della sua attività; sostanzialmente estranea alle tendenze dominanti della cultura italiana di quel momento, e associabile invece piuttosto al clima mitteleuropeo (culla, nei trent’anni precedenti, della psicoanalisi freudiana come della teoria steineriana e di un ambiente artistico cosmopolita e ricettivo, ben rappresentato dal Blaue Reiter come dal primo Bauhaus) e ad alcune componenti del Surrealismo.
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Nel 1948, dopo il trasferimento a Milano, Dorfles è fra i fondatori del MAC insieme ad Atanasio Soldati, Gianni Monnet, Bruno Munari. Fino alla fine degli anni Cinquanta partecipa a tutte le mostre del gruppo in Italia e all’estero, accompagnando i propri interventi pittorici, assai originali rispetto al concretismo classico, con una vivace attività teorica, a base di articoli, manifesti, testi e saggi, a sostegno e precisazione delle posizioni del gruppo. E’ questa una fase d’intensa ed ininterrotta produzione pittorica che comprende numerosi oli e tempere caratterizzati per lo più da un linearismo sinuoso e liberissimo, di matrice organica, e da un cromatismo curioso e sperimentale, oltre ai famosi Monotipi risalenti alla fine del sesto decennio.
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Poi, l’attività teorica e gli impegni universitari (ricopre la cattedra di Estetica presso l’Università di Milano, poi di Cagliari e di Trieste) prendono momentaneamente il sopravvento: del Dorfles pittore si perdono le tracce fino al 1986, data della mostra personale allo Studio Marconi di Milano. Da questo momento Dorfles non ha più abbandonato l’attività pittorica senza tuttavia rallentare quella critica: per citare soltanto alcune delle pubblicazioni più importanti apparse negli ultimi anni, si ricordano qui Elogio della disarmonia (Garzanti, 1986), Il feticcio quotidiano (Feltrinelli, 1990), Fatti e fattoidi (Neri & Pozza, 1997), Conformisti (Donzelli, 1997).
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Del Dorfles pittore hanno scritto fra l’altro Mirella Bandini, Luciano Caramel, Luigi Cavadini, Claudio Cerritelli, Martina Corgnati, Maria Cristina Di Geronimo, Ugo Di Pace, Marco Meneguzzo, Patrizia Serra, Emilio Tadini, Enrica Torelli Landini. Nel 1986 è uscita un’importante raccolta di testi, poesie e immagini per i tipi di Taide (Salerno), Materiali minimi 1938-85.

LUCIO FONTANA. IDEE E CAPOLAVORI

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parte della rassegna Lucio Fontana. Centenario dalla nascita. Cinque mostre a Milano
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a cura di Antonella Negri
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A cento anni dalla nascita di Lucio Fontana, Milano propone il più grande e completo itinerario mai realizzato sulle sue opere: oltre 400 lavori e 5 sedi espositive coinvolte.
La mostra al PAC Lucio Fontana. Idee e capolavori a cura di Antonella Negri intende proporre un panorama antologico dell’opera di Fontana facendo perno su alcuni “capolavori”, ciascuno dei quali rappresenti un momento o un aspetto della sua vicenda artistica.
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Il percorso è articolato in sezioni costruite ognuna intorno ad un “capolavoro”: si inizia con la sala Primordio e utopia in cui la Signora seduta del 1934 con la sua materia agitata e vibrante, raccoglie già le tracce dei gesti e di un’idea di spazio cercata e precisa; la seconda Uomini neri prende nome dall’omonima scultura, riflesso dell’altro che è in noi ed è parte della nostra esistenza che rimane nell’oscurità. La terza Equilibri comincia a delinearsi la sua ricerca di forma non chiusa e spezzata; segue Tecnica e idea che si concretizza nell’idea di manipolazione della materia implicata nella ceramica e che vede le origini nell’opera Il ballerino di Charleston. La penultima sezione, Riguadagnare il cielo, tratta il tema dell’opera ambientale che rappresenta la sperimentazione di nuovi mezzi, evocazione dell’ignoto e atto di liberazione dell’uomo dai condizionamenti legati al tempo. Chiude la mostra “La luna, l’uomo ci va e vi fa un segno” prende il nome da un articolo di Raffaele Carrieri intitolato Fontana ha toccato la Luna: di questa sezione fanno parte i Concetti spaziali e le Attese.
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VITTORIO MATINO E ANTONIO TROTTA

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a cura di Elena Pontiggia
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Il PAC ospita una bipersonale di due artisti italiani: Vittorio Matino e Antonio Trotta, che pur appartenendo alla stessa generazione, provengono da esperienze e contesti culturali diversi.
Matino nato a Tirana (Albania) nel 1943 da genitori italiani, vive e lavora tra Milano e Parigi. Trotta è nato a Paestum (Salerno) nel 1937, ha vissuto a lungo in Argentina – nel 1968 è invitato alla biennale di Venezia a rappresentarne il Padiglione – si è stabilito in Italia alla fine degli anni Sessanta dividendosi tra Milano e Pietrasanta.
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Anche le loro direzioni di ricerca sono diverse.
Vittorio Matino ha impostato il suo linguaggio pittorico su una geometria essenziale e rigorosa, animata da un colore sfuggente e intenso. Antonio Trotta pratica invece un concettualismo che si ispira ai repertori della classicità, indagando la finzione e l’ambiguità dell’immagine come nelle opere Autunno corinzio o Il patio.
L’opera di Matino si dichiara fedele alle possibilità dell’astrazione – di cui egli è uno degli interpreti più rigorosi – mentre quella di Trotta esplora territori figurativi.
Queste diversità nascondono però molti punti di contatto che la mostra si propone di individuare e far emergere.
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La mostra è accompagnata da due esaurienti cataloghi che ricostruiscono organicamente l’attività dei due artisti e comprendono saggi di Vittorio Fagone (per l’opera di Matino) e di Elena Pontiggia (per l’opera di Trotta).
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VERSO L’ARTE POVERA

a cura di Marco Meneguzzo, Paolo Thea
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Ogni avanguardia, ogni gruppo artistico compatto, ogni ristretta tendenza di successo, prima di diventare tale, ha vissuto un grande momento di fervore ideativo: per distillare opere, concetti, idee, materiale da setacciare, da filtrare, deve essere necessariamente più vasto e, talora, appare agli occhi della storia anche più ricco e complesso del suo distillato. Proprio per verificare questa possibilità, una mostra come Verso l’Arte povera indaga quegli anni, quelle atmosfere che hanno preceduto e accompagnato la progressiva coagulazione del gruppo attorno a certe mostre e a certi personaggi. Quell’avventura era cominciata nei primi anni Sessanta, e aveva coinvolto molti più artisti di quanti non siano poi stati riconosciuti come poveristi (questi ultimi sono Pistoletto, Mario e Marisa Merz, Fabro, Kounellis, Prini, Anselmo, Penone, Zorio, Paolini, Boetti, Calzolari), in città molto diverse tra loro.
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Il trionfo e la crisi della Pop Art, l’emergere della Minimal Art, la coscienza di un’identità europea, il rapporto tra tecnologia, scienza e socialità, il concetto di alienazione e di smaterializzazione dell’opera: questi sono tutti elementi di dibattito, di conflitto, di stimolo entro cui nasce e cresce una nuova coscienza del ruolo dell’artista, più allargata del ristretto gruppo “storico”, e che coinvolge quasi un’intera generazione. Per questo, accanto ai nomi già citati, e in posizione assolutamente paritaria, vengono presentati in questa mostra anche i lavori di Piacentino, Mardi, Pascali, Mattiacci, Agnetti, Ceroli, Fogliati, Chiari, Patella, Icaro, Parmiggiani, Simonetti, Nespolo, Mondino, Baruchello e dello ‘Zoo’ (gruppo teatrale). Il dibattito divenuto memoria storica è dunque allargato, e addirittura stimolato e proposto da nomi non compresi poi sotto la fortunata etichetta del poverismo.
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PINO PASCALI

a cura di Fabrizio D’Amico, Simonetta Lux
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A quasi vent’anni dalla scomparsa di Pino Pascali, il PAC gli dedica una grande retrospettiva: ironia, paradosso e fantasia sono le parole chiave.
Nella mostra vengono ricostruiti, attraverso la scelta di una ventina di opere – tra cui Decapitazione delle giraffe, 32 metri quadri di mare circa, 9 metri quadri di pozzanghere e Contro pelo – i passaggi esemplari del lavoro di Pascali come dissolutore di un mondo di certezze in favore di uno spettacolo mutante, e spesso geniale, di apparenze. L’iconografia come stereotipo e come svuotamento del senso, l’uso di materiali non storici, prelevati dalla realtà tecnologica e banale, un rapporto con lo spazio, complesso e di grande spessore ambientale, fanno di Pascali l’autentico iniziatore delle pratiche di combined-idiom che si diffondono in Europa, sotto il segno della neo-avanguardia.
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Pascali è stato una delle figure chiave del clima che, negli anni Sessanta, ha portato a maturazione i germi problematici da cui sono scaturite vicende come il Concettuale e l’Arte povera. L’artista espone per la prima volta alla Tartaruga, a Roma, nel 1965: in un triennio folgorante ecco nascere serie straordinarie come i frammenti espansi d’anatomia femminile, le armi, gli animali, il mare.

FAUSTO MELOTTI

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a cura di Mercedes Garberi, Lucia Matino, Elena Pontiggia, Flaminio Gualdoni, Marco Meneguzzo
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A Palazzo Reale di Milano nel 1979 si apre una grande rassegna dedicata a Fausto Melotti, che costituisce un’indagine approfondita ed esauriente della sua personalità espressiva. La mostra è seguita personalmente dall’artista, rispecchiandone compiutamente gli orientamenti e gli ideali estetici.
A pochi mesi dalla sua scomparsa avvenuta a giugno del 1986, il PAC, che ha avuto il privilegio di annoverare Melotti tra gli ispiratori dei suoi programmi critici, non può che riallacciarsi all’immagine di quella esposizione, proponendo un percorso che non ne riporti analiticamente le singole fasi, ma ne sintetizzi la visione lirica e la poesia spaziale.
Acrobata invisibile, sospeso tra presenza e assenza, tra gioco e filosofia, tra rivelazione dell’essere e consapevolezza del nulla, Fausto Melotti ha portato la scultura ai limiti dell’indicibile, lontano dall’eloquenza della materia e del volume, nei luoghi della pura musicalità.
Due sono le sedi messe in campo per questa mostra: il PAC e le sale del Museo d’Arte Contemporanea di Palazzo Reale, che raccolgono uno straordinario gruppo di opere degli anni ’30 donato dall’artista.
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L’OFFICINA DEL POSSIBILE

a cura di Flaminio Gualdoni
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Il PAC ripercorre con installazioni, progetti, plastici, fotografie, l’intero arco di lavoro di Parisi, quasi a coronare un ciclo di mostre che lo ha visto protagonista alla Galleria Nazionale di Roma nel ’79, al Musée d’Ixelles nell’80, in Images Imaginaires al Centre Pompidou nell’84.
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La figura di Ico Parisi è tra le più anomale e significative della ricerca architettonica contemporanea. Comasco, cresciuto alla scuola di Terragni, dalla fine degli anni Trenta Parisi si è impegnato in un’attività multiforme che ha toccato campi come la progettazione, l’architettura di interni, la scenografia, la cinematografia, il nascente design. Attività, tutte, svolte secondo un fertile principio di integrazione tra la propria figura e quella degli artisti, chiamati a collaborare pariteticamente al suo lavoro. Dagli anni Sessanta la sua attenzione si è concentrata non tanto su nuove forme architettoniche, ma sulla configurazione di nuovi modi di vivere lo spazio, dell’abitare. La Casa esistenziale, l’Operazione Arcevia, l’Apocalisse gentile, su su fino a Architettura dopo, sono le tappe di un lavoro di radicale ripercorrimento critico dell’architettura, non mirante – come troppe esperienze attuali – ad accettarne e viverne la perdita di identità, ma a trovare infine quella “officina del possibile” aperta, creativa, sempre mobile, che è l’unica dimensione esistenziale oggi accettabile.
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ARMANDO TESTA

Armando Testa in Italia e all’estero è riconosciuto come il più noto e il più rappresentativo cartellonista italiano. E’ un tipico creativo del nostro tempo che lavora su tutti i media: dai muri alle pagine alla televisione ed in questo si distingue dai maestri che l’hanno preceduto i quali dominavano quasi esclusivamente sull’affisso.
Testa usa ed ha usato indifferentemente la fotografia come il disegno. Nelle sue opere non ha mai voluto distinguersi per uno stile personale, preferendo esplorare tutti i sentieri della comunicazione visiva, ma proprio l’estrema sintesi ed energia dei suoi segni, il suo modo personalissimo di affrontare i giochi di masse, volumi e colori hanno finito per diventare il suo “stile”.
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Il suo primo successo è del 1937 quando vince un concorso per un cartello di un’azienda di inchiostri da stampa, la ICI, con un soggetto astratto, in un’epoca in cui l’astrattismo in Italia era patrimonio di pochissimi. Nel 1960 vince il concorso indetto tra tutti i migliori cartellonisti italiani per il manifesto ufficiale delle Olimpiadi di Roma. Nel 1968 riceve una medaglia d’oro dal Ministero della Pubblica Istruzione per il suo contributo alle arti visive. Nel 1970 ottiene il primo premio alla Biennale Internazionale dell’Affisso di Varsavia e nel 1972 il Museo di Varsavia gli dedica una mostra personale.
Nel 1982 riceve dall’ AAPI (Associazione italiana delle aziende di affissione) il premio quale migliore cartellonista italiano.
Il suo manifesto più famoso, Punt e Mes, è esposto al Museo d’Arte Moderna di New York. Altri suol cartelli sono presenti nelle collezioni del Museo dell’Affisso di Varsavia, dello Stedeljik Museum di Amsterdam, dell’Art Museum di Monaco.
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La pittoricità del suo “segno” emerge di più dai suoi cartelli: infatti nelle grandi tele inedite che Testa espone al PAC, pittura e cartellonistica si fondono in un nuovo linguaggio sintetico e rigoroso.

LE TUE PAROLE INCIAMPANO NELLE MIE ESTASI

a cura di Flaminio Gualdoni
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Gastone Novelli (Vienna 1925 – Milano 1968) è una delle personalità più anomale e vitali dell’arte italiana del dopoguerra. Dopo aver preso parte alla Resistenza ed essersi laureato a Firenze nel ’47, soggiorna per molti anni in Brasile, dove opera secondo un’impostazione di tipo neocostruttivo mutuata da Max Bill, con cui è in diretto contatto. Alla fine del ’54 è di nuovo in Italia, a Roma, dove frequenta Prampolini, Burri, Cagli e artisti di Forma 1.
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Nel 1957 fonda, con Achille Perilli, la rivista L’esperienza moderna, che rappresenta uno dei momenti di più consapevole riflessione sulla crisi dell’informale. Contemporaneamente, inizia a frequentare personalità come Beckett, Klossowski, Man Ray, Arp, Bataille.
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Agli inizi degli anni Sessanta, dopo aver partecipato al gruppo Continuità, fonda con Perilli, Giuliani, Manganelli e altri la rivista Grammatica, laboratorio culturale vicino alle posizioni del Gruppo ’63. La sua pittura evolve verso formulazioni più segniche, corsive, in cui elementi pittorici e trascrizioni testuali si intersecano pariteticamente.
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La mostra comprende circa 150 opere su carta, per lo più inedite, che ricostruiscono il suo itinerario e che contemporaneamente rappresentano un corpus unitario all’interno del suo lavoro. Cinque grandi tele fanno da segnali dei vari periodi, ad aprire i capitoli diversi della sua esperienza.

CARLA ACCARDI-ALIGHIERO E BOETTI

Per il ciclo Installazioni, le presenze di Carla Accardi e Alighiero e Boetti costituiscono un momento di importante concomitanza tra due tra le personalità più vive dell’arte del dopoguerra.
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Carla Accardi ha esordito giovanissima tra i fondatori, nel 1947, del gruppo Forma (con Turcato, Dorazio, Consagra, Sanfilippo, Perilli e altri), che rappresentò il primo concreto momento di riproposta, in Italia, della questione dell’astrazione. Negli anni Cinquanta il suo lavoro è maturato fino alla formulazione dei famosi ‘grovigli’ bianco su nero, che le hanno dato fama internazionale. Dagli anni sessanta la sua ricerca si è concentrata sul problema del rapporto tra segni e superfici, con particolare attenzione alla natura del supporto (tela, plastica trasparente, ecc.) e ai rapporti coloristici, sempre squillanti, determinanti.
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Alighiero e Boetti, formatosi in seno alla ‘scuola torinese’ da cui è nata, alla fine degli anni sessanta, la vicenda dell’Arte. Povera, di cui è stato uno dei più cospicui rappresentanti, si segnala come uno dei più sottili e poetici indagatori della possibilità di riscattare immagini e materiali apparentemente banali a una dimensione di nuova, e suggestiva, intensità. In questo senso, particolarmente importanti sono le sue opere recenti, arazzi di dimensione smisurata dedicati a “I mille fiumi più lunghi del mondo”, che lo confermano come uno degli artisti europei di maggiore qualità e interesse.
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VALENTINO VAGO — LUIGI VERONESI

Il nuovo appuntamento del ciclo delle “Installazioni” è dedicato a due artisti milanesi, di generazioni diverse ma entrambi considerabili figure centrali nelle vicende dell’arte italiana recente Valentino Vago (Barlassina, 1931) si è affacciato alla scena artistica alla fine degli anni cinquanta, in seno al gruppo di pittori che, convinti del trascolorare dell’informale, optarono non per una reazione polemica e invece per una distillazione dei suoi valori migliori, mediati con una riflessione attenta e non ideologica su certi portati della tradizione meno scontata, da certa metafisica a Licini.
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La sua pittura, fatta di un tonalismo attento, rigoroso ma poetico, si modula su stesure trepide e intense di colore e su sottili e lirici andamenti grafici, precursori per molti versi di certi atteggiamenti delle esperienze artistiche d’oggi.
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Di Luigi Veronesi (Milano, 1908), pioniere dell’astrattismo storico italiano, che ha legato il suo nome alla stagione straordinaria del gruppo del Milione, viene presentato un esauriente excursus su uno degli aspetti più tipici della sua produzione, la ricerca fotografica. Attraverso oltre un centinaio di immagini, realizzate secondo le tecniche sperimentali più sofisticate e suggestive, questa esperienza è ripercorsa dai suoi inizi, all’inizio degli anni Trenta (con una succinta documentazione anche dei dipinti realizzati su base fotografica), fino alle precoci ricerche sulla fotografia a colori e alle assai fresche e intense sperimentazioni recenti.
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GABRIELE BASILICO, MILANO RITRATTI DI FABBRICHE

Con questa la mostra fotografica viene esposta per la prima volta in modo esauriente la ricerca fotografica sull’area industriale milanese che Gabriele Basilico ha condotto dal 1978 al 1980, dalla quale è stato realizzato il libro “Milano, Ritratti di Fabbriche” con testi di Carlo Tognoli, Marco Romano, e Carlo Bertelli per la Sugarco Editore.
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Il lavoro di Basilico si caratterizza in due direzioni parallele:
1. Documentaristica, per l’ossessiva ricerca quasi a tappeto sull’intera area urbana, allo scopo di ottenere una “carta di identità” del tessuto industriale milanese.
2. Interpretativa, secondo un metodo di lettura che si avvale di particolari condizioni, fra cui la più importante è la scelta di una luce intensa e brillante che rivela l’architettura, trasformandone l’immagine quotidiana nella sua essenza.
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Le riprese fotografiche sono state realizzate in condizioni atmosferiche ed ambientali sempre omogenee: sole brillante e conseguenti ombre nette, nelle giornate festive senza auto e persone.
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Per la metodologia scelta, se non per la verità di intenti, il lavoro di Basilico può ricordare da una parte la ricerca di Eugene Atget nella Parigi di fine secolo o, come suggerisce Carlo Bertelli nella presentazione del libro Milano Ritratti di Fabbriche, l’esperienza statunitense di Walker Evans nell’ambito della Farm Security Administration e, per alcuni aspetti formali, i fotografi della “Neue Saehlichkeit”.
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Le fotografie esposte sono cento, di formato 30×40 cm. bianconero, scelte tra le oltre duecento presenti nel libro citato.
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DADAMAINO

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a cura di Mercedes Garberi
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Continua il programma Installazioni con una mostra dedicata a Dadamaino e Stanislav Kolìbal. Per la mostra al PAC, Dadamaino presenta un’ampia selezione dei suoi lavori, dai Volumi alla Ricerca del colore, dall’Alfabeto della mente alle ultime Costellazioni.
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…Avevamo fatto una sorta di scelta cromatica, una schermatura, come le note musicali che sono tantissime, ma diventano sette… Abbiamo selezionato ed abbiamo scelto quaranta varianti di colore per realizzare le tavolette che misuravano esattamente venti centimetri per venti. Ho usato i colori dello spettro, sette: rosso, arancio, giallo, verde, celeste, blu, viola ricercando il valore medio tra loro più il bianco, il nero, il blu…
Un’esperienza importante ma poi ho cessato di usare quasi tutti quei colori… si sono fermati in quel lavoro che per me è uno Studio importante…

L. M. Barbero, Dadamaino. Un’intervista tra vita e pensieri…, cit., p.27.
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Dadamaino, cresciuta negli anni della generazione del rinnovamento dell’arte italiana dopo la stagione informale, è, alla fine degli anni Cinquanta, a fianco di Manzoni e Castellani nell’esperienza minimalista di Azimuth, e in seguito, nella pattuglia internazionale che fu definita Nuova Tendenza. La sua figura porta i conflitti della creatività femminile laddove per altri vigono ordine, sicurezze e volontà di egemonia. Persegue la sperimentazione razionale, ma non è razionalista; è scientifica, ma non scientizzante: lavora tra le polarità dell’inconscio e del conscio.
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Paolo Icaro e Claudio Olivieri

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Il ciclo delle Installazioni, che costituisce una delle iniziative portanti dell’attività del PAC, prosegue con le mostre di Paolo Icaro e Claudio Olivieri.
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Torinese, da molti anni residente negli Stati Uniti, Paolo Icaro è una delle personalità di punta della scultura. I suoi lavori, basati sull’uso prevalente del gesso, hanno per definizione comune quella di unfinishing (non finito): di opere, cioè, che rinunciano deliberatamente ad assumere una forma riconoscibile per mantenere un grado di complessità ben più radiante, che coinvolge lo spazio in una dimensione sospesa, di forte atmosfera meditativa.
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Claudio Olivieri appartiene a quell’area di ricerca che si è concentrata completamente sui puri valori della pittura, cioè sulla ricerca di eventi espressivi ricchi di un’autonoma capacità di senso e di fascinazione. Le sue grandi tele, sulle quali affiora una pittura intesa, disposta a stesure svarianti tra turgori densi e improvvise accensioni, ripercorrono in mostra uno degli itinerari artistici più serrati e coerenti dell’arte contemporanea.
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LA SOVRANA INATTUALITÀ

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a cura di Flaminio Gualdoni
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La mostra, che si propone un taglio problematico e non documentario, si articola sull’esposizione di opere di sei artisti considerati per molti versi esemplari delle diverse e complesse riflessioni sulla scultura svoltesi in Italia negli anni Settanta: Paolo Icaro, Luigi Mainolfi, Hidetoshi Nagasawa, Giuseppe Spagnulo, Antonio Trotta e Gilberto Zorio.
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Attraverso le loro ricerche emerge l’immagine di un contesto di dibattito estremamente vivo e intenso, ricco di forti polarità, alla cui base è però possibile identificare una precisa condizione comune: la scelta della “sovrana inattualità” come rivendicazione, di una necessaria totale asincronia e indipendenza rispetto ai miti delle poetiche così come agli schemi critici generalizzanti, in nome di un’assoluta individualità espressiva e della riconosciuta centralità dell’opera nel processo artistico.
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ELISEO MATTIACCI

 
a cura di Zeno Birolli
 

Le 4 installazioni di Mattiacci, due delle quali inedite, vengono esposte insieme al PAC per la prima volta. Ad accogliere il visitatore nella prima sala 6 grembiuli da lavoro con altrettanti caschi appesi sopra, un conflitto tra il senso dell’affidamento (grembiuli come simbolo dell’operosità) e lo sgomento che scaturisce dalla presenza della maschera come volto finto. Il tema della maschera come controfigura/stuntman/finzione torna nella seconda sala, dove con una monumentale installazione Mattiacci colloca un motociclista senza volto in equilibrio su una barra di ferro, appoggiata su due colline create con dei mattoni. Sole, luna, volute, sagome ritorte, conchiglie e serpentine occupano la terza sala che riflette le teorie copernicane e la destabilizzazione di un mancato geocentrismo. Chiude la mostra una stanza con strumenti per la misurazione, parti del corpo umano dedite alla ricezione e invio dei messaggi e marchingegni in bilico su 9 tavoli inclinati, che eludono la nozione stessa di tavolo come sostegno.

 

Eliseo è un temperamento operoso, che scatena nebulosi trofei pronti a coronare o inchiodare i gesti inventivi più umili […]. Io non so se Eliseo Mattiacci è un pittore o scultore o che so io o che cos’altro, ma è certo il più scientifico e meticoloso autore; è il più tagliente, il più fondo, acceso e deciso, indovinatore.

Emilio Villa, catalogo della mostra
 

Eliseo Mattiacci è uno dei maggiori artisti che, assieme a Pascali e Kounellis, ha caratterizzato l’area romana dall’inizio degli anni sessanta, cominciando con lavori che chiamavano in causa lo spazio ambientale e orientandosi poi alla realizzazione di opere con una propria fisicità. Esemplare la sala alla Biennale di Venezia del 1972.

 

VINCENZO AGNETTI E FRANCESCO CLEMENTE

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Vincenzo Agnetti e Francesco Clemente: due artisti al PAC per la prima di una serie di iniziative che fanno vivere nello stesso spazio del Padiglione il lavoro e il linguaggio di artisti diversi.
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Dopo una serie di mostre a carattere monografico e retrospettivo, il PAC ospita Vincenzo Agnetti e Francesco Clemente nell’ambito di un programma che prevede il confronto diretto di opere, per la maggior parte nuove, di artisti scelti in ambiti diversi e tali da opporsi o interagire fra loro, con lo spazio del museo e rispetto al pubblico.
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Agnetti, già amico di Manzoni nell’ambito concettuale, e Clemente, che qui rappresenta la nuova figurazione, sono tanto diversi per lavoro, linguaggio, età e formazione culturale da determinare una opposizione visiva molto chiara, ma contemporaneamente le loro opere si giustificano e si riassorbono in un comune orizzonte culturale e ideologico che caratterizza la produzione artistica.
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L’opera più importante che Agnetti presenta è una composizione di 4 vetrate sui temi delle stagioni, realizzata con un originale processo di graffito su carta fotografica. Di Clemente sorprendono i suoi affreschi, con i quali misura questa tecnica su una immagine nuova.

LELLA E MASSIMO VIGNELLI DESIGNERS

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Mobili, oggetti d’uso, imballaggi, allestimenti, segnaletica dei trasporti, architettura d’interni, immagine coordinata: è quasi impossibile trovare un ramo del design dove i Vignelli non hanno lasciato il segno, come documenta questa retrospettiva del PAC che è una sorta di bilancio o piuttosto un inventario della loro ventennale attività, prima in Italia e poi negli USA, del loro modo di lavorare e vivere “insieme”.
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Lella e Massimo Vignelli, ambasciatori del design europeo negli USA ed in particolare di una versione “mediterranea” più agile ed elegante della grafica svizzera e tedesca, hanno sapientemente bilanciato e reso complementari nel loro lavoro a due, come in un’alleanza dialettica tra il possibile e il pratico, l’impulso dell’uno e il controllo dell’altro.
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Nel 1960 i Vignelli hanno aperto uno studio di design e architettura a Milano; nel 1965 hanno iniziato a lavorare per la Unimark International Corporation; nel 1971 hanno ripreso l’attività professionale indipendente prima con la Vignelli Associates e poi con la Vignelli Designs (1978).

LETTURE PARALLELE IV

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a cura di Germano Celant
 

L’artista Luciano Fabro, protagonista tra i più emblematici del rinnovamento artistico milanese negli anni Sessanta, allestisce al PAC la sua mostra Letture parallele IV creando per la prima volta uno dei suoi Habitat: le sue opere, create per essere esposte fino a quel momento in abitazioni o gallerie, dialogano con lo spazio museale e architettonico per restituire una dimensione più domestica.

 

All’esterno il visitatore veniva accolto dalla scultura Ruota (1964), per poi trovarsi di fronte, nella prima sala, la lunga tavola di Iconografie. Nel percorso delle sale si incontravano le strutture scultoree in acciaio Croce, Squadra e Asta (1965), insieme all’installazione Cielo e la superficie riflettente di Buco (1963).

Grandi teli sospesi sulle teste dei visitatori, sui quali l’artista crea simmetriche macchie di Rorschach, collegano tra loro le diverse sale. E’ al PAC che per la prima volta Fabro crea i suoi Habitat, eredità ma anche superamento degli Ambienti spaziali di Fontana, che diventeranno in seguito la sua via per ripensare il rapporto tra artista, opera e spettatore.

 

Poche settimane più tardi l’apertura della mostra al PAC, Fabro è invitato alla XXXIX Biennale di Venezia e ritenendo che le condizioni espositive non fossero adeguate per la realizzazione di un nuovo Habitat, si limita a scrivere il proprio nome a lettere cubitali con dei tubi al neon e con enormi didascalie alle pareti rimanda polemicamente il pubblico ad andare al PAC.

 

[fonte: catalogo del Museo del Novecento, 2010]

 

FRANCESCO LO SAVIO

a cura di Germano Celant
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Dopo un lungo periodo di chiusura per lavori di adeguamento il PAC riapre ripensando il suo ruolo all’interno di una città come Milano, che già si sentiva europea. L’urgenza era chiara: farne un luogo di ricerca, sperimentazione, in dialogo con altre istituzioni internazionali, aperto agli stimoli del contemporaneo e che attraverso la cultura svolgesse a tutti gli effetti la funzione di spazio pubblico. La programmazione viene affidata a Zeno Birolli, Germano Celant e Vittorio Gregotti.

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Ed è proprio Celant a curare per la riapertura, fissata il 2 marzo, una retrospettiva dedicata a Francesco Lo Savio, una delle personalità tra le più problematiche dell’avanguardia postinformale italiana, riconosciuto accanto a Piero Manzoni come uno dei maggiori protagonisti dell’apertura europea dell’arte italiana. Lo Savio era stato un artista in anticipo sui tempi e il suo lavoro fu valorizzato solo dopo la sua morte, avvenuta a 28 anni a Marsiglia dove il giovane artista si tolse la vita gettandosi da un balcone dell’Unité d’Habitation di Le Corbusier. Alcune sue opere erano state incluse a Documenta IV a Kassel (1968) e alla XXXVI Biennale di Venezia (1972), ma la mostra al PAC fu la prima ad raccogliere tutta la sua produzione tra il 1958 e il 1963: Dipinti, Metalli, Filtri, Articolazioni che segnarono il momento di passaggio dalla pittura logica alla scultura minimale e concettuale, insieme ai progetti architettonici ed urbanistici. Nel percorso anche le sue Articolazioni totali: cubi realizzati con lastre di cemento bianco opaco, aperti su due lati, da cui il visitatore rimaneva come escluso.
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